Recensione fumetto Dylan Top. Topolino è tornato alla grandezza?

Eh si, perché non so se avuto anche voi questa percezione, ma Topolino ha avuto un momento di crisi. Non so se ero io che crescevo, o il target di pubblico di questo fumetto che era cambiata rispetto al me di 10 anni che esce da scuola e a malapena riesce ad arrivare al bancone dell’edicola. Ma i temi erano cambiati, le battute non mi facevano così ridere, le parole erano cambiate. Insomma, secondo me aveva perso di mordente. Per tanti anni, in una sorta di amore/odio ho evitato a malincuore la lettura di Topolino, ben sapendo che mi sarei annoiato. Come un fidanzato che dopo il boom iniziale dell’innamoramento si sente un po’ a disagio, temendo di scadere nella routine e nella noia, così io mi trovavo in quello strano limbo di imbarazzo davanti ad un fumetto di Topolino. Tanto amato prima, quanto tenuto a distanza ora. Poi, qualche mese fa vedo fuggevolmente un post su Facebook, in cui si annunciava la prossima parodia Disney di Dylan Dog. Ora, io ho letto davvero tanto di Dylan Dog, e pur non essendo un fan accanito, l’idea mi intrigava molto. Sarebbe uscito la settimana del 9 marzo.
Mercoledì, mi trovo davanti l’edicola. Ma come un innamorato timido davanti la donna che ama, non mi decidevo a farmi avanti. Passeggio un po’, ma ancora non ho tanto coraggio. E se dovesse deludere le mie aspettative? Saprei sopravvivere allo sconforto? Così rimando. Fino a martedì, quando la paura di non ritrovarlo più mi attanagliava più di qualsiasi altra cosa. Dopo qualche altro tentennamento, lo compro, e lo leggo. La prima storia è una parodia de L’isola del tesoro di Robert L. Stevenson. Davvero molto godibile e resa perfettamente. Salto tutto il resto, arrivando a quello che mi interessava. “Dylan Top in: L’alba dei topi invadenti.” Non vi racconto la trama, quella più o meno gira da tempo su internet. La sceneggiatura della storia, simile ma al tempo stesso abbastanza diversa del corrispettivo “L’alba dei morti viventi”, è davvero interessante, con diversi colpi di scena. Naturalmente, l’originale atmosfera dark viene adattata al pubblico del fumetto Disney, ma non per questo perde mai di mordente o di interesse, infatti non scade mai nel patetico. Ci sono anche diverse sottigliezze, come il sempre in costruzione modellino di galeone di Dylan Dog che diventa un puzzle dello Steamboat Willie (il cartone animato del 1928 in cui fece esordio Topolino). Oltre a tutto questo, non manca la comicità tipicamente Disney.

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I personaggi trasposti nell’universo disneyano sono perfetti, non si potrebbe eccepire nulla in quelle scelte. La ragione è presto spiegata, come spiega anche il sempre ottimo sceneggiatore Tito Faraci (sceneggiatore anche di alcune storie di Dylan Dog). Ci sono tante somiglianze tra i due detective, come avere “un amico bislacco (Groucho – Pippo) e un amico poliziotto in gamba e rispettato (Ispettore Bloch – commissario Basettoni), e questo a sua volta ha un braccio destro non molto affidabile (Jenkins – ispettore Manetta).”. Avrei da ridire soltanto su Minni, personaggio che del resto è sempre così scialbo. Non dirò altro, se non: compratelo, rubatelo, quello che volete voi, ma leggetelo.

-Lorenzo Olivieri

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Recensione : “X” (Ed Sheeran, 2014)

