Recensione: “La Macchinazione”

L’Italia ha perso coscienza civile, negli anni, da quegli anni, che furono: i ’70.

Nello smarrimento e nell’assenza di figure di spicco, abbiamo lasciato morire le guide del Paese, le vere.

L’Italia ha perso gli intellettuali.

Quarant’anni protesi euforicamente verso il nulla, e nel frattempo: la velocizzazione, di un modo di vivere; l’estinzione, dell’intelligenza o peggio: la modificazione, del suo significato.

Era il 1975: Pier Paolo Pasolini veniva assassinato, all’Idroscalo di Ostia.

“La macchinazione”, film di David Grieco, [alla sua seconda regia, dopo: “Evilenko”, del 2004] completa, sul grande schermo, le teorie complottistiche formatesi
nel tempo; le legittima e ufficializza; fu lo Stato, in cooperazione con la malavita romana delle borgate, e con la loggia massonica P2, a commettere l’omicidio di Pasolini,
e Pelosi: un innocente; non: Giuda, bensì: capro espiatorio.

C’è qualcosa di sbagliato?, si chiede, lo spettatore mentre esce dalla sala, c’è qualcosa di sbagliato in quello che ho visto?

Anzi, lo spettatore: dovrebbe chiederserlo, ma uscendo dalla sala, dove “La macchinazione” è appena terminato, egli non lo fa, non può farlo perché non glielo permettono.

Il film è solo un’altra cronaca storica; nulla di importante, nulla di significativo.

Oggi, più che mai, l’egemonia della globalizzazione ha appannato le coscienze; e a far fronte, nient’altro potrebbe essere che: un pensiero; Pasolini, lo incarnava.

Il cinema italiano però, è cieco; proprio quello, che più di tutti, dovrebbe: saper vedere.

Così, di Pasolini, nient’altro più sapremo che: l’omosessualità; il sangue. E’ un Pasolini vigliacco, quasi, e stordito, che vuole piacere, e intenerirci, quello di Grieco,
e non fa altro che: morire.

Pasolini, che merita di essere capito, e per questo criticato, e fatto proprio: per quel conflitto interiore, -che lui voleva nell’altro, da intellettuale qual era,
viene buttato in un campo santificato di martiri.

Pasolini non lo fu: né santo, né martire.

Ce ne vuole, d’ottusità, per rispondere alla crisi di oggi, con le questioni irrisolte di ieri. Grieco, il suo film: un fallimento.

Non si può continuare a sacrificare il pensiero pasoliniano, per una verità inutile; e Grieco lo fa, con un’ignoranza meschina e un’incapacità registica notevole;
sceglie, il regista: l’arma più debole, nella guerra più cruenta, per forza: perde.

Dopo aver concesso ad Abel Ferrara di stuprare volgarmente Pasolini, di nuovo una produzione cinematografica permette alla perdita, che è espansione di non-esistenza,
di vincere.

E continua, a non esistere: Pasolini, non davvero e infatti, il cinema che lo riguarda, è una successione di pestaggi e botte.

Uno dei più grandi intellettuali del nostro Paese, diventa: intrattenimento.

Pasolini, non può: piacere; non può: intrattenere.

Chi mostra ciò, e chi gradisce che questo gli venga mostrato, è un amante, del cattivo gusto; un idiota, dell’orrore, -come Battiato, lo apostroferebbe.

Non andate a vedere: “La macchinazione”; e poi, chiedetevi perché, non siete andati.

Anzi, se dobbiamo importare la misera sagra delle biografie, dal mostro ignorante che è: l’America, -vi dico, smettete di andare al cinema.

Il film di Grieco pecca, ovunque: l’estetica, non sopperisce al grando sbaglio che è: l’essere-stato-pensato, di questa pellicola;
visivamente, “La macchinazione”, è torturante, fastidioso; ma non è violenza, né Sadismo, è: volgarità vignettistica, di stampo smil-televisivo.

