riflessioni semiserie.

Un doloroso disastro. Se volessero fare una fiction su rai2 di quelle che fanno il martedì sera divise in due parti sulla mia prima giornata di università, sarebbe questo il titolo migliore.
Partiamo dalla mattina. ancora in fase rem prendo il pullman che mi viene indicato. Anche l’intestazione corrisponde. L’Aquila. Felice e un po’ emozionato, ignaro di quello che mi sarebbe accaduto salgo, per la prima volta su un pullman a due piani. Eccitatissimo alla sola idea (del pullman a due piani, non dell’università) prendo le scalette e vado al piano superiore, e qui penso a tutto tranne al fatto che il pullman potrebbe portarmi in un’altra facoltà. Anzi, ci penso, ma bollo questa teoria come eretica. Quando l’autista con voce dall’oltretomba urla: “università!”, scendo, anche se il posto mi sembra fatalmente diverso dall’ultima volta.

Che abbiano abbattutto tutto il centro per lasciare spazio al deserto? Perché ho quello intorno.
Comincio a camminare, verso la direzione che mi sembra più logica. Chiedo informazioni a quello che mi sembra un indigeno, che alla domanda: “sa dov’è Via Nizza.” risponde: “Venezia?”
“No, VIA NIZZA. Dove sta la facoltà di lettere e filosofia.”
“Non abbiamo università qui.”
E qui mi comincio a porre domande filosofiche, del tipo:
– Chi sono?
– Dove stiamo andando?
– Da dove veniamo?
Vado avanti e fermo un altro.
Ma ferma prima lui me, e prima che gli potessi chiedere mi fa: “scusi, dove sta l’università?”
Lo guardo con la morte negli occhi e nell’animo, lo lascio molto cinicamente ma con sconforto nel cuore e lo guardo mentre lentamente si accascia a terra e vado avanti.
E qui vorrei aprire una parentesi.
Ma ci sono autoctoni a L’Aquila?
Io non credo. Ho trovato solo universitari originari dello Zimbabwe, immigrati dalla Turkmenia e altre 25 etnie tranne quella aquilana. Perché di solito si va via da una città terremotata, mentre qui sembra che gli indigeni siano spariti e la città sia stata occupata da invasori.
Cammino, e come un filologo riesco a mettere insieme diverse teorie, e grazie a voci di corridoio e stralci di notizie, arrivo e vedo da lontano l’edificio bianco dell’università.  Relativa pace, per tutta la lezione.
Quando esco, vado verso quella che pensavo fosse la fermata. Ovviamente del pullman per Teramo nessuno ha mai sentito parlare. Chiedo almeno per una biglietteria, ma mi guardano tutti chiedendomi il significato della parola “biglietteria”. Poi la trovo. A 25 minuti dal passaggio del pullman. Ma le partenze dei mezzi di trasporto, in Abruzzo, come in Marocco, nei paesi arabi e a Napoli, sono molto flessibili, e soggetti a cambiamenti in base all’umore dell’autista, così possono diventare 15 minuti o 15 giorni. Entro con fretta in biglietteria, e ci sono due persone. La bigliettaia ha una voglia di lavorare pari a 9 nella scala Rosaria. Rosaria è un’amica di famiglia nota per la sua voglia di lavorare, celebre per aver lavorato meno di un dipendente dell’ASL ammalato. Ecco, in una scala da 1 (lavoratore stacanovista) ad Rosaria (cioè 10) la bigliettaia arrivava quasi al massimo, cioè 9. Ha perso tempo raccontando delle vacanze in Giappone della fidanzata bellissima di un suo amico e della fantastica gita ad Alberobello di sua zia Enrica, consigliando a me e all’altro avventore soprattutto l’ultima destinazione. Il tempo di passaggio del pullman si era abbassato nel frattempo a soli 20 minuti reali, e dovevo anche camminare per 6 km per la fermata. A 15 minuti dal momento X comincio a correre per i 6 km, e arrivo fortunatamente poco prima del passaggio. Qui diversi mi scambiano per aquilano, chiedendomi se fosse passato il numero 7 per Paganica o il 6b per Ariccia, confermando la mia teoria della non esistenza dell’aquilano. Il pullman ha ritardato di 10 minuti, e ad un certo punto ho cominciato  a vedere San Berardo e Sant’Antonio che mi intimavano di tornare sulla retta via, andare nella mia città all’universita e lasciare quel posto dimenticato dal Signore.

Forse avevano ragione.

Ci ribecchiamo.

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-uno studente poco serio

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