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Siamo tutti Charlie con l’Hebdo degli altri.

VI ricordate quando qualche mese fa eravamo tutti Charlie? Quando difendevamo la liberta di espressione, anche se questa libertà poteva essere scomoda, fastidiosa, sfruttata o male interpretata? Come fare a scordarlo! Ed è bello vedere come tutto quel movimento sia andato in fumo, riportandoci alle nostre bellissime esistenze ipocrite. Perché in questi giorni stiamo assistendo proprio alla fiera dell’ipocrisia pura e semplice. La liberta d’espressione è andata a farsi benedire, e la colpa non è dei governi o della censura proveniente dall’alto, la colpa è tutta nostra, delle associazioni e dei singoli cittadini, troppo chiusi mentalmente per poter ragionare con la propria testa. Perché in tre giorni, in nome della libertà, dell’uguaglianza, dei diritti civili e di tante altre belle cose abbiamo assistito a due fenomeni di censura mediatica spaventosi imposta proprio da quelle persone che lottano per le libertà di tutti.  Sto parlando di ciò che è accaduto a Dolce e del ritiro di una copertina che doveva essere utilizzata per l’ultimo numero di Batgirl.

Partiamo ad analizzare il primo “fattaccio”. Ora, tutti voi sapete che Dolce e Gabbana non hanno fatto un mistero dei loro orientamenti sessuali, com’è giusto che sia, e quindi, com’è normale che sia, spesso sono stati protagonisti di interviste che vertevano proprio su questo argomento, la loro omosessualità.  Durante una di queste interviste lo stilista Dolce ha espresso la sua visione della famiglia, difendendo la famiglia tradizionale e dicendosi contrario alla fecondazione assistita(ho ovviamente semplificato il tutto per ragioni di spazio, l’intervista è molto più complessa).  Ora, aveva ragione? Su alcune cose sono d’accordo, su altre no, ma il punto è che ha espresso, in toni pacati, senza aggredire nessuno, una sua opinione, un suo pensiero. Però ovviamente questa cosa non è stata gradita da molti esponenti della comunità omosessuale, i quali hanno lanciato una vera e propria campagna d’odio nei confronti dei due stilisti, invitando a boicottare i loro prodotti. Tralasciando la parentesi tragicomica rappresentata da foto di persone che bruciano i vestiti dei due stilisti e buttano i profumi nel water, questo fenomeno fa capire come la liberta d’espressione deve essere tutelata, ma solo se va contro i grandi nemici del momento, perché altrimenti è intollerabile dire la propria. Ed è ancora più tragico il fatto che, ad attuare questa tirannia, è proprio una parte della comunità omosessuale, che dovrebbe capire benissimo cosa vuol dire non potersi esprimere.

E, se già questo fatto mi aveva innervosito, dandomi uno spunto per questo articolo, oggi ho avuto la conferma che la libertà d’espressione e, soprattutto, la libertà artistica, sono, se non morte, in fase terminale. Quanti di voi conoscono Joker, il cattivone di Batman? Quasi tutti spero, dato che è l’emblema del cattivo dei fumetti, l’esatta nemesi del cavaliere oscuro, la follia allo stato puro. Joker è forse uno dei cattivi più famosi di sempre, ed è certamente uno dei più efferati. Nella sua storia ha ucciso, ha piazzato bombe, ha portato alla follia tantissime persone per il semplice gusto di creare un po’ di caos. Spero che siate riusciti a farvi un’idea del personaggio, anche se molto vaga, per capire come questa immagine qui sotto, tralasciando la perfezione del disegno, lo rappresenti in pieno e quindi sia perfetta per un numero di Batgirl, oltre ad essere una fantastica citazione di Killing Joke.

