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Recensione: ERA MIO PADRE (Sam Mendes, 2002)

Tradotto in Italia come “Era mio padre”, “Road to Perdition” esce nel 2002 con la regia di Sam Mendes, autore noto per la produzione ininterrotta di capolavori storici (“American Beauty”, “Revolutionary Road”, “American Life”). “Road to Perdition” non è un’eccezione: riceve una catasta di candidature agli Oscar, ai BAFTA e anche una ai Golden Globe, è acclamato dalla critica ed apprezzato anche dal botteghino.
Per parlare del film, bisogna prima parlare del regista, o meglio di quello che possiamo chiamare il “caso Sam Mendes”.
Regista teatrale, successivamente cinematografico e produttore, Mendes può prima di tutto contare sull’ottima educazione artistica del Regno Unito, dove le produzioni mirano sempre all’armonia tra i vari aspetti, alla profondità e alla professionalità anche nella più piccola interpretazione. Inoltre si distingue per l’abilità di abbinare perfettamente le morbide musiche di Thomas Newman alle carrellate, alle scene lente ma profonde. Non c’è alcuna pesantezza nel film, ma un’infinita tenerezza, una paterna carezza sulla pellicola. Autore di unicamente 6 film, Mendes è tuttavia un talento affermato, raffinato e carismatico, alla maniera di Terrence Malick.
Ci troviamo nell’America del 1931 in piena Depressione. La mafia è dilagata ovunque. Michael Sullivan (Tom Hanks) è un fidato killer della famiglia Rooney, quella che domina la città. Ha una moglie, due figli, una vita apparentemente tranquilla ch’egli vuole preservare con estrema dedizione e cura. Legato da affetto filiale al boss John Rooney (Paul Newman nella sua ultima super premiata interpretazione), Michael, una notte, va a sbrigare una delle sue “commissioni” col figlio di Rooney, Connor (Daniel Craig), viziato e spregiudicato. Si scopre che all’omicidio ha assistito il figlio di Michael, Michael Junior, che lo aveva seguito per scoprire finalmente quali lavori facesse per i Rooney. Connor, per paura di una compromettente testimonianza, uccide la moglie ed il gemello di Michael, confondendolo col fratello.
Michael allora inizia la sua epopea attraverso l’America per trovare la vendetta e la pace, ma sono ostacolati dai boss e soprattutto da un assassino, perverso e depravato, (Jude Law) assoldato niente di meno che da Al Capone, alleato dei Rooney.
La destinazione è esplicitamente simbolica nel suo nome (ed è anche una sibilla): Perdizione, località dove si trova la casa estiva della sorella della madre.
Musica perfetta e squisita, abilità nella regia degna di lode, straordinaria interpretazione di tutto questo cast, un gruppo corale di enormi talenti. L’unico consiglio che do è di vederselo, nel modo più assoluto.
E’ un’opera. E’ un affresco, è un notturno, è tragedia greca. I dialoghi sono di casta semplicità, impregnati di durezza e di tenerezza. Un film che riesce nell’esplorare le straordinarie dinamiche del rapporto d’amore e guerra tra padre e figlio. E’ la storia di padri (Michael e John) ed è la storia di figli (Michael Jr. e Connor). Bellissimo. Indescrivibile.

-Nicolò Errico

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700 film rari gratis online: Tarantino, Wes Anderson, Nolan, George Lucas.

Il sito Openculture (progetto online che si occupa di promuovere la libera circolazione di opere di qualsiasi tipo attraverso Internet o altri media) ha ricercato e messo online tutti i film liberi di diritto, e tra di essi figurano alcune rarità. Tra loro infatti ci  sono le prime opere di registi ormai famosi, come My Best Friend’s Birthday (1987) di Quentin Tarantino, Bottle Rocket (1992) di Wes Anderson, Doodlebug (1997) di Christopher Nolan e il terzo cortometraggio di George Lucas, realizzato ancora quando era studente. Tra gli altri, c’è il cortometraggio originale di Frankweenie (1984), che qualche anno fa è stato oggetto di un remake compiuto dallo stesso Tim Burton.

