10 motivi per cui Facebook è la nuova fiera dell’ignoranza

1) Diamo il peggio di noi. Protetti dietro ad uno schermo ci sentiamo dei leoni e quindi diventa possibile attaccare anche violentemente chi non la pensa come noi. Bianchi contro neri, cattolici contro atei, sinistra contro destra, Salvini contro Renzi, Pepsi contro Cocacola, doccia contro vasca da bagno, spaghetti contro pennette, ebrei, hippie, animalisti, macellai, idraulici e vigili del fuoco, Gasparri, edicolanti e giornalisti. Poi magari non saremmo capaci di dire a qualcuno nemmeno che ci sta pestando il piede sul tram, ma eh, su Facebook posso urlare la mia peggio violenza contro cui non piace il mio libro o serie preferita!

2) Il nostro ego smisurato. Qualche anno fa, guardando la televisione, non potevamo avere un contatto diretto con il condannato del momento. Con Facebook ora, spesso abbiamo in tempo reale una relazione con lui o qualcuno che fa da intermediario. E ci sentiamo di poter fare da coscienza del “mostro” del momento.

3) La comunità internazionale. Se prima una st******* la dicevi al bar, la sapevano i tuoi quattro amici, ora se scrivi qualcosa su Facebook la possono sapere 1.23 miliardi di utenti.

4) Facebook come antistress. Spesso, sfogando le nostre frustrazioni su qualcun altro (a prescindere dalla sua colpevolezza o meno) ci sentiamo meglio. (Vedi le vicende Parolisi, Stival e tutto ciò che è successo nel nostro paese negli ultimi 5 anni). Senza uno straccio di prove, i sospettati vengono condannati al pubblico ludibrio, ma è più facile attaccare qualcun’altro più che migliorare. Il messaggio che voglio lasciar passare è: non siamo giudici, tantomeno investigatori, lasciamo perdere il tentativo di elevarci a coscienza nazionale.
Adesso scusatemi, ma vado a prendere un po’ a parole Annamaria Franzoni.

5) Un populismo esaltante. Grazie anche a politici dalla dubbia moralità che come boia del medioevo cavalcano l’odio, il luogo comune e il pregiudizio diventano legge. Così la superstizione dilaga, con i vari nostalgici del fascismo, gli ultras anti-polizia, gli indignati da tastiera, Gasparri & Salvini, i “Renzi vai a casa” sempre e comunque. Così, la mia coscienza l’ho messa a tacere, tanto il mio dovere di buon cittadino l’ho fatto, mi ribello da buon italiano alle ingiustizie.

6) Le false notizie. Si sa, ora ognuno può scrivere su un social o un sito una notizia, e chiunque può condividerla ai propri amici. Ma spesso queste notizie non sono chiare o sono totalmente (in buona o in cattiva fede) inventate di sana pianta. Poi condivisione per condivisione cominciamo a credere a tutto ciò che vediamo su Facebook. Controllate le fonti, sempre.

7) Le notizie non lette. Qui mi sale sempre l’integralismo islamico. APRITE LE NOTIZIE! NON VI FERMATE AL TITOLO! Sono probabilmente la categoria che più di tutti eliminerei da ogni social network. Che vi costa aprire la notizia? O se non avete voglia di leggerla o tempo, perché commentarla? Perché dimostrare la propria ignoranza a 1.23 miliardi di utenti? Ma quanto siete imbecilli da 0 a Enrico Papi?

8) I “Corona libero”. aiuto.. “per 2 foto!!!” e mi fermo qua.

9) Quelli che scrivono informazioni inverosimili. studente presso: università della strada. E ci credo, da come scrivi sà laurea l’hai presa coi punti della benzina. Lavoro presso: nutella. Thug life. Prima sigaretta: città natale Amsterdam. Lavoro presso: me stesso. E se ti manda in cassa integrazione?