VI ricordate quando qualche mese fa eravamo tutti Charlie? Quando difendevamo la liberta di espressione, anche se questa libertà poteva essere scomoda, fastidiosa, sfruttata o male interpretata? Come fare a scordarlo! Ed è bello vedere come tutto quel movimento sia andato in fumo, riportandoci alle nostre bellissime esistenze ipocrite. Perché in questi giorni stiamo assistendo proprio alla fiera dell’ipocrisia pura e semplice. La liberta d’espressione è andata a farsi benedire, e la colpa non è dei governi o della censura proveniente dall’alto, la colpa è tutta nostra, delle associazioni e dei singoli cittadini, troppo chiusi mentalmente per poter ragionare con la propria testa. Perché in tre giorni, in nome della libertà, dell’uguaglianza, dei diritti civili e di tante altre belle cose abbiamo assistito a due fenomeni di censura mediatica spaventosi imposta proprio da quelle persone che lottano per le libertà di tutti.  Sto parlando di ciò che è accaduto a Dolce e del ritiro di una copertina che doveva essere utilizzata per l’ultimo numero di Batgirl.

Partiamo ad analizzare il primo “fattaccio”. Ora, tutti voi sapete che Dolce e Gabbana non hanno fatto un mistero dei loro orientamenti sessuali, com’è giusto che sia, e quindi, com’è normale che sia, spesso sono stati protagonisti di interviste che vertevano proprio su questo argomento, la loro omosessualità.  Durante una di queste interviste lo stilista Dolce ha espresso la sua visione della famiglia, difendendo la famiglia tradizionale e dicendosi contrario alla fecondazione assistita(ho ovviamente semplificato il tutto per ragioni di spazio, l’intervista è molto più complessa).  Ora, aveva ragione? Su alcune cose sono d’accordo, su altre no, ma il punto è che ha espresso, in toni pacati, senza aggredire nessuno, una sua opinione, un suo pensiero. Però ovviamente questa cosa non è stata gradita da molti esponenti della comunità omosessuale, i quali hanno lanciato una vera e propria campagna d’odio nei confronti dei due stilisti, invitando a boicottare i loro prodotti. Tralasciando la parentesi tragicomica rappresentata da foto di persone che bruciano i vestiti dei due stilisti e buttano i profumi nel water, questo fenomeno fa capire come la liberta d’espressione deve essere tutelata, ma solo se va contro i grandi nemici del momento, perché altrimenti è intollerabile dire la propria. Ed è ancora più tragico il fatto che, ad attuare questa tirannia, è proprio una parte della comunità omosessuale, che dovrebbe capire benissimo cosa vuol dire non potersi esprimere.

E, se già questo fatto mi aveva innervosito, dandomi uno spunto per questo articolo, oggi ho avuto la conferma che la libertà d’espressione e, soprattutto, la libertà artistica, sono, se non morte, in fase terminale. Quanti di voi conoscono Joker, il cattivone di Batman? Quasi tutti spero, dato che è l’emblema del cattivo dei fumetti, l’esatta nemesi del cavaliere oscuro, la follia allo stato puro. Joker è forse uno dei cattivi più famosi di sempre, ed è certamente uno dei più efferati. Nella sua storia ha ucciso, ha piazzato bombe, ha portato alla follia tantissime persone per il semplice gusto di creare un po’ di caos. Spero che siate riusciti a farvi un’idea del personaggio, anche se molto vaga, per capire come questa immagine qui sotto, tralasciando la perfezione del disegno, lo rappresenti in pieno e quindi sia perfetta per un numero di Batgirl, oltre ad essere una fantastica citazione di Killing Joke.

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Evidentemente l’immagine ha urtato la sensibilità di qualche associazione femminista, al punto che è addirittura partita una campagna con tanto di hashtag  per far cambiare copertina al numero. Perché certamente la violenza contro le donne si combatte così, facendo cambiare copertina ad un fumetto, che, a detta loro, “mostrava troppo chiaramente il tema della violenza sulle donne e trattava di minacce e molestie domestiche”. Ora, premesso che ancora devo ritrovare queste tematiche nell’immagine, mostrarle, eseguite da un cattivo tra le altre cose, non dovrebbe essere il primo modo per combattere queste cose? Forse no, forse la polemica sterile e la censura sono modi migliori. Forse l’incoerenza nell’accettare che Batman possa essere picchiato e che persone possano essere fatte saltare in aria ma non che Batgirl possa essere protagonista di una copertina così è decisamente più rappresentativa delle battaglie portate avanti da questi gruppi, e cioè tutta apparenza e poca sostanza.