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Tra gli altri, sono disponibili alcuni filmati di propaganda, come l’originale Titanic del 1943, girato da registi nazisti (no, non credo ci sia DiCaprio), o The Spirit of ’43, della Disney con un folle Paperino contro il Terzo Reich.

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E c’è anche Vinyl (1965), di Andy Warhol, tratto da “Arancia Meccanica” libro di Anthony Burgess. Giusto qualche anno prima di Stanley Kubrick.

Sono inglese senza sottotitoli, ma io vado lo stesso a buttarmici dentro.

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Alcune ragioni per cui amiamo Wes Anderson

1) Perché ha uno stile originale, poetico, dona un’impronta caratteristica a tutti i suoi lavori e diverte senza rinunciare a trattare temi importanti.

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2) Perché è riconoscibile come se ci mettesse una firma sotto: fotografia, montaggio, regia, personaggi… Wes Anderson ha un suo stile unico e caratteristico.

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3) Perché ogni suo film è come guardare in quadro. Dove tutto è quasi sempre perfetto.

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4) Perché la musica è sempre perfetta, tanto che ogni tanto la domanda che ti viene è: “ma come fa?”

5) La sceneggiatura mi fa sorridere, ridere, pensare e sognare; i personaggi sono così vivi e nitidi che escono dallo schermo e sembra ti si siedano accanto e poi continuano a rimanere con te.

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6) Perché il tratto delicato e fiabesco ti fa vedere sullo schermo scene che avevi immaginato da bambino.

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7) Per la simmetria e la sua maniacale attenzione ad ogni inquadratura.

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8) Perché i personaggi di Wes Anderson hanno la peculiarità di non rimanere traumatizzati dalle loro situazioni passate. La tristezza dura un’istante, la depressione sembra quasi non esistere. I ritmi sono veloci e stare col fiato sul collo è una situazione che, durante la visione, ci sprona ad andare più forti, senza entrare nel panico. A tutto vi è rimedio, anche nelle sventure più grandi.

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E alla fine, non abbiamo un motivo razionale per amare i suoi film. Si amano e basta.

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Recensione: Southland Tales (2006)