Da artista di strada a star internazionale, il cantautore inglese classe ’91 Ed Sheeran è decisamente uno dei nomi più presenti nel panorama musicale odierno. Il suo ultimo album “ X “ ha venduto più di 600.000 copie conquistando il disco di platino.
I temi ruotano in gran parte attorno all’amore, colonna portante della sua produzione artistica, ma ogni traccia si colora di una sfumatura propria passando dai ricordi ( “Photograph”), alla lontananza da casa e dagli affetti ( “One” e “Nina”), all’alcool ( “Sing” ) fino a giungere alla malattia ( “Afire love” ).
Le sonorità spaziano dal funky, al rhythm and blues all’hip hop soul, ma, così come per le tematiche, sono sempre accompagnate dall’impronta pop tipicamente inglese. La caratteristica che più contraddistingue questo ragazzo è, però, l’inconfondibile binomio voce-chitarra che lo rende indipendente da qualsiasi strumento, sia in studio che live. L’unico accompagnamento che si concede è una pedaliera Loop Station che registra e riproduce campionamenti prodotti un momento prima.
La critica lo ritiene, al pari di Bruno Mars, uno dei “Self-made artists” più promettenti del decennio e il successo è senza dubbio meritato, complici la sua umiltà, la sua simpatia e la passione per la sua musica.

Tracce :
1) One.
2) I’m a mess.
3) Sing.
4) Don’t.
5) Nina.
6) Photograph.
7) Bloodstream.
8) Tenerife Sea.
9) Runaway.
10) The Man.
11) Thinking out Loud.
12) Afire Love.

Curiosità :
– Sebbene non sia scritto sulla copertina, il titolo dell’album è “ Multiply” e non “ X “.
– E’ presente sul mercato una versione estesa, che comprende i brani “Take it back”, “Shirtsleeves”, “Even my dad does sometimes”, “I see fire” e “All of the stars”. Queste ultime due sono colonne sonore rispettivamente de “ Lo Hobbit : La desolazione di Smaug” e di “ Colpa delle stelle”.
– Ad aiutare Ed nello scegliere le tracce da inserire nell’album ufficiale è stata Taylor Swift, molto amica del cantante.
– La traccia “Afire love” è dedicata al nonno, malato di Alzheimer e morto recentemente.

-Gianpiero Meco

Recensione: Fortapàsc (Marco Risi, 2009)

Ci sono esseri meschini che coprono la verità e Uomini coraggiosi che la cercano. Giancarlo Siani è uno di questi eroi. A raccontarci l’ascesa di questo giovane giornalista napoletano e la sua morte è il regista Marco Risi nel film “Fortapàsc” (2009). Un cinema non fine a se stesso, ma un film di denuncia, uno di quelli veri, come pochi registi sanno regalare al pubblico, troppo spesso concentrato su cinepanettoni e megaproduzioni commerciali. Qui parliamo di cast e produttori consapevoli, consenzienti e convinti della storia che vanno a narrare, una sorta di idealismo puro, quasi politico (ma senza schierarsi se non dalla parte dell’Obiettività), che spinge ognuno a dare il meglio per uno scopo comune. E’ l’aria che si respira in “Fortapàsc”, un film che cerca giustizia con la stessa determinazione del temerario ma solare Siani, interpretato da un magnifico Libero De Rienzo. Nella Napoli del 1985 si sta combattendo una terribile guerra per il predominio di Torre Annunziata. A contendersi il territorio (che nelle immagini sembra appena uscito da una guerra devastante) sono temibili gruppi di camorristi, con capi e luogotenenti che s’allontanano da quelli di “Gomorra” di spietati uomini d’affari, ma che si avvicinano per atteggiamento e fasto a veri e propri monarchi. In mezzo a questo “conflitto civile” Giancarlo indaga, quasi inconsapevolmente, sui rapporti tra la giunta comunale e i clan del luogo. La sua ricerca è per lo più solitaria ed ostacolata, nonostante l’appoggio di poche oneste persone, come il capitano dei carabinieri Sensales o il suo migliore amico Rico. Ma sul suo cammino pesta i piedi di troppe persone che non esiteranno ad ordinarne l’esecuzione. Risi scherza in modo macabro sul parellelismo che c’è tra mafia e stato (da ricordare il frammento in cui parallelamente avvengono un incontro tra capi-clan ed un dibattito comunale tra politici in cui entrambi mostrano gli stessi atteggiamenti), realizza un film convincente, originale, che dimostra così un’identità propria nel filone del cinema di stampo storico-giornalistico. L’Italia che si vede è un’Italia piena di brave persone, sopraffatte però da troppi egoisti e crudeli che mirano solo ai propri interessi. E alla fine del film Siani sorride ai suoi esecutori, forse perché d’altronde per essere un eroe in Italia devi essere prima di tutto morto.