-Francesco Petrella

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Recensione: Southland Tales (2006)

“E’ questo il modo in cui finisce il mondo: non già con un lamento, ma con uno schianto”
Nel 2006 un tentativo cinematografico molto ambizioso di un altrettando coraggioso giovane regista, qual è Richard Kelly, approdò nelle sale statunitensi con modeste, ma accettabili aspettative, visto il budget non troppo basso (16 milioni di dollari). Ma la storia c’insegna che le grandi innovazioni sono quelle che per prima cosa suscitano la diffidenza del pubblico. $ 300.000 fu l’incasso totale di questo film, che rinunciò a sostare ancora nelle sale e cercò fortuna nell’home-video, senza ancora successo. “Southland Tales”, opera seconda di Kelly (autore del più noto “Donnie Darko”), è un oceano aperto di generi svariati, musiche (dal maestro dell’elettronica Moby) e colori dal tono onirico, interpretazioni tra la completa inesperienza e la più sensibile bravura, un cast prevalentemente giovane che, nonostante l’insuccesso del lavoro completo, possiede nomi molto noti. Parliamo di Justin Timberlake, che impersona un veterano della III guerra mondiale in corso nel mondo futuristico del film, ora spacciatore di un nuovo tipo di droga e “osservatore” delle storie (“tales”) che si susseguono sotto il suo mirino a Los Angeles; Dwayne Johnson, alias “The Rock”, protagonista del film, privo di memoria e al centro di un complotto che potrebbe portare alla fine di tutto l’universo; Sarah Michelle Gellar, conosciuta meglio come Buffy, nei panni di un’ex-pornostar che per i propri fini entra nella vita del misterioso uomo senza identità e ricordi; Seann William Scott, famoso (ahimé) per la saga di American Pie, entra perfettamente nel ruolo di un altro veterano della devastante guerra che l’America affronta su più fronti, portando le sue capacità oltre quelle che ci si poteva aspettare da un attore di una particina demenziale di una serie di film altrettanto demenziali. Le sue staordinarie capacità di recitazione riescono a far dimenticare il passato da Stifler, mostrandoci un attore capace e dalle potenzialità varie. Il personaggio è altrettanto affascinante, devastato da un conflitto interiore non ben definito che solo nel finale troverà inaspettatamente fine. “Il suo cuore era colmo di disperazione” direbbe di lui Timberlake. Tra il thriller fantascientifico e il dramma teatrale, con tratti molto significativi di comicità macabra, violenza gratuita (ma non stupida), la poesia visiva e letteraria di questo film che non è altro che un’opera escatologica apparentemente confusa e caotica che pone molti interrogativi sul futuro della società attuale corrotta dal denaro e dall’avidità, che brama violenza e se la gusta senza compassione. Gli effetti speciali sono a volte completi e accettabili, mentre nella maggior parte (per quelle poche volte che se ne fa uso) sono comunque frutto di un basso budget e perciò di scarsa cura. Ciò non rende però sgradevole la visione, se si è in grado di sopportare e di rimanere concentrati sulla trama molto complessa senza rinunciare a trovarvi senso e significato di fondo, come invece hanno fatto critici e pubblico, dichiarandolo persino come uno dei film più brutti nel mondo (definizione che con forza disapprovo). Il prodotto è così una poesia filmica, creato dall’armonia tra parole, musiche ed immagini, che fa uso di figure retoriche e trovate tipiche più di un’artista che di un regista. Da qui l’insuccesso di Richard Kelly, sempre messo KO dal sistema commerciale cinematografico, che però non riesce a scoraggiare le sue rare (ma continue) produzioni antoconformiste. Degno di nota è il sorprendente pezzo musical in cui Timberlake, strafatto di karmafluido (ecco il nome della nuova droga in circolazione nella Los Angeles futuristica del 2008), canta in play-back “All These Things That I’ve Done” dei The Killers.
Qui vi lascio. Ne ho fatto esperienza e ho parlato. Ora siete liberi di fare lo stesso.