“E’ questo il modo in cui finisce il mondo: non già con un lamento, ma con uno schianto”
Nel 2006 un tentativo cinematografico molto ambizioso di un altrettando coraggioso giovane regista, qual è Richard Kelly, approdò nelle sale statunitensi con modeste, ma accettabili aspettative, visto il budget non troppo basso (16 milioni di dollari). Ma la storia c’insegna che le grandi innovazioni sono quelle che per prima cosa suscitano la diffidenza del pubblico. $ 300.000 fu l’incasso totale di questo film, che rinunciò a sostare ancora nelle sale e cercò fortuna nell’home-video, senza ancora successo. “Southland Tales”, opera seconda di Kelly (autore del più noto “Donnie Darko”), è un oceano aperto di generi svariati, musiche (dal maestro dell’elettronica Moby) e colori dal tono onirico, interpretazioni tra la completa inesperienza e la più sensibile bravura, un cast prevalentemente giovane che, nonostante l’insuccesso del lavoro completo, possiede nomi molto noti. Parliamo di Justin Timberlake, che impersona un veterano della III guerra mondiale in corso nel mondo futuristico del film, ora spacciatore di un nuovo tipo di droga e “osservatore” delle storie (“tales”) che si susseguono sotto il suo mirino a Los Angeles; Dwayne Johnson, alias “The Rock”, protagonista del film, privo di memoria e al centro di un complotto che potrebbe portare alla fine di tutto l’universo; Sarah Michelle Gellar, conosciuta meglio come Buffy, nei panni di un’ex-pornostar che per i propri fini entra nella vita del misterioso uomo senza identità e ricordi; Seann William Scott, famoso (ahimé) per la saga di American Pie, entra perfettamente nel ruolo di un altro veterano della devastante guerra che l’America affronta su più fronti, portando le sue capacità oltre quelle che ci si poteva aspettare da un attore di una particina demenziale di una serie di film altrettanto demenziali. Le sue staordinarie capacità di recitazione riescono a far dimenticare il passato da Stifler, mostrandoci un attore capace e dalle potenzialità varie. Il personaggio è altrettanto affascinante, devastato da un conflitto interiore non ben definito che solo nel finale troverà inaspettatamente fine. “Il suo cuore era colmo di disperazione” direbbe di lui Timberlake. Tra il thriller fantascientifico e il dramma teatrale, con tratti molto significativi di comicità macabra, violenza gratuita (ma non stupida), la poesia visiva e letteraria di questo film che non è altro che un’opera escatologica apparentemente confusa e caotica che pone molti interrogativi sul futuro della società attuale corrotta dal denaro e dall’avidità, che brama violenza e se la gusta senza compassione. Gli effetti speciali sono a volte completi e accettabili, mentre nella maggior parte (per quelle poche volte che se ne fa uso) sono comunque frutto di un basso budget e perciò di scarsa cura. Ciò non rende però sgradevole la visione, se si è in grado di sopportare e di rimanere concentrati sulla trama molto complessa senza rinunciare a trovarvi senso e significato di fondo, come invece hanno fatto critici e pubblico, dichiarandolo persino come uno dei film più brutti nel mondo (definizione che con forza disapprovo). Il prodotto è così una poesia filmica, creato dall’armonia tra parole, musiche ed immagini, che fa uso di figure retoriche e trovate tipiche più di un’artista che di un regista. Da qui l’insuccesso di Richard Kelly, sempre messo KO dal sistema commerciale cinematografico, che però non riesce a scoraggiare le sue rare (ma continue) produzioni antoconformiste. Degno di nota è il sorprendente pezzo musical in cui Timberlake, strafatto di karmafluido (ecco il nome della nuova droga in circolazione nella Los Angeles futuristica del 2008), canta in play-back “All These Things That I’ve Done” dei The Killers.
Qui vi lascio. Ne ho fatto esperienza e ho parlato. Ora siete liberi di fare lo stesso.

-Nicolò Errico

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Tarantino influenzato.

In una delle sue più brevi ma dense interviste il giornalista sportivo Federico Buffa, dall’alto della sua immensa cultura cinematografica, ci racconta di come, nel 1984, un italo americano piuttosto massiccio e dal mento particolarmente prominente entrò al 1822 di Sepulveda Boulevard, a Manhattan Beach, in California (che allora recava l’insegna “Video Archives”), e cominciò a parlare di cinema: partendo da Jean Luc Godard fino ad arrivare all’ultima ondata di pellicole americane, il suo discorso era in gran parte mirato a dimostrare il motivo per cui Mario Bava, a quei tempi morto da poco, era senza dubbio da includere nell’Olimpo del cinema internazionale. Venne subito assunto.

L’esordio di Tarantino, tuttavia, é di gran lunga più complesso, e ha la sua origine nel Pussycat, un cinema porno di Torrance in cui il regista lavorava come maschera, dove ha forse visto la luce la sua passione per il feticismo. Ma é al Kim Sing di Los Angeles, il teatro cinese per eccellenza, che Quentin sviluppò gradualmente la sua cultura enciclopedica, guardando quei film che lo avrebbero ispirato e gli avrebbero fornito gli spunti maggiori per i suoi lungometraggi più famosi, compresa la sua prima e discussa pellicola, Reservoir Dogs (Le Iene). Egli prese parte della trama da City On Fire, uno dei capisaldi del cinema di Hong Kong degli ultimi venti anni (che con il film di Tarantino ha in comune anche lo stallo alla messicana finale) e il titolo da un capolavoro del cineasta Louis Malle, Au revoir les enfants. Il francese del regista italo americano, tuttavia, non era buono quanto le sue competenze cinematografiche, e “au revoir” diventò ben presto “reservoir”, cui egli unì Straw Dogs, titolo di un magnifico thriller di Sam Peckinpah, già maestro del western all’americana. Tuttavia, per stessa ammissione di Tarantino, le influenze de Le Iene non terminano qui e si estendono fino al cinema italiano degli anni 70, con quel già citato Mario Bava che era stato visionario regista del pulp Cani Arrabbiati, vero e proprio precursore del genere. Si narra infatti di come un suo amico, dopo aver visto per la prima volta il film di Bava, abbia detto: “Ehi Quentin, questo film dovevano chiamarlo Le Iene 2!”. Un’affermazione sbagliata, viste le date di produzione dei due capolavori, ma a suo modo profondamente veritiera.