-Nicolò Errico

Recensione: La sottile linea rossa

“Cos’ è questa guerra stipata nel cuore della natura? Perché la natura lotta contro se stessa? Perché la terra combatte contro il mare? C’è forza vendicativa nella natura. ”
Un film non di guerra, ma SULLA guerra; così il regista texano Terrence Malick s’impone definitivamente con indiscussa maestria e potenza nel cinema internazionale presentando quel capolavoro che è “La Sottile Linea Rossa”. Un cast stellare per una regia stellare con una colonna sonora stellare ed un copione stellare. Uscendo dalle motivazioni politiche della seconda guerra mondiale, Malick ci accompagna nell’esplorazione dell’anima umana alle prese con gli eventi traumatici dell’esperienza bellica e con le domande che la accompagnano. La trama è l’intreccio più delle personalità che delle storie dei diversi soldati americani, sbarcati nel 1942 a Guadalcanal, diversi tra loro e ognuno emblema delle diversità filosofiche e spirituali esistenti. Basilare è il rapporto che si stabilisce tra l’Uomo, sconvolto dai massacri che egli stesso compie, e la Natura, muta testimone della guerra in corso e delle riflessioni che i diveri personaggi compiono. Le battaglie sfoggiano la crudeltà insensata dell’essere umano, ed il conflitto viene spogliato di tutti quei significati artificiali che si creano per dargli senso, motivarlo e spesso elogiarlo, mostrando così vere e proprie carneficine folli, prive di ragione, che vengono combattute tra fratelli della stessa razza, quella umana. Zimmer con la sua musica ci fa dondolare tra la più commossa disperazione e la dolcezza, dovuta al conforto che spesso i soldati traggono dalle bellezze che li circondano (e che possono tramutarsi in loro nemiche) e dai momenti spensierati di riposo. I pensieri dei militari abbaiono per la loro tenerezza e per lo sconforto tipico dei bambini delusi dalla realtà. Ma anche gli occhi del soldato Witt (uno straordinario Jim Caviezel) sono quelli di un fanciullo innocente, che avido cattura la Meraviglia che lo circonda e ne cerca ovunque, anche nelle fasi più drammatiche, rivelandosi l’unico capace di confortare fino alla fine il compagno morente o di aiutare senza indugio l’altro in difficoltà.
L’opera di Malick rivela così un’intenzione prevalentemente riflessiva che può mettere in dubbio le certezze sulla nobiltà della guerra e sulla sua utilità in coloro che più vi credono, se saranno capaci di carpirene ed aprirsi all’immenso messaggio di un film che si presenta intenso e poeticamente sensibile per le capacità di un regista magistrale e di un gruppo di attori coraggiosi che hanno accettato la missione di andare ben oltre l’arte cinematografica, con lo scopo di farsi canale tra lo spettatore e la Bellezza.
Qui vi lascio. Ne ho fatto esperienza e ho parlato. Ora siete liberi di fare lo stesso.

-Nicolò Errico

Vi ricordate quando The Walking Dead era una bella serie?

Prima di iniziare a leggere tenete conto di una cosa: questa non sarà una recensione, ma un semplice sfogo. Siete avvisati.

Ieri sera, nonostante siano anni che dico che questa serie non merita più, mi sono piazzato davanti alla Televisione per vedere la prima puntata della seconda metà della quinta stagione di The Walking Dead. E, come ogni lunedì da 3 anni a questa parte, mi sono chiesto perché mi ostini a seguire questa saga. Sembra che gli autori facciano di tutto per far innervosire i fan di vecchia data. Quelli che si erano innamorati durante la prima e la seconda stagione della profondità di questa serie, dei suoi personaggi, dei suoi zombi. Tutte cose che ora quasi non ci sono più.