10) I commentatori in diretta di “Uomini e Donne”. Non interessa nemmeno a Maria de Filippi quel programma balordo, figurati se interessa noi la vicenda di chi scende o sale sul trono! Che poi solo a vedere quei post mi è calato il quoziente intellettivo.

First lady, segno di emancipazione femminile?

La first lady è tradizionalmente il ruolo assunto dalla moglie del presidente degli Usa in carica. E’ spesso definita la padrona della Casa Bianca. Supportata dall’ Ufficio della first lady, è lei la responsabile di eventi sociali e del cerimoniale. Molte tra le first ladies della storia hanno assunto un ruolo attivo durante la presidenza del proprio marito. La loro storia parte dal 1776, l’anno dell’indipendenza degli USA dalla Gran Bretagna, quando Abigail Adams in una lettera al marito John Adams (uno dei firmatari della Dichiarazione di indipendenza) lo prega di “ricordarsi delle signore” nella Costituzione che egli sta scrivendo.

Più tardi, nel 1919, grazie all’approvazione del 19° Emendamento le donne americane ottengono il diritto di voto.
Tra le più importanti First ladies della storia vanno citate Eleanor Roosvelt, Jacqueline Kennedy e Hilary Clinton.
Eleanor Roosvelt venne chiamata la coscienza “liberal” del marito insieme al quale attuò un vero e proprio gioco di squadra. Tuttavia, ancor prima di assumere questo ruolo, aveva già un grande profilo politico avendo partecipato negli anni venti ai movimenti femminili e pacifisti. Viene soprattutto ricordata per i suoi viaggi compiuti in rappresentanza del marito quando era malato e per il forte impegno per la stesura e approvazione della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo. Importante poi il rapporto con i media. Fu lei ad organizzare la prima conferenza stampa alla quale invitò esclusivamente giornaliste.
Ispirata a Eleanor, Hilary Clinton ebbe in ruolo attivo e significativo nella politica democratica ma diversamente dalla First Lady Roosvelt aveva una forte ambizione, quella di diventare co presidente.
Arrivata a essere candidata presidente viene ricordato il buffo spot dove il marito Bill ne fa il testimonial in veste di casalingo e la moglie rappresentata indaffarata piena di incarichi politici. Questo spot può, a mio parere, essere considerato un anticipo di come si sarebbero rovesciati i ruoli femminili e maschili più tardi.

Diversamente da queste due importanti donne si presentava Jacqueline Kennedy che fece emergere invece l’importanza dell’immagine. Donna estremamente elegante con gusto europeo( anche se poi sarà costretta a americanizzarsi) , conferisce all’immagine del marito uno charme sofisticato, contribuendo certamente alla sua popolarità.
Infine non possiamo non citare l’attuale first lady Michelle Obama che rappresenta senz’ altro una novità sullo scenario in quanto prima donna afro- americana inquilina della casa bianca ( ricordiamoci che in passato le donne afro americane erano assunte dalla casa bianca solo come domestiche) e molto particolare per la sua impronta tradizionalista per quanto riguarda l’educazione familiare. Speriamo che possa anche lei dimostrarsi all’altezza di altre grandi First Lady.
Concluso in certo senso il tour delle first ladies considerate più influenti nella storia possiamo notare come, nonostante tutto, il ruolo della first lady non si possa considerare un grande segno dell’emancipazione femminile, in quanto il loro “mandato” è dipendente ancora una volta da quello dei rispettivi mariti, e spesso i loro traguardi e i loro meriti sono oscurati dall’operato politico del consorte, nella buona e nella cattiva sorte. Non è da dimenticare pero come queste donne abbiano saputo svolgere ruoli attivi all’interno della politica e abbiano acquistato spazi di potere difficilmente considerabili in passato. E poi non bisogna mai scordare che “dietro ad ogni grande uomo c’è sempre una grande donna”.

