L’INDIFFERENZA “MORAVIANA”

Il romanzo “Gli indifferenti” fu scritto nel 1925 da un giovanissimo Alberto Moravia all’epoca non ancora diciottenne. L’opera segnò il sucesso e la devozione alla letteratura di uno dei massimi esponenti della corrente Neorealista, sviluppatasi negli anni ’50 durante il dopoguerra, un periodo gelido per la società del tempo poiché si era usciti da poco dal tremendo conflitto, ma che infine si rivelò di grande rinascita poiché, dopo pochi anni, grazie ai numerosi progressi nel campo della scienza e della tecnica, grazie al “boom economico” e soprattutto grazie alle riforme politiche e sociali il nostro popolo trovò la forza di rialzarsi e di creare una nuova realtà fiorente e migliore di quella che si viveva prima della grande guerra. “Gli indifferenti”, nonostante sia stato scritto molto tempo prima della nascita del Neorealismo, anticipa le più importanti caratteristiche di questa corrente letteraria soprattutto quella di mettere a nudo la realtà nella sua pura essenza e di lasciare che infine sia il lettore a riflettere se veramente ciò che ha appena letto sia paragonabile all’attualità che lo circonda. L’indifferenza è appunto il tema più importante dell’opera,un tema ricorrente anche nelle successive opere moraviane (“La noia” giusto per fare un esempio). Ma quindi qual è il concetto di indiferenza inteso dal nostro Moravia? Per comprenderlo cerchiamo prima di individuare i vari aspetti che caratterizzano il romanzo,ossia la trama, lo spazio, il tempo, i personaggi, etc…Si tratta di un’opera che si sviluppa in sole due giornate,all’interno dei salotti della borghesia romana, nei primi decenni del Novecento. A dire il vero, in quest’opera non troviamo una vera e propria trama perché, essendo un romanzo intimista, l’autore preferisce concentrarsi maggiormente sui personaggi principali, sui loro pensieri, sui loro ideali e su come essi si sviluppino nel corso del racconto. Questi personaggi però sono “indifferenti” ai valori e alle forze necessarie al manifestarsi di una vera e propria tragedia. Per cominciare abbiamo i componenti della famiglia Ardengo: la vedova Maria Grazia e i figli Carla e Michele. Essi sono dominati dalla figura del signor Leo Merumeci, volgare arrivista che frequenta Maria Grazia ormai da molti anni, ricavandone numerosi vantaggi economici ma danneggiando così i figli della donna. Alla vicenda si aggiunge un quinto personaggio, Lisa, una vecchia amante di Leo di cui Maria Grazia è molto gelosa; questa vecchia fiamma, però,dimostra di provare un forte interesse per il giovane Michele il quale reagisce alle avances in maniera contraddittoria con notevoli cambiamenti di umore. Nel frattempo Leo nota lo stato d’animo della giovane Carla, ragazza ingenua, sensibile, assalita da numerose incertezze tipiche della sua età e rancorosa nei confronti della madre. Leo, approfittando della debolezza d’animo di Carla, riesce a raggirarla fino a sedurla, creando così un ignobile adulterio. Michele, maltrattato da Leo, rimane indignato per la situazione ,e, superato il limite della sopportazione, aspira a ribellarsi a quel disgustoso rapporto ma ogni suo tentativo d’azione risulta vano, fino ad arrivare alla scena in cui tenta di uccidere Leo con una pistola che ha però dimenticato di caricare. Fallita la rivolta di Michele la situazione si assesta: Leo sposerà Carla, Maria Grazia e Michele si adatteranno, anzi il giovane diventerà indifferente amante di Lisa. Tutti e cinque i personaggi sono legati tra loro da una serie di rapporti reciproci, incastrati in un perfetto meccanismo, in un continuo ruotare e spostarsi di scambi e condizionamenti . Come commenta lo scrittore e docente Giulio Ferroni (“Storia della Letteratura Italiana”, Mondadori, Milano 2013): “Le vicende si svolgono in interni pieni di oggetti