Die Bücherverbrennung – Il rogo dei libri

Die Bücherverbrennung

Als das Regime befahl, Bücher mit schädlichem wissen

Öffentlich zu verbrennen, und allenthalben

Ochsen gezwungen wurden, Karren mit Büchern

Zu den Scheiterhaufen zu ziehen, entdeckte

Ein verjagter Dichter, einer der besten, die Liste der

Verbrannten studierend, entsetzt, daß seine

Büchen vergessen waren. Er eilte zum Schreibtisch

Zornbeflügelt, und schrieb einen Brief an die Machthaber.

Verbrennt mich! schrieb er mit fliegender Feder, verbrennt mich!

Tut mir das nicht an! Laßt micht nicht übrig! Habe ich nicht

Immer die Wahrheit berichtet in meinen Büchern? Und jetzt

Werd ich von euch wie ein Lügner behandelt! Ich befehle euch:

Verbrennt mich!

Il rogo dei libri (trad. di F.Fortini)

Quando il regime ordinò che in pubblico fossero arsi

i libri di contenuto malefico e per ogni dove

furono i buoi costretti a trascinare

ai roghi carri di libri, un poeta scoprì

– uno di quelli al bando, uno dei meglio – l’elenco

studiando degli inceneriti, sgomento, che i suoi

libri erano stati dimenticati. Corse

al suo scrittoio, alato d’ira

e scrisse ai potenti una lettera.

Bruciatemi!, scrisse di volo, bruciatemi!

Questo torto non fatemelo! Non lasciatemi fuori! Che forse

la verità non l’ho sempre, nei libri miei, dichiarata? E ora voi

mi trattate come fossi un mentitore! Vi comando:

bruciatemi!

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La macchina per le poesie dadaiste

L’atto poetico è di norma generato da un gesto intimista che traspone le emozioni del poeta sulla carta, un’azione che nasce dalla concentrazione e dal trasporto emotivo dell’autore.

Tristan Tzara portava all’estremo questo processo. Per farvelo capire, non mi resta che farmi da parte e far parlare lui, che sui numeri 4 e 5 di Dada del maggio 1919 scrive la ricetta per fare una poesia.

Per fare una poesia dadaista

Prendete un giornale.
Prendete le forbici.
Scegliete nel giornale un articolo della lunghezza che desiderate
per la vostra poesia.
Ritagliate l’articolo.
Ritagliate poi accuratamente ognuna delle parole che compongono
l’articolo e mettetele in un sacco.
Agitate delicatamente.
Tirate poi fuori un ritaglio dopo l’altro disponendoli nell’ordine
in cui sono usciti dal sacco.
Copiate scrupolosamente.
La poesia vi somiglierà.
Ed eccovi divenuto uno scrittore infinitamente originale
e di squisita sensibilità, benché incompresa dal volgo.

e ancora:

“Il poeta dell’ultima stazione non piange inutilmente, […]Ma per l’abbondanza e l’esplosione, sa accendere la speranza OGGI. Tranquillo, ardente, furioso, intimo, patetico, lento, impetuoso, il suo desiderio ribolle per
l’entusiasmo, forma feconda dell’intensità.
Non cerchiamo analogie tra le forme con cui l’arte si manifesta; a ognuno la sua libertà e le sue frontiere. Non ci sono equivalenti in arte, ogni ramificazione della stella si sviluppa indipendentemente, si prolunga ed assorbe il mondo che le conviene.
La logica non ci guida più, e il suo uso, assai comodo, troppo impotente, luce ingannevole che sperpera le monete del relativismo sterile, è, per noi, estinto per sempre. Altre forze produttive gridano la loro libertà, fiammeggianti, indefinibili e gigantesche, sulle montagne di cristallo e di preghiera.”

Per ripetere l’esperienza dadaista, un tecnico specializzato in robotica, Alessandro Giacomel, ha creato la “MACCHINA PER POESIE DADAISTE”. Questa macchina è una stampante (dello stile delle macchine per gli scontrini) in grado di generare in maniera autonoma poesie dadaiste.

Si presenta come una semplice scatola con un pulsante rosso, e premendolo viene stampata su una piccola striscia di carta una poesia generata in maniera casuale differente da tutte le altre. Crea queste poesie attraverso un processo casuale attingendo da un serie di versi preinseriti e scollegati l’uno dall’altro. In questo modo, l’interpretazione del significato dell’opera, viene completamente affidato al lettore che in maniera autonoma crea delle connessioni tra le frasi basandosi esclusivamente sulla propria sensibilità.

Io comunque, non vedo l’ora di usarla, un giorno. Solo per potermi affidare a questa casualità poetica.

Come avrebbe detto un altro poeta qualche anno più tardi, “poeta sei tu che leggi”, d’altronde.