-Nicolò Errico

Recensione: Fortapàsc (Marco Risi, 2009)

Ci sono esseri meschini che coprono la verità e Uomini coraggiosi che la cercano. Giancarlo Siani è uno di questi eroi. A raccontarci l’ascesa di questo giovane giornalista napoletano e la sua morte è il regista Marco Risi nel film “Fortapàsc” (2009). Un cinema non fine a se stesso, ma un film di denuncia, uno di quelli veri, come pochi registi sanno regalare al pubblico, troppo spesso concentrato su cinepanettoni e megaproduzioni commerciali. Qui parliamo di cast e produttori consapevoli, consenzienti e convinti della storia che vanno a narrare, una sorta di idealismo puro, quasi politico (ma senza schierarsi se non dalla parte dell’Obiettività), che spinge ognuno a dare il meglio per uno scopo comune. E’ l’aria che si respira in “Fortapàsc”, un film che cerca giustizia con la stessa determinazione del temerario ma solare Siani, interpretato da un magnifico Libero De Rienzo. Nella Napoli del 1985 si sta combattendo una terribile guerra per il predominio di Torre Annunziata. A contendersi il territorio (che nelle immagini sembra appena uscito da una guerra devastante) sono temibili gruppi di camorristi, con capi e luogotenenti che s’allontanano da quelli di “Gomorra” di spietati uomini d’affari, ma che si avvicinano per atteggiamento e fasto a veri e propri monarchi. In mezzo a questo “conflitto civile” Giancarlo indaga, quasi inconsapevolmente, sui rapporti tra la giunta comunale e i clan del luogo. La sua ricerca è per lo più solitaria ed ostacolata, nonostante l’appoggio di poche oneste persone, come il capitano dei carabinieri Sensales o il suo migliore amico Rico. Ma sul suo cammino pesta i piedi di troppe persone che non esiteranno ad ordinarne l’esecuzione. Risi scherza in modo macabro sul parellelismo che c’è tra mafia e stato (da ricordare il frammento in cui parallelamente avvengono un incontro tra capi-clan ed un dibattito comunale tra politici in cui entrambi mostrano gli stessi atteggiamenti), realizza un film convincente, originale, che dimostra così un’identità propria nel filone del cinema di stampo storico-giornalistico. L’Italia che si vede è un’Italia piena di brave persone, sopraffatte però da troppi egoisti e crudeli che mirano solo ai propri interessi. E alla fine del film Siani sorride ai suoi esecutori, forse perché d’altronde per essere un eroe in Italia devi essere prima di tutto morto.

-Nicolò Errico

Recensione: La sottile linea rossa

“Cos’ è questa guerra stipata nel cuore della natura? Perché la natura lotta contro se stessa? Perché la terra combatte contro il mare? C’è forza vendicativa nella natura. ”
Un film non di guerra, ma SULLA guerra; così il regista texano Terrence Malick s’impone definitivamente con indiscussa maestria e potenza nel cinema internazionale presentando quel capolavoro che è “La Sottile Linea Rossa”. Un cast stellare per una regia stellare con una colonna sonora stellare ed un copione stellare. Uscendo dalle motivazioni politiche della seconda guerra mondiale, Malick ci accompagna nell’esplorazione dell’anima umana alle prese con gli eventi traumatici dell’esperienza bellica e con le domande che la accompagnano. La trama è l’intreccio più delle personalità che delle storie dei diversi soldati americani, sbarcati nel 1942 a Guadalcanal, diversi tra loro e ognuno emblema delle diversità filosofiche e spirituali esistenti. Basilare è il rapporto che si stabilisce tra l’Uomo, sconvolto dai massacri che egli stesso compie, e la Natura, muta testimone della guerra in corso e delle riflessioni che i diveri personaggi compiono. Le battaglie sfoggiano la crudeltà insensata dell’essere umano, ed il conflitto viene spogliato di tutti quei significati artificiali che si creano per dargli senso, motivarlo e spesso elogiarlo, mostrando così vere e proprie carneficine folli, prive di ragione, che vengono combattute tra fratelli della stessa razza, quella umana. Zimmer con la sua musica ci fa dondolare tra la più commossa disperazione e la dolcezza, dovuta al conforto che spesso i soldati traggono dalle bellezze che li circondano (e che possono tramutarsi in loro nemiche) e dai momenti spensierati di riposo. I pensieri dei militari abbaiono per la loro tenerezza e per lo sconforto tipico dei bambini delusi dalla realtà. Ma anche gli occhi del soldato Witt (uno straordinario Jim Caviezel) sono quelli di un fanciullo innocente, che avido cattura la Meraviglia che lo circonda e ne cerca ovunque, anche nelle fasi più drammatiche, rivelandosi l’unico capace di confortare fino alla fine il compagno morente o di aiutare senza indugio l’altro in difficoltà.
L’opera di Malick rivela così un’intenzione prevalentemente riflessiva che può mettere in dubbio le certezze sulla nobiltà della guerra e sulla sua utilità in coloro che più vi credono, se saranno capaci di carpirene ed aprirsi all’immenso messaggio di un film che si presenta intenso e poeticamente sensibile per le capacità di un regista magistrale e di un gruppo di attori coraggiosi che hanno accettato la missione di andare ben oltre l’arte cinematografica, con lo scopo di farsi canale tra lo spettatore e la Bellezza.
Qui vi lascio. Ne ho fatto esperienza e ho parlato. Ora siete liberi di fare lo stesso.