Ormai posso solo ribadire di aver capito che siamo effettivamente tutti paladini della libertà di parola, ma solo se questa non ci riguarda. E pensare che prima eravamo tutti Charlie.

-Paolo Riccio

Tropico+4

Come diventare un perfetto Leader Populista: Metodo funzionante.

In questo periodo il mercato del lavoro è in crisi e noi giovani sappiamo che, per riuscire a realizzare qualcosa, per riuscire ad avere un reddito quanto meno decente, dobbiamo assolutamente reinventarci. Ogni giorno spuntano fuori nuovi lavori, storie di ragazzi che, tramite delle idee fuori dal comune, sono riusciti a diventare ricchi sfondati. Studiando questo fenomeno mi sono accorto che esistono persone che, senza cercare un nuovo lavoro e seguendo semplici regole, si sono realizzate appieno diventando grandi Leader Populisti(che per comodità da adesso in poi abbrevieremo in LP).

Questa categoria esiste da sempre, ma, negli ultimi tempi, ha preso sempre più potere. Possiamo trovare LP ovunque, in politica come nelle scuole, negli uffici pubblici o nelle banche, nei giardinetti e tra gli spacciatori del mio quartiere. Un LP è rispettato ovunque, è una persona che tramite la sua attività è riuscita a trovare un lavoro, a farsi mantenere da altri, a salire di grado o a diventare spesso più potente dei suoi stessi datori di lavoro.

Certo, ci sarà sempre da litigare con qualche stupido intellettualoide che non è riuscito a fare nulla nella vita, ma questi soggetti sono facili da neutralizzare, basta usare i propri adepti ed aizzarli contro di esso. La vera rogna sono gli altri LP, che vorranno derubarvi del vostro potere, ma questo fa parte del gioco.

Mi sono dilungato anche troppo, adesso voglio elencarvi delle semplici regole da seguire per diventare dei perfetti LP.

1- Decidere di quale gruppo si vuol essere LP: E’ molto importante la scelta del gruppo. Per prima cosa bisogna scegliere se si vuole un gruppo piccolo o molto vasto. In un piccolo gruppo la scalata al potere è sostanzialmente semplice, mentre più è grande il gruppo più rivali puoi trovare. Però va tenuta a mente questa semplice equazione: più persone= più potere. Certo, qualcuno potrebbe obiettare che questa scelta è solo di convenienza e non vi è un substrato ideologico(ho sempre voluto usare questo termine) alla base della scelta. Ecco, a questi ignoranti posso solo rispondere che un vero LP lascia tutta l’ideologia ai suoi sottoposti, perché lui è troppo impegnato a guidare il gregge il gruppo.
2- Sfrutta chi ci crede davvero: E qui che si distingue il vero LP da una persona qualsiasi. In ogni gruppo ci sono persone che credono davvero nella causa e che hanno un minimo di cervello. Vanno sfruttate, ovviamente per il bene della causa, e poi cacciate prima che inizino a deviare dalla retta via e a pensare con la propria testa. Mica vogliamo che si sforzino a pensare, togliendo tempo prezioso all’ideologia , di questo si deve occupare il grande LP, ovviamente per il loro bene.
3- Trova un nemico: Questa scelta è forse ancora più importante della prima. Il nemico è fondamentale. Per chi decide di entrare in politica i nemici più gettonati possono essere i giudici, i poliziotti, le banche, i giornalisti o i drogati e gli immigrati, ma voglio ricordarvi che possiamo trovare LP anche tra i nerd, i musicisti e la gggente comune, quindi voglio dare consigli anche a loro su come scegliere un nemico. Il nemico deve avere apparentemente un po’ di potere, deve aver fatto qualcosa di sbagliato in passato, o qualcosa che ha dato fastidio al vostro gruppo, così da poterla utilizzare in qualsiasi contesto e ogni volta che ci si ritrova in difficoltà. Per esempio, se un parrucchiere una volta ha tagliato male i capelli alla moglie di un membro del gruppo, potreste tranquillamente prendervela con tutti i parrucchieri d’Italia.
4- Utilizzate tutte le tecniche per combattere il vostro nemico e difendere il vostro gruppo: Basta ricordarsi queste semplici formule:
Un membro dell’altro gruppo sbaglia= tutti devono pagare.
Un membro dell’altro gruppo fa una cosa buona= è un caso.
Ora, per difendere il vostro, dovrete semplicemente invertire un po’ di cose:
Un membro del vostro gruppo sbaglia= è un caso.
Un membro del vostro gruppo fa una cosa buona= E’ merito di tutti.
5- Curate i social: La guerra per il miglior LP si combatte tutta su i Social. I migliori LP sono quelli che hanno più Like. Se siete insoddisfatti farsi una foto stesi su un letto con il petto villoso in piena vista, dovrebbe aiutarvi
6- Sfruttate le notizie: La cronaca è il vostro miglior amico ma anche il vostro peggior nemico. Dato che un bravo LP non vuole che i suoi sottoposti sostenitori si rovinino la vista a leggere giornali, ad informarsi e a farsi una propria cultura, è bene riassumere le notizie molto brevemente, eliminando tutti i vari elementi accidentali dannosi per la tua causa e assolutamente irrilevanti. Inserite, nella divulgazione, parole come Casta e parole scritte IN QUESTO MODO per rendere il tutto più frizzante. Per farvi capire come fare ho deciso di riassumere il cartone di Frozen così che tutti possano capirne il messaggio in modo sintetico e congeniale al nostro scopo: “La regina, durante il giorno della sua incoronazione, probabilmente sotto l’effetto di qualche droga, ghiaccia tutto il paese e poi SCAPPA in cima ad una montagna. I danni causati dalla regina sono stati immensi e ovviamente a pagare saremo NOI, dato che, dopo il suo ritorno e dopo esser tornato tutto alla normalità, la regina non è stata nemmeno PROCESSATA, forse perché i giudici fanno tutti parte della sua stessa CASTA, e a rimetterci sono stati tutti quei bravi padri di famiglia che hanno visto le loro attività letteralmente CONGELATE” Potete poi concludere il tutto dicendo cose tipo: “Se fosse stato un Hobbit questo non sarebbe successo” oppure “ E allora l’oscar a Di Caprio?”.