Lorenzo Olivieri

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First lady, segno di emancipazione femminile?

La first lady è tradizionalmente il ruolo assunto dalla moglie del presidente degli Usa in carica. E’ spesso definita la padrona della Casa Bianca. Supportata dall’ Ufficio della first lady, è lei la responsabile di eventi sociali e del cerimoniale. Molte tra le first ladies della storia hanno assunto un ruolo attivo durante la presidenza del proprio marito. La loro storia parte dal 1776, l’anno dell’indipendenza degli USA dalla Gran Bretagna, quando Abigail Adams in una lettera al marito John Adams (uno dei firmatari della Dichiarazione di indipendenza) lo prega di “ricordarsi delle signore” nella Costituzione che egli sta scrivendo.

Più tardi, nel 1919, grazie all’approvazione del 19° Emendamento le donne americane ottengono il diritto di voto.
Tra le più importanti First ladies della storia vanno citate Eleanor Roosvelt, Jacqueline Kennedy e Hilary Clinton.
Eleanor Roosvelt venne chiamata la coscienza “liberal” del marito insieme al quale attuò un vero e proprio gioco di squadra. Tuttavia, ancor prima di assumere questo ruolo, aveva già un grande profilo politico avendo partecipato negli anni venti ai movimenti femminili e pacifisti. Viene soprattutto ricordata per i suoi viaggi compiuti in rappresentanza del marito quando era malato e per il forte impegno per la stesura e approvazione della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo. Importante poi il rapporto con i media. Fu lei ad organizzare la prima conferenza stampa alla quale invitò esclusivamente giornaliste.
Ispirata a Eleanor, Hilary Clinton ebbe in ruolo attivo e significativo nella politica democratica ma diversamente dalla First Lady Roosvelt aveva una forte ambizione, quella di diventare co presidente.
Arrivata a essere candidata presidente viene ricordato il buffo spot dove il marito Bill ne fa il testimonial in veste di casalingo e la moglie rappresentata indaffarata piena di incarichi politici. Questo spot può, a mio parere, essere considerato un anticipo di come si sarebbero rovesciati i ruoli femminili e maschili più tardi.

Diversamente da queste due importanti donne si presentava Jacqueline Kennedy che fece emergere invece l’importanza dell’immagine. Donna estremamente elegante con gusto europeo( anche se poi sarà costretta a americanizzarsi) , conferisce all’immagine del marito uno charme sofisticato, contribuendo certamente alla sua popolarità.
Infine non possiamo non citare l’attuale first lady Michelle Obama che rappresenta senz’ altro una novità sullo scenario in quanto prima donna afro- americana inquilina della casa bianca ( ricordiamoci che in passato le donne afro americane erano assunte dalla casa bianca solo come domestiche) e molto particolare per la sua impronta tradizionalista per quanto riguarda l’educazione familiare. Speriamo che possa anche lei dimostrarsi all’altezza di altre grandi First Lady.
Concluso in certo senso il tour delle first ladies considerate più influenti nella storia possiamo notare come, nonostante tutto, il ruolo della first lady non si possa considerare un grande segno dell’emancipazione femminile, in quanto il loro “mandato” è dipendente ancora una volta da quello dei rispettivi mariti, e spesso i loro traguardi e i loro meriti sono oscurati dall’operato politico del consorte, nella buona e nella cattiva sorte. Non è da dimenticare pero come queste donne abbiano saputo svolgere ruoli attivi all’interno della politica e abbiano acquistato spazi di potere difficilmente considerabili in passato. E poi non bisogna mai scordare che “dietro ad ogni grande uomo c’è sempre una grande donna”.

Martina Tralce

“Bisogna sempre essere ubriachi”

“Bisogna sempre essere ubriachi. Tutto qui: è l’unico problema. Per non sentire l’orribile fardello del Tempo che vi spezza la schiena e vi piega a terra, dovete ubriacarvi senza tregua.

Ma di che cosa? Di vino, di poesia o di virtù: come vi pare. Ma ubriacatevi.

E se talvolta, sui gradini di un palazzo, sull’erba verde di un fosso, nella tetra solitudine della vostra stanza, vi risvegliate perché l’ebbrezza è diminuita o scomparsa , chiedete al vento, alle stelle, gli uccelli, l’orologio, a tutto ciò che fugge, a tutto ciò che geme, a tutto ciò che scorre, a tutto ciò che canta, a tutto ciò che parla, chiedete che ora è: e il vento, le onde, le stelle, gli uccelli, l’orologio, vi risponderanno:

– È ora di ubriacarsi! Per non essere schiavi martirizzati dal Tempo, ubriacatevi, ubriacatevi sempre! Di vino, di poesia o di virtù, come vi pare.”

Charles Baudelaire