Martina Tralce

L’ANARCHIA: PERCHE’ SI’, PERCHE’ NO

L’anarchia è l’unica strada che può condurre tutta l’umanità alla dignità totale.
Troppo spesso è intesa come caos, come l’olocausto della società in una guerra civile ininterrotta.
Non è tuttavia sbagliato che la gente comune si sia fatta questa idea: troppi giovani, troppe persone hanno abusato del titolo di “anarchici” per giustificare guerriglie urbane senza capo né coda, sfoghi sociali che si trasformavano in vandalismo senza quartiere. Questi “anarchici” hanno frainteso ed hanno fatto sì che si fraintendesse un ideale nato dall’esigenza più sincera, più umana, dell’uomo, quella della libertà, sfigurandola in una visione apocalittica, selvaggia e violenta del futuro.
L’anarchia è l’esatto contrario: è il trionfo dell’uomo civile in quanto uomo, non servo di un potere.
Ricordo purtroppo questi “anarco-insurrezionalisti” a Roma, nel giorno degli Indignados, quando diedero alle fiamme l’Urbe, inseguendoci mentre fuggivamo, schiacciati dalla calca.
Se da costoro nascesse un mondo, sarebbe il mondo dell’anarchia generalmente intesa: violento, dove tutto trova legittimità nella sola legge del più forte.
Purtroppo non riescono a capire che l’anarchia non è la distruzione dello Stato, ma la conquista completa della coscienza, che si raggiunge con l’osservazione, l’esperienza del mondo della vita, seguendo insomma un cammino spirituale che conduce ad una sorta di “conversione”: la comprensione ch’è possibile un mondo non più di società ed istituzioni, ma di comunità e collaborazione.

E’ proprio sul COME si realizza questo mondo che si rivela, ahimé, la natura utopica dell’anarchia mondiale.
L’anarchia esige una disciplina maggiore rispetto ogni altra organizzazione umana. Il potere non è più affidato allo Stato, a pochi eletti e ai loro funzionari.
Il potere è esercitato da tutti, richiedendo così anche una distribuzione della responsabilità uguale per tutti, senza alcuna eccezione. Non vi è alcun controllo se non quello esercitato da noi stessi su noi stessi.
Questo controllo interiore non può permettere che affiorino sentimenti d’invidia (che non dovrebbero esistere data la mancanza del bisogno di beni materiali superflui), di ira, di odio, di superiorità poiché nessuno potrà punire o giudicare l’altro, né vi saranno organi istituzionali a cui affidare questo compito. La giustizia, l’uguaglianza, il rispetto devono essere garantiti reciprocamente da e tra tutti gli uomini, come fosse una legge superiore che però non dovrà mai essere violata, neanche contestata con un solo sospiro: proprio in quell’alito di dissenso crollerebbe istantaneamente la condizione anarchica.
L’anarchia esige la coesione volontaria e cosciente nello stesso ideale da parte di tutti. Come un’unica persona si oppone, l’anarchia cessa di esistere.
Ma, amici miei, voi credete possibile anche un solo momento nell’infinito fluire del tempo in cui Nessun uomo provi desiderio per ciò ch’è dell’altro, abbia smanie di potere e di potenza sugli altri, voglia distinguersi dagli altri anche con una brutta reputazione?
L’esperienza c’insegna che gli uomini possono dominare la bestia che è in loro, ma non l’umanità intera.
E’ la stessa ragione per cui il sogno del comunismo marxista è irrealizzabile: la ragione non è mai arrivata fin’ora a distribuire egualmente tutto a tutti al punto da rendere obsoleto lo Stato (dopo tutto il comunismo non è nient’altro che una via organizzata all’anarchia).

Dunque lo splendido, magnifico, libero mondo dell’anarchia cessa di essere possibile per un fatto umanamente ontologico: l’uomo sembra sarà sempre metà angelo e metà demone.
Tuttavia, io stesso non voglio credere a tutte queste parole. Non voglio pensare che un cambiamento interiore dell’intera umanità sia un evento impossibile. Improbabile forse, ma non impossibile…
Ma è in quel mondo che voglio credere: in quel mondo fatto non di Stati, ma di Uomini.
Solo allora, solo nell’anarchia pienamente concretizzata, si realizzerà il fine ultimo dell’umanità intera: la fine della sofferenza.