Spero che questa guida vi sia servita e vi auguro una buona scalata verso la vetta del populismo!

-Paolo Riccio

napolitano_saluta

Addio compagno Giorgio

Non si era mai sentita una mancanza così presente. Ah no, scusate, ho sbagliato incipit.

Ricominciamo.

Non si era mai sentita una presenza così mancante, almeno fino a pochi giorni fa.

Ecco, così va bene.

Quasi novantenne, l’ex presidente, l’unico presidente proveniente dal Partito Comunista, verrà ricordato come il legittimatore dei provvedimenti meno democratici della storia italiana post II repubblica.
Non voglio fare un’analisi del suo operato, non ne sarei capace. Ormai, nel momento in cui mi trovo a scrivere, (25 gennaio 2015) manca da una decina di giorni.
Infatti la società è allo sbando, l’economia è crollata, vedo disoccupati dappertutto e i politici piangono confusi non sapendo più in cosa credere.

O forse no.

Ho sbagliato le premesse. Che ci sia il caro Giorgio sul trono oppure che come un tranquillissimo novantenne italiano stia a guardare i cantieri e a consigliare i muratori su cosa fare la differenza non esiste.
Riprendo qui i temi di un filosofo forse ora un po’ dimenticato (probabilmente è davvero troppo eversivo), ma che un tempo fu citato pure da Marx, nel suo Manifesto.
Sant-Simon diceva una cosa tanto semplice quanto rivoluzionaria: proviamo ad eliminare (non fisicamente, poggia quell’accetta Pannella!!) i 100 più importanti politici di [inserire nazione].
Perfetto, controllate la situazione. Cambia qualcosa? No, la vita va perfettamente avanti.
Ora, eliminate i 100 più importanti artigiani o produttori o contadini o imprenditori di questa nazione “X”.
Vedo che vi accorgete da soli che la società ora è davvero allo sbando.
Nient’altro da dire, amici miei.
Sarà utopia, sarà anarchia, nemmeno il santsimonismo sarà perfetto, come tutte le correnti politiche. Ma Saint-Simon dovrebbe essere un po’ più riscoperto.

