Un allenamento di Parkour visto da un principiante.

Poco tempo fa, su un noto blog della mia città, uscì un articolo nel quale l’autore si lamentava di un gruppo di giovani che osava fare Parkour nel parco della nostra città, mettendo a serio rischio sia la loro vita che quella dei passanti. Incuriosito da questo articolo, conoscendo uno dei giovani in questione, ho chiesto di potermi allenare con loro, così da vedere se effettivamente erano degli irresponsabili, come vengono spesso dipinti, oppure no. La mia proposta viene accolta e mi viene dato appuntamento la domenica alle 10.Utilizzando tutte le mie forze riesco ad alzarmi e a portare il mio fisico da sollevatore di polemiche al parco.

Appena arrivato vengo accolto da un gruppo piuttosto vario. C’è chi si allena da 4 anni, come chi si allena da 5 mesi, come chi è al terzo allenamento. MI vengono spiegati alcuni principi base del Parkour. Mi è rimasto impresso il fatto che di base in questo sport non esista competizione, ma solo un cammino personale che ogni Traceur intraprende, allenandosi con altri, ma senza mai scontrarsi. Un po’ come in certe arti marziali, nel quale non vi è vero e proprio agonismo, ma solo un confrontarsi per accrescersi reciprocamente. Durante questo discorso mi tolgo subito qualche curiosità. Prima di tutto mi faccio spiegare le misure di sicurezza che prendono prima di compiere determinati salti, o prima di salire su una sbarra, e mi accorgo che sono molto più attenti alla propria incolumità loro di tanti altri sportivi. Si controlla bene se una trave possa reggere o no il peso, prima di “sbloccare” un salto si calcolano meticolosamente le distanze, il luogo di atterraggio e il luogo di partenza, arrivando a spendere settimane per eseguire un solo salto. Chiedo anche quali e quanti infortuni hanno avuto nel corso dei loro allenamenti e mi stupisco del fatto che nessuno si sia mai rotto nulla e nessuno abbia mai minimamente rischiato fratture o altre cose così. L’unico brutto incidente lo ha avuto un ragazzo a causa di un callo che è esploso mentre era attaccato ad un’asta, quindi un incidente dovuto più alla sfiga che alla mancanza di attenzione.

Dopo questo excursus iniziamo il nostro allenamento. Ci si riscalda, si fa una corsetta e via con i primi fondamenti. L’allenamento è tarato in modo da far imparare più possibile alle schiappe del gruppo, cioè a me. Vedo come superare un muretto, come mantenermi in equilibrio, come rimanere in tenuta su un muro più alto di me, come scendere da un muro senza spaccarmi l’osso del collo. Sono due ore intensissime ma non mi sono minimamente pesate, grazie sia al gruppo sia a Bryan, che, a soli diciassette anni, è in grado di strutturare un allenamento completo, sicuro e adatto a tutti.

Durante tutto l’allenamento ho imparato alcune delle mosse basilari del parkour e, se certe cose sono state facili da imparare(come l’atterraggio o il superare un muretto basso), alcune particolarmente difficili(posso fa tutto, ma stare in equilibrio a occhi chiusi è una tortura immane) altre mi hanno fatto seriamente dubitare delle mie capacità psicomotrici( insomma, come è possibile che nei film riescano a rimanere aggrappati ad un muro per ore mentre io non ci sono riuscito per mezzo secondo?).

Insomma, dopo un’ora e parecchia pelle scorticata, finiamo con le tecniche e andiamo a fare potenziamento e stretching. Durante tutto l’allenamento vedo come i frequentatori del parco siano contenti della presenza di un gruppo di giovani, che mantiene il posto pulito( non è bello poggiare le mani e trovarsele bucate da del vetro rotto) e allegro. Mentre ci si allena ovviamente si parla, ed esce fuori il discorso del perché questi Traceur si siano avvicinati al Parkour. C’è chi era attratto dalle movenze e dalla spettacolarità dei movimenti o chi si è avvicinato anche solo per avere una sicurezza in più, per poter scappare da situazioni spiacevoli. Hanno iniziato tutti per i più disparati motivi, ma sono rimasti tutti per la bellezza dello sport, per le sfide sempre nuove che propone, per la mancanza di competizione tra i vari traceurs e per lo spirito di squadra che si instaura tra tutti.

Finito l’allenamento ci si saluta con il saluto tipico di questo sport e si va a casa, personalmente contento di non aver passato la domenica mattina buttato sul letto a dormire, ma di essermi avvicinato a questa disciplina spettacolare e troppo spesso mal vista. Devo dire che, se non fosse stato per l’ignoranza di qualcuno che si affretta a giudicare senza conoscere, adesso non avrei questa bella esperienza da raccontare. Dio benedica i giudizi affrettati!

PS: In allegato lascio un video di un allenamento tipico, così da dare la possibilità a tutti di capire la bellezza di questo sport.

-Paolo Riccio

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La verità che i media ci nascondono: COME VIVONO DAVVERO OGGI GLI AMERICANI.

Stanotte tranquillo e con una certa ingenuità giravo su YouTube, quando inizio a vedere video dalla dubbia sanità mentale, sia da parte mia che li stavo vedendo e sia da parte di chi quei video li aveva ideati e girati.
Poi la folgorazione: becco un cartone animato sovietico del 1942, in cui il nemico è un enorme maiale coi baffetti e l’uniforme delle SS.
Fantastico.

Nella colonna di destra però, un altro titolo aveva turbato la mia candida attenzione. North Korea Documentary: How americans live today. Lo guardo, e ormai senza parole ai titoli di coda, grido al capolavoro.
IL REGISTA E’ IL PIU’ GRANDE E INDISCUSSO GENIO VIVENTE!
Altro che Stanley Kubrick! Altro che Woody Allen! Altro che David Lynch!
Un documentario scomodo e coraggioso che svela tutte le verità nascoste che i media non ci raccontano. Ma anche una testimonianza con una vena di ironia e con risvolti tragici, che ha simili in Italia solo nei servizi del TG4, con eccellenti inquadrature piene di pathos della popolazione americana, senzatetto e ormai indigenti.
Come dimenticare gli incredibili toni lirici della troupe Nordcoreana che sveglia un senzatetto americano per dargli una calda coperta cucita direttamente dalle eclettiche mani del Caro Leader e un “buon vero caffè nordcoreano (?)”?
Mi sono addirittura commosso quando le telecamere hanno ripreso lo sguardo ingenuamente infantile dell’americano “fiero della sua tenda da campo in cui vive”, essendo l’edilizia americana allo sfacelo, disordinata, sporca e con un enorme buco sul tetto da cui piove. In alcune sequenze ho riconosciuto la scuola Ėjzenštejniana, la spersonalizzazione tramite piccoli dettagli di scarpe rotte e sudici cappelli dell’enorme numero di vagabondi americani.
Vorrei spendere due parole sull’emozionante colonna sonora, l’inno della gloriosissima Corea del Nord in loop dall’inizio alla fine. Musiche che ti rimangono a suonare nel cuore.
Ma tanta bellezza non può essere definita a parole, con umiltà infatti vi faccio vedere coi vostri occhi questo documentario che vi farà aprire gli occhi sulle reali condizioni dell’imperialistico occidente corrotto e bugiardo.Questo vuole essere anche un invito a conoscere i magnifici e umilissimi registi di Pyongyang, così lontani dalle luci della ribalta, ma così artisti d’avanguardia.

Salute e Vittoria al Supremo Leader Kim Jong-un!

P.S. Caro e Magnanimo Leader, ho fatto il mio dovere, ora ti prego libera la mia famiglia.
-Lorenzo Olivieri