Recensione: “La Macchinazione”

L’Italia ha perso coscienza civile, negli anni, da quegli anni, che furono: i ’70.

Nello smarrimento e nell’assenza di figure di spicco, abbiamo lasciato morire le guide del Paese, le vere.

L’Italia ha perso gli intellettuali.

Quarant’anni protesi euforicamente verso il nulla, e nel frattempo: la velocizzazione, di un modo di vivere; l’estinzione, dell’intelligenza o peggio: la modificazione, del suo significato.

Era il 1975: Pier Paolo Pasolini veniva assassinato, all’Idroscalo di Ostia.

“La macchinazione”, film di David Grieco, [alla sua seconda regia, dopo: “Evilenko”, del 2004] completa, sul grande schermo, le teorie complottistiche formatesi
nel tempo; le legittima e ufficializza; fu lo Stato, in cooperazione con la malavita romana delle borgate, e con la loggia massonica P2, a commettere l’omicidio di Pasolini,
e Pelosi: un innocente; non: Giuda, bensì: capro espiatorio.

C’è qualcosa di sbagliato?, si chiede, lo spettatore mentre esce dalla sala, c’è qualcosa di sbagliato in quello che ho visto?

Anzi, lo spettatore: dovrebbe chiederserlo, ma uscendo dalla sala, dove “La macchinazione” è appena terminato, egli non lo fa, non può farlo perché non glielo permettono.

Il film è solo un’altra cronaca storica; nulla di importante, nulla di significativo.

Oggi, più che mai, l’egemonia della globalizzazione ha appannato le coscienze; e a far fronte, nient’altro potrebbe essere che: un pensiero; Pasolini, lo incarnava.

Il cinema italiano però, è cieco; proprio quello, che più di tutti, dovrebbe: saper vedere.

Così, di Pasolini, nient’altro più sapremo che: l’omosessualità; il sangue. E’ un Pasolini vigliacco, quasi, e stordito, che vuole piacere, e intenerirci, quello di Grieco,
e non fa altro che: morire.

Pasolini, che merita di essere capito, e per questo criticato, e fatto proprio: per quel conflitto interiore, -che lui voleva nell’altro, da intellettuale qual era,
viene buttato in un campo santificato di martiri.

Pasolini non lo fu: né santo, né martire.

Ce ne vuole, d’ottusità, per rispondere alla crisi di oggi, con le questioni irrisolte di ieri. Grieco, il suo film: un fallimento.

Non si può continuare a sacrificare il pensiero pasoliniano, per una verità inutile; e Grieco lo fa, con un’ignoranza meschina e un’incapacità registica notevole;
sceglie, il regista: l’arma più debole, nella guerra più cruenta, per forza: perde.

Dopo aver concesso ad Abel Ferrara di stuprare volgarmente Pasolini, di nuovo una produzione cinematografica permette alla perdita, che è espansione di non-esistenza,
di vincere.

E continua, a non esistere: Pasolini, non davvero e infatti, il cinema che lo riguarda, è una successione di pestaggi e botte.

Uno dei più grandi intellettuali del nostro Paese, diventa: intrattenimento.

Pasolini, non può: piacere; non può: intrattenere.

Chi mostra ciò, e chi gradisce che questo gli venga mostrato, è un amante, del cattivo gusto; un idiota, dell’orrore, -come Battiato, lo apostroferebbe.

Non andate a vedere: “La macchinazione”; e poi, chiedetevi perché, non siete andati.

Anzi, se dobbiamo importare la misera sagra delle biografie, dal mostro ignorante che è: l’America, -vi dico, smettete di andare al cinema.

Il film di Grieco pecca, ovunque: l’estetica, non sopperisce al grando sbaglio che è: l’essere-stato-pensato, di questa pellicola;
visivamente, “La macchinazione”, è torturante, fastidioso; ma non è violenza, né Sadismo, è: volgarità vignettistica, di stampo smil-televisivo.

-Francesco Petrella

zanzanzan

Recensione libro: “Le ritorsioni della sincerità”

Uscito nel 2009, il romanzo, che ho letto con interesse, è edito dalla CesareBlanc Edizioni, ed è l’unica opera in lingua italiana di uno scrittore ceco naturalizzato italiano, morto nel 2003. Mi sembra doveroso mettere qualche parola anche su di lui, visto quanto sia poco conosciuto all’interno del panorama letterario sia italiano che europeo.