Vostro,
Nick Apostata

Libertè est la Privatisation

Quello che segue non è un articolo. Non ne possiede nè la scorrevolezza, nè lo stile conciso.
Ma giuro che la colpa non è solo mia. E’ stata l’inattesa piega degli eventi.
Mercoledi’ avevo pronto un pezzo sulla privatizzazione della res publica di cui il nostro Presidente del Consiglio vuole ergersi a paladino.
Poi, lo tsunami Charlie Hebdo. La mia coscienza bombardata di notizie, riflessioni, analisi geopolitiche o complottistiche, commenti xenofobi di cui preoccuparmi e finti messaggi di cordoglio isitituzionali di cui sdegnarmi.
L’impulso è stato quello di riordinare i pensieri, abbandonare l’altro articolo e scrivere di questo episodio lasciando perdere tutte le disquisizioni sulla nostra piccola provincia italica.

Ma poi, mi sono reso conto che in realtà le due vicende non erano affatto distanti.

Dunque, tanto valeva cogliere l’occasione della connessione che vi ravvisavo, per poterle toccare entrambe, anche a costo di rendere l’esposizione del mio pensiero quello che è: un non articolo.
Ma è il mio pensiero e credo che il condividerlo non possa che arricchirlo, soprattutto nel confronto con le vostre interpretazioni, magari critiche.
Il comune denominatore che ho riscontrato tra le due vicende è il termine più abusato nelle ultime ore: Libertà.

Partiamo da Charlie Hebdo.
Per l’occasione ci siamo ricordati di Voltaire, Diderot, Montesquieu, Rousseau e tutta la cultura Illuminista, e addirittura, la nostra opinione pubblica ha cominciato a ricordarci che questo magnifico valore, la libertà , E’ la cultura occidentale.
Insomma, per trovare un’unità sovranazionale che non c’è mai stata e a cui finora si è preferita quella multinazionale (a buon intenditor poche parole) si è dovuti ricorrere al vecchio stratagemma del gruppo in fusione di Sartre:
la minaccia esterna.
Il problema è che, svanita la minaccia esterna, il gruppo in fusione si scioglie, a meno che non trovi un altro pericolo/nemico.
Ma rischiamo di andare oltre, a noi non interessa, viviamo,fieramente miopi, il presente.
E così, ecco che  il premio Nobel Mario Vargas Llosa tuona su El Paìs:
vogliono che la cultura occidentale, culla della libertà, della democrazia, dei diritti umani, rinunci ad esercitare quei valori, che inizi ad applicare la censura, che stabilisca che certi temi sono proibiti, e cioè che rinunci ai principi fondamentali della libertà […] credo che l’Occidente, l’Europa, il mondo intero debbano prendere atto che c’è una guerra che si sta svolgendo nel loro territorio e che questa guerra la dobbiamo vincere se non vogliamo che la barbarie prenda il posto della civiltà”(traduzione di Luis E. Moriones per “LaRepubblica”, Domenica 11 Gennaio 2015).
Questo commento, che è la versione europeista, di quello grezzo e nazionalista di stampo salviniano-pegidista “fermiamo l’invasione”, mi porta a voler mostrare delle perplessità circa la riflessione dello scrittore naturalizzato spagnolo.
Alla non-riflesssione di Salvini su twitter preferisco invece fare dono della mia più completa indifferenza.