Buon riposo, caro compagno Giorgio.

-il dissidente

anarchia

L’ANARCHIA: PERCHE’ SI’, PERCHE’ NO

L’anarchia è l’unica strada che può condurre tutta l’umanità alla dignità totale.
Troppo spesso è intesa come caos, come l’olocausto della società in una guerra civile ininterrotta.
Non è tuttavia sbagliato che la gente comune si sia fatta questa idea: troppi giovani, troppe persone hanno abusato del titolo di “anarchici” per giustificare guerriglie urbane senza capo né coda, sfoghi sociali che si trasformavano in vandalismo senza quartiere. Questi “anarchici” hanno frainteso ed hanno fatto sì che si fraintendesse un ideale nato dall’esigenza più sincera, più umana, dell’uomo, quella della libertà, sfigurandola in una visione apocalittica, selvaggia e violenta del futuro.
L’anarchia è l’esatto contrario: è il trionfo dell’uomo civile in quanto uomo, non servo di un potere.
Ricordo purtroppo questi “anarco-insurrezionalisti” a Roma, nel giorno degli Indignados, quando diedero alle fiamme l’Urbe, inseguendoci mentre fuggivamo, schiacciati dalla calca.
Se da costoro nascesse un mondo, sarebbe il mondo dell’anarchia generalmente intesa: violento, dove tutto trova legittimità nella sola legge del più forte.
Purtroppo non riescono a capire che l’anarchia non è la distruzione dello Stato, ma la conquista completa della coscienza, che si raggiunge con l’osservazione, l’esperienza del mondo della vita, seguendo insomma un cammino spirituale che conduce ad una sorta di “conversione”: la comprensione ch’è possibile un mondo non più di società ed istituzioni, ma di comunità e collaborazione.

E’ proprio sul COME si realizza questo mondo che si rivela, ahimé, la natura utopica dell’anarchia mondiale.
L’anarchia esige una disciplina maggiore rispetto ogni altra organizzazione umana. Il potere non è più affidato allo Stato, a pochi eletti e ai loro funzionari.
Il potere è esercitato da tutti, richiedendo così anche una distribuzione della responsabilità uguale per tutti, senza alcuna eccezione. Non vi è alcun controllo se non quello esercitato da noi stessi su noi stessi.
Questo controllo interiore non può permettere che affiorino sentimenti d’invidia (che non dovrebbero esistere data la mancanza del bisogno di beni materiali superflui), di ira, di odio, di superiorità poiché nessuno potrà punire o giudicare l’altro, né vi saranno organi istituzionali a cui affidare questo compito. La giustizia, l’uguaglianza, il rispetto devono essere garantiti reciprocamente da e tra tutti gli uomini, come fosse una legge superiore che però non dovrà mai essere violata, neanche contestata con un solo sospiro: proprio in quell’alito di dissenso crollerebbe istantaneamente la condizione anarchica.
L’anarchia esige la coesione volontaria e cosciente nello stesso ideale da parte di tutti. Come un’unica persona si oppone, l’anarchia cessa di esistere.
Ma, amici miei, voi credete possibile anche un solo momento nell’infinito fluire del tempo in cui Nessun uomo provi desiderio per ciò ch’è dell’altro, abbia smanie di potere e di potenza sugli altri, voglia distinguersi dagli altri anche con una brutta reputazione?
L’esperienza c’insegna che gli uomini possono dominare la bestia che è in loro, ma non l’umanità intera.
E’ la stessa ragione per cui il sogno del comunismo marxista è irrealizzabile: la ragione non è mai arrivata fin’ora a distribuire egualmente tutto a tutti al punto da rendere obsoleto lo Stato (dopo tutto il comunismo non è nient’altro che una via organizzata all’anarchia).