Miroslav Wiecek nasce nel 1958, in piena dittatura comunista, e vedrà ad appena 10 anni l’entrata a Praga delle truppe sovietiche, cosa che lo continuerà a influenzare per il resto della sua vita. Studia poi chimica, ma l’amore per la letteratura lo spinge presto ad abbandonare gli studi per dedicarsi ad essa.
Scrive poesie e brevi racconti su una rivista universitaria, “Světové univerzity” Purtroppo, la maggior parte dei suoi lavori non passa la censura, così deluso dalla “perfetta” società comunista, appena ottenuto un visto per il passaporto si rifugia prima in Svizzera per poi chiedere asilo in Italia, dove rimarrà per tutta la vita, vivendo in un piccola casa vicino Latina, ma viaggiando spesso in tutta l’Italia meridionale.
Dall’esperienza italiana nasce anche il nucleo originale del libro, ambientato in un piccolo paese di mare della costa Adriatica. Fulvio è un militante di estrema sinistra, un operaio, sempre con la tuta addosso e sempre alle riunioni di partito, onesto e convinto della sua militanza. La vicenda è narrata in una calda estate di un anno imprecisato, potrebbero essere gli anni ’70 quanto potrebbero essere i giorni nostri. Un giorno le cose cambiano. Tutti, nel paese, sono costretti a dire la verità. E in questo momento che Fulvio si innamora di una ragazza che ogni tanto ha visto uscire dalle riunioni del partito, ma con cui non riesce mai a parlare. Il sindacato, vittima del morbo della sincerità, non ha più successo, svelando quanto sia poco onesto; il sindaco ormai è preso alla berlina da chiunque, sbattendo la verità in faccia e non nascondendo più i suoi piccoli traffici, ma anche la vita di chiunque è sconvolta dalla malattia che non lascia scampo. Assisteremo alla vicenda di Fulvio diviso tra l’amore per la ragazza sconosciuta, la lotta di partito, le partite di calcetto e l’amicizia con l’amico di una vita Vito, vicenda narrata da un punto di vista non convenzionale, ma che lascerò a voi il gusto di capire. L’estate al mare dell’operaio passa cercando di conciliare la sua attività lavorativa e politica con la ricerca del nome della ragazza, tra brevi passioni e delusioni struggenti.
In alcuni passi del romanzo si sentono gli echi di un altro scrittore ceco, Franz Kafka, come nei racconti assurdi della popolazione negli episodi che fanno da sottofondo alla vita di Fulvio. La sincerità è sempre un bene? Questo è l’interrogativo che echeggia mentre sorridiamo del fondo umano in quegli episodi umoristici ma che conducono ad un’amara riflessione.

Il molo era illuminato solo dal bagno di stelle, e le luci del porto illuminavano a sprazzi il mare. Era strano e contento, aveva smesso di farsi domande con quella sera. Aveva solo bisogno di tirarsi un po’ addosso di anima con Vito, e poi quell’assurda malinconia che gli prendeva al giorno gli sarebbe passata”.

Il romanzo purtroppo, è incompleto. Miroslav Wiecek si è suicidato nel 2003 nella sua casa al mare, in un posto che ha sempre amato. Viveva da solo, e in quel momento stava lavorando oltre che alla conclusione del romanzo anche alla stesura di alcuni brevi racconti.
Ma questo non pregiudica la bellezza del romanzo, ma anzi, è come se Wiecek avesse dato la sua ultima firma, morendo come uno dei suoi personaggi in un suo romanzo ceco. L’estrema poeticità di ogni singolo personaggio, dal protagonista all’ultima delle comparse, sono capaci come bombe di esplodere quando meno te lo aspetti, nella loro grandezza.

a volte Giulio, crediamo che quando moriremo sarà tutto risolto. Eppure no. Non riusciremo a portare a termine il lavoro che stavamo facendo, non saluteremo i nostri amici, non faremo pace coi nostri nemici. Una volta chiusi gli occhi per sempre però, il mondo continuerà esattamente come lo avevamo lasciato, consegnandoci all’oblio. Forse è questa la cosa più triste.”

-Orlando Vico