-Nicolò Errico

Vi ricordate quando The Walking Dead era una bella serie?

Prima di iniziare a leggere tenete conto di una cosa: questa non sarà una recensione, ma un semplice sfogo. Siete avvisati.

Ieri sera, nonostante siano anni che dico che questa serie non merita più, mi sono piazzato davanti alla Televisione per vedere la prima puntata della seconda metà della quinta stagione di The Walking Dead. E, come ogni lunedì da 3 anni a questa parte, mi sono chiesto perché mi ostini a seguire questa saga. Sembra che gli autori facciano di tutto per far innervosire i fan di vecchia data. Quelli che si erano innamorati durante la prima e la seconda stagione della profondità di questa serie, dei suoi personaggi, dei suoi zombi. Tutte cose che ora quasi non ci sono più.

Ma cosa ha rovinato questa serie? Semplice, le stagioni troppo lunghe, questi cavolo di insopportabili ed inutili stacchi a metà anno, le puntate fatte solo per prendere tempo, utili alla trama quanto una playstation senza giochi. Siamo lontani anni luce da quel capolavoro che era la prima stagione. Sette episodi uno più bello dell’altro, durante i quali non si poteva respirare che qualcuno moriva, veniva morso o rischiava la vita. Poi è arrivata la seconda stagione, tredici episodi, quell’odiosissimo stacco a metà, ma non si può negare che era scritta bene: piena di colpi di scena, intensa, densa di dialoghi forti e di morti memorabili. E dopo che è successo?

E dopo sono arrivati gli ascolti da record. The Walking Dead ormai è diventata una super serie, seguita anche da quelle persone che fino a qualche anno fa tiravano i sassi ai nerd e consideravano gli zombi una cosetta da bambini. E ovviamente i produttori cosa potevano fare se non cogliere la palla al balzo e aumentare ancora il numero di episodi? Infondo, con un primo piano di quel figone di Daryl e di quella cattivona di Michonne, la morte di qualcuno( i protagonisti no però, perché tirano troppo, al massimo si fa fuori qualcuno più o meno inutile ma simpatico durante i 4 episodi fondamentali, cioè il primo, l’ultimo della prima metà, il primo della seconda metà e l’ultimo della stagione) e l’inserimento di personaggi con il carisma e la profondità di un tostapane si possono tranquillamente riempire tutti i tempi morti. Tempi morti che ci devono essere, perché non si può andare oltre il fumetto, bisogna rispettare un minimo l’opera originale. Se si facessero solo episodi intensi in due stagioni si potrebbe tranquillamente superare la storyline del fumetto, quindi è bene inserire episodi inutili invece che farne direttamente meno. Tanto male che vada questa formula può far arrabbiare qualche nerd, ma basta inserire un paio di episodio girati benissimo, così belli da far scordare i difetti della serie e far tacere le critiche per almeno altre due settimane.