Dunque lo splendido, magnifico, libero mondo dell’anarchia cessa di essere possibile per un fatto umanamente ontologico: l’uomo sembra sarà sempre metà angelo e metà demone.
Tuttavia, io stesso non voglio credere a tutte queste parole. Non voglio pensare che un cambiamento interiore dell’intera umanità sia un evento impossibile. Improbabile forse, ma non impossibile…
Ma è in quel mondo che voglio credere: in quel mondo fatto non di Stati, ma di Uomini.
Solo allora, solo nell’anarchia pienamente concretizzata, si realizzerà il fine ultimo dell’umanità intera: la fine della sofferenza.

Vostro,
Nick Apostata

>>>ANSA/ RENZI SHOW A P. CHIGI, MANGIA GELATO "ANTI-ECONOMIST"

Libertè est la Privatisation

Quello che segue non è un articolo. Non ne possiede nè la scorrevolezza, nè lo stile conciso.
Ma giuro che la colpa non è solo mia. E’ stata l’inattesa piega degli eventi.
Mercoledi’ avevo pronto un pezzo sulla privatizzazione della res publica di cui il nostro Presidente del Consiglio vuole ergersi a paladino.
Poi, lo tsunami Charlie Hebdo. La mia coscienza bombardata di notizie, riflessioni, analisi geopolitiche o complottistiche, commenti xenofobi di cui preoccuparmi e finti messaggi di cordoglio isitituzionali di cui sdegnarmi.
L’impulso è stato quello di riordinare i pensieri, abbandonare l’altro articolo e scrivere di questo episodio lasciando perdere tutte le disquisizioni sulla nostra piccola provincia italica.

Ma poi, mi sono reso conto che in realtà le due vicende non erano affatto distanti.

Dunque, tanto valeva cogliere l’occasione della connessione che vi ravvisavo, per poterle toccare entrambe, anche a costo di rendere l’esposizione del mio pensiero quello che è: un non articolo.
Ma è il mio pensiero e credo che il condividerlo non possa che arricchirlo, soprattutto nel confronto con le vostre interpretazioni, magari critiche.
Il comune denominatore che ho riscontrato tra le due vicende è il termine più abusato nelle ultime ore: Libertà.

Partiamo da Charlie Hebdo.
Per l’occasione ci siamo ricordati di Voltaire, Diderot, Montesquieu, Rousseau e tutta la cultura Illuminista, e addirittura, la nostra opinione pubblica ha cominciato a ricordarci che questo magnifico valore, la libertà , E’ la cultura occidentale.
Insomma, per trovare un’unità sovranazionale che non c’è mai stata e a cui finora si è preferita quella multinazionale (a buon intenditor poche parole) si è dovuti ricorrere al vecchio stratagemma del gruppo in fusione di Sartre:
la minaccia esterna.
Il problema è che, svanita la minaccia esterna, il gruppo in fusione si scioglie, a meno che non trovi un altro pericolo/nemico.
Ma rischiamo di andare oltre, a noi non interessa, viviamo,fieramente miopi, il presente.
E così, ecco che  il premio Nobel Mario Vargas Llosa tuona su El Paìs:
vogliono che la cultura occidentale, culla della libertà, della democrazia, dei diritti umani, rinunci ad esercitare quei valori, che inizi ad applicare la censura, che stabilisca che certi temi sono proibiti, e cioè che rinunci ai principi fondamentali della libertà […] credo che l’Occidente, l’Europa, il mondo intero debbano prendere atto che c’è una guerra che si sta svolgendo nel loro territorio e che questa guerra la dobbiamo vincere se non vogliamo che la barbarie prenda il posto della civiltà”(traduzione di Luis E. Moriones per “LaRepubblica”, Domenica 11 Gennaio 2015).
Questo commento, che è la versione europeista, di quello grezzo e nazionalista di stampo salviniano-pegidista “fermiamo l’invasione”, mi porta a voler mostrare delle perplessità circa la riflessione dello scrittore naturalizzato spagnolo.
Alla non-riflesssione di Salvini su twitter preferisco invece fare dono della mia più completa indifferenza.