Ma cosa ha rovinato questa serie? Semplice, le stagioni troppo lunghe, questi cavolo di insopportabili ed inutili stacchi a metà anno, le puntate fatte solo per prendere tempo, utili alla trama quanto una playstation senza giochi. Siamo lontani anni luce da quel capolavoro che era la prima stagione. Sette episodi uno più bello dell’altro, durante i quali non si poteva respirare che qualcuno moriva, veniva morso o rischiava la vita. Poi è arrivata la seconda stagione, tredici episodi, quell’odiosissimo stacco a metà, ma non si può negare che era scritta bene: piena di colpi di scena, intensa, densa di dialoghi forti e di morti memorabili. E dopo che è successo?

E dopo sono arrivati gli ascolti da record. The Walking Dead ormai è diventata una super serie, seguita anche da quelle persone che fino a qualche anno fa tiravano i sassi ai nerd e consideravano gli zombi una cosetta da bambini. E ovviamente i produttori cosa potevano fare se non cogliere la palla al balzo e aumentare ancora il numero di episodi? Infondo, con un primo piano di quel figone di Daryl e di quella cattivona di Michonne, la morte di qualcuno( i protagonisti no però, perché tirano troppo, al massimo si fa fuori qualcuno più o meno inutile ma simpatico durante i 4 episodi fondamentali, cioè il primo, l’ultimo della prima metà, il primo della seconda metà e l’ultimo della stagione) e l’inserimento di personaggi con il carisma e la profondità di un tostapane si possono tranquillamente riempire tutti i tempi morti. Tempi morti che ci devono essere, perché non si può andare oltre il fumetto, bisogna rispettare un minimo l’opera originale. Se si facessero solo episodi intensi in due stagioni si potrebbe tranquillamente superare la storyline del fumetto, quindi è bene inserire episodi inutili invece che farne direttamente meno. Tanto male che vada questa formula può far arrabbiare qualche nerd, ma basta inserire un paio di episodio girati benissimo, così belli da far scordare i difetti della serie e far tacere le critiche per almeno altre due settimane.

E sapete qual è la cosa che fa innervosire? Che questo modo di gestire le cose funziona, che tutti noi ci ostiniamo a continuare a guardare questa serie, sperando che migliori, soprattutto dopo aver visto questi super episodi che ci danno nuove speranze. The Walking Dead è come un amico che ti ha più e più volte tradito, ma che continui a perdonare, perché ogni tanto mostra segni di pentimento sinceri. Ogni volta pensi che è l’ultima, ma poi ci ricaschi e lo perdoni. Non puoi farci nulla. E infatti sapete che faremo tutti lunedì prossimo, dopo esserci lamentati di questa puntata? Ci ritroveremo di nuovo tutti davanti i nostri pc o le nostre televisioni a vedere l’ennesima puntata di questa saga e a lamentarcene, ricordandoci di quando questa era una bella serie.

-Paolo Riccio

Recensione: Kiashan – la rinascita

“Kyashan: la Rinascita” (misteriosa traduzione italiana del titolo originario “Casshern”) è uno di quei film che o ami o lo rigetti. E l’amore che si può provare per questo è un amore molto “difficile”. Sarà la sua lunghezza (2 ore e mezza), sarà la complessità della sua trama dal sapore molto shakesperiano, sarà la forte drammaticità in cui lo spettatore annaspa dalla prima all’ultima sequenza, fatto sta che è molto difficile carpire l’ingegno ed il sentimento di questo regista (Kazuaki Kiriya), alle prese col suo primo film. Per essere il primo, si può benissimo affermare che il lavoro è ottimo. Utilizzando tecnologie per gli effetti speciali importate dagli Stati Uniti, il film si presenta come un’innovazione del modus operandi dell’industria cinematografica asiatica, ora molto vicina a superare quella d’occidente.
La dimensione cyber-steam-punk della storia è incredibilmente affascinante: alle ambientazioni e mezzi estremamente futuristici ne vengono accostati altri di stampo anni ’30 durante l’impero giapponese (le armi non-automatiche, le automobili e le divise militari di stampo nazista sono ispirate a quegli anni), creando una miscela tale da conferire unicità ed identità al film. La colonna sonora ha del fenomenale per la sua originalità e per la perfetta armonia con cui si distende per la pellicola, tergendola di bellezza anche musicale.
Alla magnificenza di regia (che s’ispira al dramma teatrale per i dialoghi e agli anime per le epiche scene di battaglia), a quella del sonoro e a quella della fotografia (molto attenta, dovuta all’esperienza del regista, che ha iniziato come fotografo per album musicali e moda), si aggiunge la sorprendente bravura di un gruppo di giovani attori (per lo più ex-modelli usati da Kazuaki nei suoi servizi), affiatati e compatti, e di vecchi, pregni di personalità unica, che riescono a caricare il film di passione travolgente, sentimento delicato, disperazione straziante e malinconica poesia.
Il film gioca anche sui colori, ora in bianco e nero nelle zone di guerra, ora colorate fino al paradisiaco nella pace, e sulla luce, dal cupo più tetro al solare più sereno.
Le scene dei massacri razziali non possono lasciare indifferenti gli spettatori, come non può farlo neanche l’intricata e violenta storia familiare del protagonista.
Insomma, un film denso che può stravolgere la pazienza dello spettatore…o la sua anima.