Torniamo all’articolo apparso su El Paìs.
Innanzitutto, l’equivalenza Europa:Libertà= Asia:Tirannia di cui Llosa si fa evidentemente portavoce, è piuttosto vecchiotta: non è altro che un adattamento dell’antico Grecia:Democrazia= Persia: Schiavitù.
Equivalenza che ai Greci serviva semplicemente per giustificare la presunta superiorità razziale rispetto ai Persiani e che peraltro si fonda su un falso storico dato che, come fa brillantemente notare Luciano Canfora ne “La democrazia, Storia di un’ideologia”(LaTerza 2004), Erodoto la smentisce ne Le Storie, (Libro III La Persia) sostenendo che la genesi della democrazia sia da attribuire ad un dignitario persiano che rovesciò l’usurpatore Smerdis.
Tra l’altro, con le parole di Canfora, “la democrazia ad Atene non determina un “governo popolare” ma una guida del “regime popolare” da parte di quella non piccola porzione dei “ricchi” e dei “signori” che accettano il sistema
E, partendo proprio da quest’ultima citazione, siamo davvero sicuri che la minaccia più grande ai “nostri” ideali di libertà provenga da oi barbaroi?  Io credo di no.
O meglio, credo sia più difficile da contrastare il virus endogeno che mina la fragilità della democrazia: il capitalismo spinto, di cui noi stessi siamo artefici.