E sapete qual è la cosa che fa innervosire? Che questo modo di gestire le cose funziona, che tutti noi ci ostiniamo a continuare a guardare questa serie, sperando che migliori, soprattutto dopo aver visto questi super episodi che ci danno nuove speranze. The Walking Dead è come un amico che ti ha più e più volte tradito, ma che continui a perdonare, perché ogni tanto mostra segni di pentimento sinceri. Ogni volta pensi che è l’ultima, ma poi ci ricaschi e lo perdoni. Non puoi farci nulla. E infatti sapete che faremo tutti lunedì prossimo, dopo esserci lamentati di questa puntata? Ci ritroveremo di nuovo tutti davanti i nostri pc o le nostre televisioni a vedere l’ennesima puntata di questa saga e a lamentarcene, ricordandoci di quando questa era una bella serie.

-Paolo Riccio

Tarantino influenzato.

In una delle sue più brevi ma dense interviste il giornalista sportivo Federico Buffa, dall’alto della sua immensa cultura cinematografica, ci racconta di come, nel 1984, un italo americano piuttosto massiccio e dal mento particolarmente prominente entrò al 1822 di Sepulveda Boulevard, a Manhattan Beach, in California (che allora recava l’insegna “Video Archives”), e cominciò a parlare di cinema: partendo da Jean Luc Godard fino ad arrivare all’ultima ondata di pellicole americane, il suo discorso era in gran parte mirato a dimostrare il motivo per cui Mario Bava, a quei tempi morto da poco, era senza dubbio da includere nell’Olimpo del cinema internazionale. Venne subito assunto.

L’esordio di Tarantino, tuttavia, é di gran lunga più complesso, e ha la sua origine nel Pussycat, un cinema porno di Torrance in cui il regista lavorava come maschera, dove ha forse visto la luce la sua passione per il feticismo. Ma é al Kim Sing di Los Angeles, il teatro cinese per eccellenza, che Quentin sviluppò gradualmente la sua cultura enciclopedica, guardando quei film che lo avrebbero ispirato e gli avrebbero fornito gli spunti maggiori per i suoi lungometraggi più famosi, compresa la sua prima e discussa pellicola, Reservoir Dogs (Le Iene). Egli prese parte della trama da City On Fire, uno dei capisaldi del cinema di Hong Kong degli ultimi venti anni (che con il film di Tarantino ha in comune anche lo stallo alla messicana finale) e il titolo da un capolavoro del cineasta Louis Malle, Au revoir les enfants. Il francese del regista italo americano, tuttavia, non era buono quanto le sue competenze cinematografiche, e “au revoir” diventò ben presto “reservoir”, cui egli unì Straw Dogs, titolo di un magnifico thriller di Sam Peckinpah, già maestro del western all’americana. Tuttavia, per stessa ammissione di Tarantino, le influenze de Le Iene non terminano qui e si estendono fino al cinema italiano degli anni 70, con quel già citato Mario Bava che era stato visionario regista del pulp Cani Arrabbiati, vero e proprio precursore del genere. Si narra infatti di come un suo amico, dopo aver visto per la prima volta il film di Bava, abbia detto: “Ehi Quentin, questo film dovevano chiamarlo Le Iene 2!”. Un’affermazione sbagliata, viste le date di produzione dei due capolavori, ma a suo modo profondamente veritiera.

Sulla scia del successo del suo primo film, dovuto soprattutto alle vendite dell’home video, Tarantino si isolò in ritiro spirituale ad Amsterdam, e con l’aiuto dell’amico Roger Avery firmò la sua seconda sceneggiatura ufficiale. Il risultato fu Pulp Fiction, crogiuolo di ispirazioni noir quali Hitchcock, Siegel e Godard e riferimenti al cinema d’exploitation anni ’70 e ’80, che Quentin vide come una più elegante incarnazione dei suoi gusti “poco raffinati”. Il film, tuttavia, venne inizialmente rifiutato dal produttore Mike Medavoy, perché non coerente con l’idea clintoniana di ridurre le sparatorie e la violenza nei film. Inutile dire che fu proprio questo il motore che spinse Pulp Fiction al successo. Si é visto quindi come, tra i vari omaggi riscontrabili nel cinema di Tarantino non mancò mai quello alle produzioni di nicchia anni 70, che il regista italo americano e Robert Rodriguez, suo pupillo dai tempi di Four Rooms, erano soliti vedere a casa di Quentin.