Nicolò Errico

In time: una recensione.

Non capita tutti i giorni di trovare film che sappiano mettere in crisi le tue convinzioni o modificare l’approccio che hai verso la realtà. Andrew Niccol è uno di quei registi capaci che ci riescono, mostrando al pubblico poche ma preziose perle del cinema.

La sua ultima produzione (completata, poiché s’avvicina l’uscita del suo nuovo film, ancora non terminato) risale al 2011 e s’intitola “In Time”. Per descriverlo bisognerebbe analizzare i diversi settori in cui s’addentra: socio-politico, filosofico, edonistico (il semplice intratteni-mento) e cinematografico.

“In Time” è un film sulla crisi economica e sociale che affligge ormai da quasi cinque anni il mondo intero, portandocela sullo schermo con una trama originale e straordinaria che non è altro che una metafora della realtà. La morte sempre imminente sulle classi medio-basse (di cui se ne caricherà le sorti il coraggioso e onesto Justin Timberlake nella parte di un nuovo Robin Hood) crea un’atmosfera di perenne strangolamento, come se per tutto il film non si facesse altro che camminare sul filo del rasoio. Qui è tutto dovuto ad un orologio biologico interno ad ogni individuo che ne causa la morte in caso di mancato versamento di nuovo tempo (che si guardagna col lavoro e si spende per comprare), ma nella realtà possiamo facilmente incollare questa visione di continua instabilità e rischio sulle vite di tutti i giorni degli operai e dei lavoratori meno retribuiti e col posto di lavoro mai certo. Il mondo affannato e oppresso della “plebe” contrasta con quello agiato della classe più alta, di coloro che di tempo ne hanno in quantità, fino a risultare essere veri e propri immortali. La trama ha una chiara visione realista e priva di schemi politici sull’attualità, ma il messaggio è chiaro: rendere giustizia in un mondo giusto. Ed è quello lo scopo che il regista segue per tutta la durata con l’accortezza e l’imparzialità di un giornalista pieno di ideali e amore per la verità. Tutto questo entra in armonia con un elemento che altrimenti sarebbe fortemente di contrasto: il genere fantascientifico del film. La trama infatti cattura fin dall’inizio con il travolgimento tipico di un film d’azione ben costruito, con una trama solida, interessante, una regia eccellente che non esagera superando i limiti del budget (40 milioni di dollari) e rendendone scadente la produzione per, bensì ne fa un uso talmente buono da partorire un prodotto ben fatto, per non dire straordinario. Il cast colpisce per la sua unità, dovuta sia all’età approssimativamente uguale tra tutti e all’evidente affiatamento di un gruppo che sa qual è lo scopo del film che stanno facendo, guidato da un regista bravo e degno delle loro migliori prestazioni. Un film che racchiude dentro di sé chiare verità attualistiche, ammonimenti sociali, bravura recitativa e cinematografica e adrenalina pura, forse con un fondo di consolazione per coloro che vivono nella condizione descritta: è più interessante, più intensa, più passionale, più appassionata e più significativa una vita povera vissuta in mezzo alla Realtà che una trascorsa in cima al piedistallo, in una dimensione (magnificamente esposta da una sorprendente Amanda Seyfried) di tediante, sonnolenta e distaccata opulenza.

Nicolò Errico