allucinati e privi di spessore: lo spazio appare astratto e squadrato,paragonabile e quello della pittura cubista; le figure umane non sono che manichini, mossi da una forza assurda a cui restano estranei e appunto “indifferenti”.Questo mondo appare l’unico possibile: dai suoi aspetti iniqui,torbidi e volgari, che avvelenano ogni gesto e ogni rapporto, è impossibile uscire; la vita si svolge con un effetto di morte, in una prigione in cui ciascuno si ostina a creare soddisfazioni sordide e cupe, a seguire appetiti e desideri che sempre si rivelano meschini, ottusi e ciechi”. Questo è il capolavoro di Moravia! E dicendo così possiamo affermare che questa è “l’ indifferenza di Moravia”. Ma se ci riflettiamo bene essa non ricorda abbastanza anche i temi dell’esistenzialismo e dell’alienazione che troviamo nei pensieri di grandi menti del passato come Hegel, Schopenauer, Kierkegaard, Feuerbach, Marx, Freud ,etc… e che i nostri amati scrittori neorealisti decisero di riprendere per l’elaborazione delle loro opere più importanti? Sarebbe quindi opportuno aprire una digressione a proposito di questi temi.La filosofia esistenzialistica pone l’accento sul carattere irriducibile dell’esistere e s’interroga sul rapporto tra l’esistenza e l’essere,tra l’esperienza dell’individuo e l’orizzonte di ciò che lo trascende;oppone comportamenti “autentici”, legati alla coscienza della reale condizione umana nel mondo, a comportamenti “inautentici”, che accentuano la banalità della “chiacchiera” quotidiana. Con il termine”alienazione” che genericamente significa ”divenire altro”, viene descritta la condizione socio-psicologica dell’uomo nella società industriale e capitalistica; vengono quindi rappresentati degli essere umani che hanno ormai perso la loro identità, sottratti a se stessi, privati della coscienza, immersi in un mondo dominato dagli oggetti, esseri percepiti non come persone ma come cose. Secondo la filosofia hegeliana viene indicata una fase essenziale della conoscenza, quella in cui il soggetto esce da sé, diventa un oggeto a sé stesso, si estrinseca nella natura e nella storia: a questa perdita della soggettività segue, nella dialettica hegeliana, una riappropriazione ,un ritrovarsi dello spirito in sé, con una sintesi più profonda fra soggettività ed oggettività. Questo concetto di Hegel venne poi ripreso da Ludwig Feuerbach e da Karl Marx. Il primo ci parla di alienazione religiosa: l’uomo si aliena in Dio per evadere dai duri problemi della sua realtà opprimente,quindi separa da sé tutti i suoi predicati essenziali e li trasferisce alla divinità. In seguito,Marx deciderà di approfondire il pensiero di Feuerbach volendo inizialmente dare una spiegazione a quale sia la causa di questa alienazione, di cui il filofoso suo predecessore non ha parlato; Marx quindi sostiene che questi opprimenti problemi dell’uomo siano dati dalla condizione economica che sta vivendo. Infatti Marx ci parla di alienazione economica; usa quindi questo concetto nell’ambito dell’economia politica per definire il carattere del lavoro salariato nel sistema capitalistico in cui il lavoratore è estraniato dal prodotto della sua attività,e quindi da sé stesso ,ridotto a cosa. Quindi gli uomini,alienati da sé stessi, si rapportano agli altri in quanto possessori di merci, non per quello che sono ma solo in funzione del valore di scambio di cui dispongono: la merce si pone quindi come un ”feticcio” che regola una società perpetuamentre alienata. Sicuramente Moravia aveva letto Marx ed altri pensatori e rilegge le loro teorie in una chiave intimistica che riflette l’alienazione dell’uomo in un dimensione non economica ma affettiva e sentimentale. In ciò consiste la visione moderna di Moravia che ne fa un autore attuale e sempre attarente per le nuove generazioni.
Edmund Burke