Da questi incontri nacque Grindhouse-A prova di morte, film del 2007 che costituisce solo uno dei due segmenti della serie completata da Planet Terror, diretto appunto da Rodriguez, che firmò anche la sceneggiatura. Già il titolo chiarisce l’influenza subita dai due registi da parte di un cinema dai più fortemente criticato: le grindhouse erano, infatti, le sale cinematografiche in cui venivano proiettati, nei lontani anni 50, i film di serie B, di cui A prova di morte e Planet Terror costituiscono dei veri e propri revival. Magistrale in questo senso l’opera di Rodriguez, in cui, per amplificare la resa “antichizzata”, furono letteralmente tagliate delle scene, per simulare delle bobine mancanti. Nel capitolo del film diretto da Tarantino si può inoltre cogliere un riferimento, più o meno esplicito, a “Quel maledetto treno blindato”, produzione italo americana del 1978 di cui il maestro del pulp si é dichiarato un profondo ammiratore. In una celebre scena tarantiniana, infatti, due auto si scontrano accompagnate dalle incalzanti note di Hold Tight, mentre la sequenza é sviscerata e riproposta da punti di vista differenti (come avviene in un quadro di Picasso), parallelamente a quanto accadeva nelle scene di guerra della pellicola di Enzo Castellari. Oltre a fare sua questa tecnica, però, Tarantino opera una vera e propria selezione tra le varie dinamiche degli inseguimenti utilizzate tra gli anni ’70 e gli anni ’90, finendo col preferire le prime in quanto desideroso di ricreare le emozioni causate dall’assenza degli effetti speciali. La predilezione del celebre regista per il cinema italiano, però, non si limita solo ai sottovalutati B-movies. Il grande Sergio Corbucci era infatti già nel mirino di Tarantino quando nel 2012 la produzione del film Django Unchained, con i suoi 430 milioni di dollari incassati, venne dedicata a uno dei capolavori degli spaghetti western. Il film del regista italo americano, accompagnato anche dalle musiche di Bacalov, scritte per il Django di Corbucci (uscito nel 1966), offre una cruda rappresentazione della schiavitù nel profondo sud degli Stati Uniti, con scene di fustigazione e di estrema violenza, riprese in parte dall’opera del regista italiano.

A discapito di ciò che si potrebbe pensare, però, la passione di Tarantino per i western all’italiana degli anni sessanta lo aveva influenzato già nel 1992 quando, nel film Le Iene, la scena del taglio dell’orecchio veniva ripresa esattamente dal Django originale, che aveva reso Franco Nero uno dei più famosi attori di film western a livello internazionale. Il pistolero italiano, famoso in tutto il mondo, compare inaspettatamente anche nel film di Tarantino nelle vesti di un proprietario terriero che, in uno scambio di battute con il nuovo Django, afferma di sapere come si pronuncia il suo nome (la “d” è muta) per sottolineare ancora una volta l’omaggio al capolavoro di Corbucci in cui lui interpretava la stessa parte. Django é, tuttavia, il frutto di un salto all’indietro di quasi cent’anni, operato da Tarantino in seguito alla produzione del pluripremiato Inglourious Basterds, in cui il regista, perennemente innamorato della sua radice italiana, aveva reso omaggio al già citato “Quel maledetto treno blindato” di Castellari, uscito negli Stati Uniti sotto il titolo di “Inglorious Bastards”. Il film di Quentin, tuttavia, non va tanto visto come una copia spudorata di quest’ultimo in quanto, per stessa ammissione del regista, esso era stato ideato come una fusione tra il film di Castellari e “Quella sporca dozzina” di Alrich, in una rete di rimandi e citazioni che sembra non avere fine (come la voluta storpiatura di Inglorious Bastards nel grammaticamente scorretto Inglourious Basterds). Non c’è da meravigliarsi, quindi, se il titolo di un capitolo del film, “Once upon a time in Nazi occupied France”, si rifaccia a quello di “C’era una volta nel West” di Sergio Leone, maestro già omaggiato in una delle scene finali di Django Unchained.

