UNITA’ (?) d’ITALIA e QUESTIONE MERIDIONALE

Il Sud del nostro Paese è noto per essere terra di generosità e di accoglienza, ma anche di forti contraddizioni. Da dove derivano le sue problematiche? Qual era la sua realtà politica, sociale, culturale ed economico-finanziaria prima del biennio 1860-1861? Il travagliato processo di unificazione, che fu condotto dal Regno di Sardegna, costituì una conquista/annessione o una liberazione? Perché si parla di “questione meridionale”? Ebbene, nel rispondere a tali domande, questo articolo vuole contribuire a togliere quel pesante velo di omertà che la retorica della fase post-unitaria ha steso su una parte fondamentale della nostra storia nazionale. Sapevate che il Regno delle Due Sicilie (lo Stato sovrano che, sotto la corona della dinastia dei Borbone, unì il Regno di Napoli e il Regno di Sicilia dal 1816 al 1861) fosse, fino al momento dell’aggressione da parte del Regno sardo-piemontese, uno dei Paesi maggiormente industrializzati del mondo (terzo, dopo le potenze imperiali di Inghilterra e Francia)? Sapevate che la “burocrazia borbonica”, intesa come caotica, inefficiente, oppressiva, non è mai esistita, e che gli specialisti inviati nelle Due Sicilie, “per rimettervi ordine”, dal governo di Camillo Benso di Cavour, riferirono di un “mirabile organismo finanziario” in una relazione che voleva essere “una lode sincera e continua”? Avete mai pensato al fatto che le truppe dell’esercito piemontese, in nome dell’unità nazionale, ebbero il diritto di saccheggio sulle città meridionali? E che, nelle rappresaglie, si concessero la libertà di stupro sulle donne meridionali, cancellarono per sempre molti paesi, in operazioni “anti-terrorismo”, e praticarono anche la tortura sui prigionieri? Immaginavate che il primo governo dell’Italia unificata avesse imposto una tassa aggiuntiva sulle popolazioni del Meridione, con lo scopo di compensare le spese della guerra di conquista del Sud, che non fu nemmeno preceduta da una dichiarazione formale? Oltre a quest’ultimo, i primi atti del governo dell’Italia unita decretarono lo smantellamento della quasi totalità del settore siderurgico, artigianale e portuale delle regioni meridionali, per mettere le basi dello sviluppo economico che ha interessato le regioni settentrionali dagli anni Settanta e Ottanta dell’Ottocento. Tutto ciò portò a una reazione della società meridionale, che trovò la sua massima espressione nel fenomeno del “brigantaggio”. Esso può essere descritto come un movimento di resistenza in armi, guidato prevalentemente da ex-ufficiali dell’esercito borbonico (fra cui il Sergente Romano), che fu combattuto in tutto il Sud dall’esercito del Regno d’Italia nel corso degli anni Sessanta dell’Ottocento, per essere, infine, sconfitto. Fra i centri maggiormente interessati dagli avvenimenti legati al “brigantaggio”, ricordiamo Gioia del Colle, in Puglia, e Pizzo, in Calabria, due realtà oggi attanagliate dalla piaga della criminalità organizzata. Ciò significa che il Sud continua a pagare, in molti modi, gli errori di tale passato. Per trattare un tema di strettissima attualità, si può citare il tragico esempio della “terra dei fuochi”, le campagne di diverse zone dell’entroterra napoletano e casertano che, dagli anni Novanta del secolo scorso, con la primaria responsabilità delle mafie e con la cecità (o complicità?) delle istituzioni nazionali e locali, sono diventate l’immensa discarica degli scarti industriali del Nord economicamente progredito. A questo punto, sorgono spontanee alcune domande: per quanto tempo ancora si continuerà a parlare di “questione meridionale”? Oggi, le popolazioni del Sud possono dire di avere veramente uno Stato? Probabilmente, questi quesiti troveranno una risposta quando sarà riconosciuta la verità storica. Per iniziare, ricordiamoci della “fedelissima” Civitella del Tronto e delle vicende che interessarono tale borgo tra il 20 ed il 22 marzo del 1861.

-Federico Gargano Jacopo di Francesco

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