Torniamo all’articolo apparso su El Paìs.
Innanzitutto, l’equivalenza Europa:Libertà= Asia:Tirannia di cui Llosa si fa evidentemente portavoce, è piuttosto vecchiotta: non è altro che un adattamento dell’antico Grecia:Democrazia= Persia: Schiavitù.
Equivalenza che ai Greci serviva semplicemente per giustificare la presunta superiorità razziale rispetto ai Persiani e che peraltro si fonda su un falso storico dato che, come fa brillantemente notare Luciano Canfora ne “La democrazia, Storia di un’ideologia”(LaTerza 2004), Erodoto la smentisce ne Le Storie, (Libro III La Persia) sostenendo che la genesi della democrazia sia da attribuire ad un dignitario persiano che rovesciò l’usurpatore Smerdis.
Tra l’altro, con le parole di Canfora, “la democrazia ad Atene non determina un “governo popolare” ma una guida del “regime popolare” da parte di quella non piccola porzione dei “ricchi” e dei “signori” che accettano il sistema
E, partendo proprio da quest’ultima citazione, siamo davvero sicuri che la minaccia più grande ai “nostri” ideali di libertà provenga da oi barbaroi?  Io credo di no.
O meglio, credo sia più difficile da contrastare il virus endogeno che mina la fragilità della democrazia: il capitalismo spinto, di cui noi stessi siamo artefici.