È bene chiarire, tuttavia, che il recente avvicinamento di Tarantino alle ambientazioni storiche (che pure era avvenuto senza abbandonare le sue tipiche tonalità pulp), non si limita ad una semplice successione di eventi, ma è attento all’ideale di Truffaut secondo cui, tra la menzogna organizzata e la realtà confusa, si va sempre per la menzogna organizzata.

Gaetano Ferrante – Alba Melchiorre

In time: una recensione.

Non capita tutti i giorni di trovare film che sappiano mettere in crisi le tue convinzioni o modificare l’approccio che hai verso la realtà. Andrew Niccol è uno di quei registi capaci che ci riescono, mostrando al pubblico poche ma preziose perle del cinema.

La sua ultima produzione (completata, poiché s’avvicina l’uscita del suo nuovo film, ancora non terminato) risale al 2011 e s’intitola “In Time”. Per descriverlo bisognerebbe analizzare i diversi settori in cui s’addentra: socio-politico, filosofico, edonistico (il semplice intratteni-mento) e cinematografico.

“In Time” è un film sulla crisi economica e sociale che affligge ormai da quasi cinque anni il mondo intero, portandocela sullo schermo con una trama originale e straordinaria che non è altro che una metafora della realtà. La morte sempre imminente sulle classi medio-basse (di cui se ne caricherà le sorti il coraggioso e onesto Justin Timberlake nella parte di un nuovo Robin Hood) crea un’atmosfera di perenne strangolamento, come se per tutto il film non si facesse altro che camminare sul filo del rasoio. Qui è tutto dovuto ad un orologio biologico interno ad ogni individuo che ne causa la morte in caso di mancato versamento di nuovo tempo (che si guardagna col lavoro e si spende per comprare), ma nella realtà possiamo facilmente incollare questa visione di continua instabilità e rischio sulle vite di tutti i giorni degli operai e dei lavoratori meno retribuiti e col posto di lavoro mai certo. Il mondo affannato e oppresso della “plebe” contrasta con quello agiato della classe più alta, di coloro che di tempo ne hanno in quantità, fino a risultare essere veri e propri immortali. La trama ha una chiara visione realista e priva di schemi politici sull’attualità, ma il messaggio è chiaro: rendere giustizia in un mondo giusto. Ed è quello lo scopo che il regista segue per tutta la durata con l’accortezza e l’imparzialità di un giornalista pieno di ideali e amore per la verità. Tutto questo entra in armonia con un elemento che altrimenti sarebbe fortemente di contrasto: il genere fantascientifico del film. La trama infatti cattura fin dall’inizio con il travolgimento tipico di un film d’azione ben costruito, con una trama solida, interessante, una regia eccellente che non esagera superando i limiti del budget (40 milioni di dollari) e rendendone scadente la produzione per, bensì ne fa un uso talmente buono da partorire un prodotto ben fatto, per non dire straordinario. Il cast colpisce per la sua unità, dovuta sia all’età approssimativamente uguale tra tutti e all’evidente affiatamento di un gruppo che sa qual è lo scopo del film che stanno facendo, guidato da un regista bravo e degno delle loro migliori prestazioni. Un film che racchiude dentro di sé chiare verità attualistiche, ammonimenti sociali, bravura recitativa e cinematografica e adrenalina pura, forse con un fondo di consolazione per coloro che vivono nella condizione descritta: è più interessante, più intensa, più passionale, più appassionata e più significativa una vita povera vissuta in mezzo alla Realtà che una trascorsa in cima al piedistallo, in una dimensione (magnificamente esposta da una sorprendente Amanda Seyfried) di tediante, sonnolenta e distaccata opulenza.

Nicolò Errico