Sicuramente l’Occidente dopo vari secoli e al prezzo di numerosi massacri (vorrei ricordare che i regimi totalitari sono proprio un “nostro” prodotto) è riuscito a compiere notevoli passi in avanti per quanto riguarda le libertà e l’uguaglianza civile e politica.
Sicuramente in tutto questo è stato fondamentale il processo che ha portato all’indipendenza del diritto dalle altre sfere (religione, politica, economia).
Ma tale processo non è affatto concluso, ma piuttosto si trova in equilibrio precario.
Se il mancato approdo ad un tale livello di indipendenza degli ordinamenti giuridici è evidente in alcuni stati islamici in cui diverse interpretazioni del Corano (alcune letteralmente fasciste, si veda quella Wahabita in Arabia Saudita, nei confronti della quale l’Occidente tace per evidenti interessi) sono legge, più difficile si fa la questione nell’analizzare ed individuare le infiltrazioni che ai “nostri” modelli istituzionali provengono da degenerazioni tipicamente occidentali.
Mi riferisco alle influenze dei gruppi finanziari e delle grandi lobby che orientano costantemente i parlamenti di tutto il mondo, talvolta ricorrendo all’ausilio di associazioni criminali.
A questo proposito faccio riferimento allo splendido e allo stesso tempo amarissimo documentario del 2012 “Park Avenue” di Alex Gibney, in cui sono mostrati gli incredibili condizionamenti alla politica americana da parte dei più importanti businessmen, con importanti rivelazioni da parte di ex lobbisti, ora agli arresti.
Ed è in questi legami potere legislativo- mondo degli affari che si inserisce la vicenda italiana e la mia riflessione a riguardo.
All’inizio degli anni ’90 abbiamo avuto la fine della Prima Repubblica con Tangentopoli.
Poi nel 1994 il gruppo industriale Fininvest ha addirittura costituito un partito tutto suo, ed è arrivato al Governo, con gli esiti che conosciamo.
Oggi il Premier Matteo Renzi  nel suo programma di rinnovamento del paese pone come tassello fondamentale l’abolizione del finanziamento pubblico a partiti e giornali.
E verrebbe da dire: cosa c’entra questo con le minacce alla libertà?
Semplice: nel momento in cui un Partito o un giornale vengono sostenuti economicamente da qualcuno, questo qualcuno vorrà qualcosa in cambio: essere rappresentato.
Nel momento in cui il finanziamento arriva dalle tasse di tutti i cittadini (milioni di persone), in maniera indistinta, l’ente (Partito, uomo politico, giornale) sarà libero da qualsiasi vincolo, se non quello di agire/ scrivere nel rispetto della propria coscienza.
Il suo operato potrà poi essere condiviso o criticato dal cittadino che però, avendolo finanziato anche avendo opinioni diverse, ha contribuito nel consentire una pluralità di opinioni in un dialogo democratico.
Ma nel momento in cui, non sono più tutti a finanziare un partito, ma solo alcuni, è evidente che per mantenere inalterate le entrate, bisognerà “attrarre” finanziatori più “generosi”, alzando l’asticella dei requisiti, ed escludendo chi, con le sue idee, non riesce ad attrarre i “benefattori”
Ed in questo senso il PD, il 6 Novembre ha fatto una cena di autofinanziamento a Milano , il cui requisito di partecipazione era il pagamento di una quota di almeno mille euro. Risultato:800 partecipanti, di cui una buona parte imprenditori.
La libertà di essere rappresentati da un partito in Parlamento adesso ha addirittura un valore monetizzabile.
Se non disponi di quel requisito, puoi rinunciare al tuo diritto.
Siamo alla contraddizione più totale: la privatizzazione della res publica, i cui interpreti, i partiti e i giornali, sono dati letteralmente in appalto al miglior offerente.
La libertà a partecipare diviene di proprietà di chi è in grado di pagarla.
E non è poi un caso se, come ha fatto ben notare Il Fatto Quotidiano, il testo del Jobs Act sia un copia -incolla del documento intitolato “Proposte per il mercato del lavoro” redatto lo scorso Maggio da Confindustria.
Un decreto legge scritto quindi non dai rappresentanti dei cittadini, ma da un’oligarchia imprenditoriale non legittimata da alcuna elezione popolare.
Io, prima di ergermi a paladino della “Nostra Democrazia” in tutto il mondo, verificherei prima la QUALITA’ del prodotto “made in west” da esportare.
E poi, in opposizione all’ipocrisia, c’è l’inconsistenza:
Alessandro Di Battista (Parlamentare del Movimento 5 Stelle) che, se da un lato denuncia la presenza di lobbisti in parlamento e rivendica l’istituzione di un reddito di cittadinanza che consenta di liberare le persone dallo stato di necessità che in alcuni casi le porta a vendere il proprio voto anche per pochi euro o di un interesse, dall’altro si dichiara a favore dell’abolizione del finanziamento pubblico.
A me pare alquanto contraddittorio.
E’ proprio condividendo il suo ragionamento che si arriva all’equivalenza:
Reddito di cittadinanza: Persona= Finanziamento Pubblico: Partito/Giornale.
Sia il reddito di cittadinanza che il finanziamento pubblico sono garanzie di indipendenza da qualsiasi tipo di legame/asservimento economico.
Certo, poi un giornale o un partito possono lo stesso scegliere di diventare servi di un gruppo  ristretto di interessi.
Ma è proprio questo il punto.
Possono scegliere, non devono farlo per necessità.
Dove c’è pura necessità di sopravvivenza, non c’è spazio per la libertà.
Ed è solo grazie alla libertà di agire, che può esserci un “esercizio comune del potere” per usare un termine della Arendt.
Se manca la possibilità del suddetto esercizio comune, parafrasando Max Weber, il potere diviene dominazione di alcuni uomini su altri, legittimati da una autorità, imposta dai dominatori del momento.
In questo senso, le istituzioni occidentali, nel rivendicare la propria superiorità dovrebbero almeno avere il coraggio di dichiarare l’antinomìa che fa da Grund Norm alla loro idea di democrazia:
“Libertè est la privatisation, Ègalitè est la disproportion, Fraternitè est la compètition”.
Data la loro timidezza a dichiararlo al mondo mi sono permesso di farlo io, nel pieno della mia arroganza e sulla falsa riga di Orwell e del suo:
“War is Peace. Freedom is Slaverty. Ignorance is Strenght.”
Almeno the Big Brother aveva l’ardore di dichiararlo apertamente.

Il Giovane Werther

Ricapitolo le fonti citate così che, se aveste curiosità di approfondire, non dovrete scorrere da capo l’intero articolo alla loro ricerca.
“La democrazia. Storia di un’ideologia” Luciano Canfora, LaTerza 2004.
(L’opera tra l’altro fa parte della collana “Fare l’Europa” che ha coinvolto numerosi intellettuali europei coordinati da Jaques Le Goff).
“Park Avenue” documentario di Alex Gibney, 2012.
Traduzione dell’articolo di Mario Vargas Llosa, apparsa su “LaRepubblica” Domenica 11 Gennaio 2015, pag.34

Perchè sostengo #jesuischarlie anche se non lo avrei comprato.