Sicuramente l’Occidente dopo vari secoli e al prezzo di numerosi massacri (vorrei ricordare che i regimi totalitari sono proprio un “nostro” prodotto) è riuscito a compiere notevoli passi in avanti per quanto riguarda le libertà e l’uguaglianza civile e politica.
Sicuramente in tutto questo è stato fondamentale il processo che ha portato all’indipendenza del diritto dalle altre sfere (religione, politica, economia).
Ma tale processo non è affatto concluso, ma piuttosto si trova in equilibrio precario.
Se il mancato approdo ad un tale livello di indipendenza degli ordinamenti giuridici è evidente in alcuni stati islamici in cui diverse interpretazioni del Corano (alcune letteralmente fasciste, si veda quella Wahabita in Arabia Saudita, nei confronti della quale l’Occidente tace per evidenti interessi) sono legge, più difficile si fa la questione nell’analizzare ed individuare le infiltrazioni che ai “nostri” modelli istituzionali provengono da degenerazioni tipicamente occidentali.
Mi riferisco alle influenze dei gruppi finanziari e delle grandi lobby che orientano costantemente i parlamenti di tutto il mondo, talvolta ricorrendo all’ausilio di associazioni criminali.
A questo proposito faccio riferimento allo splendido e allo stesso tempo amarissimo documentario del 2012 “Park Avenue” di Alex Gibney, in cui sono mostrati gli incredibili condizionamenti alla politica americana da parte dei più importanti businessmen, con importanti rivelazioni da parte di ex lobbisti, ora agli arresti.
Ed è in questi legami potere legislativo- mondo degli affari che si inserisce la vicenda italiana e la mia riflessione a riguardo.
All’inizio degli anni ’90 abbiamo avuto la fine della Prima Repubblica con Tangentopoli.
Poi nel 1994 il gruppo industriale Fininvest ha addirittura costituito un partito tutto suo, ed è arrivato al Governo, con gli esiti che conosciamo.
Oggi il Premier Matteo Renzi  nel suo programma di rinnovamento del paese pone come tassello fondamentale l’abolizione del finanziamento pubblico a partiti e giornali.
E verrebbe da dire: cosa c’entra questo con le minacce alla libertà?
Semplice: nel momento in cui un Partito o un giornale vengono sostenuti economicamente da qualcuno, questo qualcuno vorrà qualcosa in cambio: essere rappresentato.
Nel momento in cui il finanziamento arriva dalle tasse di tutti i cittadini (milioni di persone), in maniera indistinta, l’ente (Partito, uomo politico, giornale) sarà libero da qualsiasi vincolo, se non quello di agire/ scrivere nel rispetto della propria coscienza.
Il suo operato potrà poi essere condiviso o criticato dal cittadino che però, avendolo finanziato anche avendo opinioni diverse, ha contribuito nel consentire una pluralità di opinioni in un dialogo democratico.
Ma nel momento in cui, non sono più tutti a finanziare un partito, ma solo alcuni, è evidente che per mantenere inalterate le entrate, bisognerà “attrarre” finanziatori più “generosi”, alzando l’asticella dei requisiti, ed escludendo chi, con le sue idee, non riesce ad attrarre i “benefattori”
Ed in questo senso il PD, il 6 Novembre ha fatto una cena di autofinanziamento a Milano , il cui requisito di partecipazione era il pagamento di una quota di almeno mille euro. Risultato:800 partecipanti, di cui una buona parte imprenditori.
La libertà di essere rappresentati da un partito in Parlamento adesso ha addirittura un valore monetizzabile.
Se non disponi di quel requisito, puoi rinunciare al tuo diritto.
Siamo alla contraddizione più totale: la privatizzazione della res publica, i cui interpreti, i partiti e i giornali, sono dati letteralmente in appalto al miglior offerente.
La libertà a partecipare diviene di proprietà di chi è in grado di pagarla.
E non è poi un caso se, come ha fatto ben notare Il Fatto Quotidiano, il testo del Jobs Act sia un copia -incolla del documento intitolato “Proposte per il mercato del lavoro” redatto lo scorso Maggio da Confindustria.
Un decreto legge scritto quindi non dai rappresentanti dei cittadini, ma da un’oligarchia imprenditoriale non legittimata da alcuna elezione popolare.
Io, prima di ergermi a paladino della “Nostra Democrazia” in tutto il mondo, verificherei prima la QUALITA’ del prodotto “made in west” da esportare.
E poi, in opposizione all’ipocrisia, c’è l’inconsistenza:
Alessandro Di Battista (Parlamentare del Movimento 5 Stelle) che, se da un lato denuncia la presenza di lobbisti in parlamento e rivendica l’istituzione di un reddito di cittadinanza che consenta di liberare le persone dallo stato di necessità che in alcuni casi le porta a vendere il proprio voto anche per pochi euro o di un interesse, dall’altro si dichiara a favore dell’abolizione del finanziamento pubblico.
A me pare alquanto contraddittorio.
E’ proprio condividendo il suo ragionamento che si arriva all’equivalenza:
Reddito di cittadinanza: Persona= Finanziamento Pubblico: Partito/Giornale.
Sia il reddito di cittadinanza che il finanziamento pubblico sono garanzie di indipendenza da qualsiasi tipo di legame/asservimento economico.
Certo, poi un giornale o un partito possono lo stesso scegliere di diventare servi di un gruppo  ristretto di interessi.
Ma è proprio questo il punto.
Possono scegliere, non devono farlo per necessità.
Dove c’è pura necessità di sopravvivenza, non c’è spazio per la libertà.
Ed è solo grazie alla libertà di agire, che può esserci un “esercizio comune del potere” per usare un termine della Arendt.
Se manca la possibilità del suddetto esercizio comune, parafrasando Max Weber, il potere diviene dominazione di alcuni uomini su altri, legittimati da una autorità, imposta dai dominatori del momento.
In questo senso, le istituzioni occidentali, nel rivendicare la propria superiorità dovrebbero almeno avere il coraggio di dichiarare l’antinomìa che fa da Grund Norm alla loro idea di democrazia:
“Libertè est la privatisation, Ègalitè est la disproportion, Fraternitè est la compètition”.
Data la loro timidezza a dichiararlo al mondo mi sono permesso di farlo io, nel pieno della mia arroganza e sulla falsa riga di Orwell e del suo:
“War is Peace. Freedom is Slaverty. Ignorance is Strenght.”
Almeno the Big Brother aveva l’ardore di dichiararlo apertamente.

Il Giovane Werther

Ricapitolo le fonti citate così che, se aveste curiosità di approfondire, non dovrete scorrere da capo l’intero articolo alla loro ricerca.
“La democrazia. Storia di un’ideologia” Luciano Canfora, LaTerza 2004.
(L’opera tra l’altro fa parte della collana “Fare l’Europa” che ha coinvolto numerosi intellettuali europei coordinati da Jaques Le Goff).
“Park Avenue” documentario di Alex Gibney, 2012.
Traduzione dell’articolo di Mario Vargas Llosa, apparsa su “LaRepubblica” Domenica 11 Gennaio 2015, pag.34