Dai, vi sfido. Prima dei fatti di mercoledì alla redazione del giornale satirico francese, chi conosceva Charlie Hebdo.
Io si. Io l’avevo già vista qualche loro vignetta su internet e aveva colto il mio interesse, anche se non più di tanto, non sapendo il francese. Non lo avrei comunque comprato, il giornale offende la mia fede cattolica più e più volte. E ovviamente non per questo avrei organizzato un attacco terroristico contro di loro.
Perchè la satira si fa, ed è un diritto. L’unico diritto che ci rimane quando siamo schiacciati, è la possibilità di fare un ultimo sberleffo al potere, e farne ridere, anche perchè quando di una cosa riusciamo a dipingerne un lato comico, automaticamente le togliamo ogni potere.
Una satira come quella di Charlie Hebdo in Italia sarebbe stata impossibile. Sarebbe bastata una telefonata, e giù la saracinesca. Avrebbe dato fastidio. Troppo.
Alla faccia del buonismo del #jesuischarlie e della parata di Renzi insieme agli altri capi di stati. Ricordatemi di ‘sta cosa, tra un po’ ci ritorno.
Magari non ve lo ricordate, ma quella simpatica canaglia di Calderoli si era messo una volta una maglietta con una vignetta presa proprio da quel giornale. E giù critiche. Fu costretto alle dimissioni e chiunque in quel periodo diceva che aveva soltanto avuto cattivo gusto.
Ma adesso è diverso, difendere Charlie Hebdo è diventato politically correct. Anzi, come nell’Urss, che se non attacchi i nemici del popolo anche tu sei anche tu un cripto-borghese, se non difendi Charlie Hebdo sei contro la libertà di stampa, un oscurantista, un bigotto, un fondamentalista.
Io lo difendo, ma a modo mio.
La satira di Charlie Hebdo non mi piaceva. La satira va fatta contro il potere, è il più piccolo che si ribella al Golia. Non è la presa in giro del fedele o in chi crede in qualcosa. Ma chissenefrega, la satira non deve piacere per forza, e soprattutto non deve piacere a me per forza per difenderne il suo diritto all’espressione.
La satira di Charlie Hebdo mi da’ fastidio perchè mi viene in mente che per difenderne il diritto all’espressione è morto un poliziotto musulmano, la stessa fede che poi quotidianamente prendevano in giro.
Mi da fastidio che alla parata dei politici per commemorare la morte ci fosse pure Netanyahu. Che durante la scorsa estate ha fatto uccidere 27 giornalisti palestinesi. Ma nessuna parola per loro. Quando è stato assassinato Naji al-Ali, artista e giornalista satirico palestinese, probabilmente dal servizio segreto israeliano, nessuno ha fatto un minuto di silenzio per lui. Nella calca dell’ipocrisia di quel giorno, c’erano alcuni tra i più famosi dittatori della parola. Ma non fa niente, l’importante era farsi vedere lì.
Qualche giorno dopo Boko Haram ha ucciso 2000 persone, ma nessuna marcia per loro. Nessuno ha cambiato immagine profilo per loro.
Mi viene allora in mente una frase di Stalin. “una morte è una tragedia, un milioni di morti una statistica”. E infatti, sono troppi 2000. Non posso scrivere #jesuischarlie per loro, non so i loro nomi, e poi anche se li sapessi, vai a scrivere 2000 volte #jesuiseccecc. Dopo un po’ perde di senso.
Mi piace immaginare cosa avrebbero detto i redattori morti alla redazione su tutto questo. Forse ci siamo persi le vignette più belle.

-Il dissidente