Sulla scia del successo del suo primo film, dovuto soprattutto alle vendite dell’home video, Tarantino si isolò in ritiro spirituale ad Amsterdam, e con l’aiuto dell’amico Roger Avery firmò la sua seconda sceneggiatura ufficiale. Il risultato fu Pulp Fiction, crogiuolo di ispirazioni noir quali Hitchcock, Siegel e Godard e riferimenti al cinema d’exploitation anni ’70 e ’80, che Quentin vide come una più elegante incarnazione dei suoi gusti “poco raffinati”. Il film, tuttavia, venne inizialmente rifiutato dal produttore Mike Medavoy, perché non coerente con l’idea clintoniana di ridurre le sparatorie e la violenza nei film. Inutile dire che fu proprio questo il motore che spinse Pulp Fiction al successo. Si é visto quindi come, tra i vari omaggi riscontrabili nel cinema di Tarantino non mancò mai quello alle produzioni di nicchia anni 70, che il regista italo americano e Robert Rodriguez, suo pupillo dai tempi di Four Rooms, erano soliti vedere a casa di Quentin.

Da questi incontri nacque Grindhouse-A prova di morte, film del 2007 che costituisce solo uno dei due segmenti della serie completata da Planet Terror, diretto appunto da Rodriguez, che firmò anche la sceneggiatura. Già il titolo chiarisce l’influenza subita dai due registi da parte di un cinema dai più fortemente criticato: le grindhouse erano, infatti, le sale cinematografiche in cui venivano proiettati, nei lontani anni 50, i film di serie B, di cui A prova di morte e Planet Terror costituiscono dei veri e propri revival. Magistrale in questo senso l’opera di Rodriguez, in cui, per amplificare la resa “antichizzata”, furono letteralmente tagliate delle scene, per simulare delle bobine mancanti. Nel capitolo del film diretto da Tarantino si può inoltre cogliere un riferimento, più o meno esplicito, a “Quel maledetto treno blindato”, produzione italo americana del 1978 di cui il maestro del pulp si é dichiarato un profondo ammiratore. In una celebre scena tarantiniana, infatti, due auto si scontrano accompagnate dalle incalzanti note di Hold Tight, mentre la sequenza é sviscerata e riproposta da punti di vista differenti (come avviene in un quadro di Picasso), parallelamente a quanto accadeva nelle scene di guerra della pellicola di Enzo Castellari. Oltre a fare sua questa tecnica, però, Tarantino opera una vera e propria selezione tra le varie dinamiche degli inseguimenti utilizzate tra gli anni ’70 e gli anni ’90, finendo col preferire le prime in quanto desideroso di ricreare le emozioni causate dall’assenza degli effetti speciali. La predilezione del celebre regista per il cinema italiano, però, non si limita solo ai sottovalutati B-movies. Il grande Sergio Corbucci era infatti già nel mirino di Tarantino quando nel 2012 la produzione del film Django Unchained, con i suoi 430 milioni di dollari incassati, venne dedicata a uno dei capolavori degli spaghetti western. Il film del regista italo americano, accompagnato anche dalle musiche di Bacalov, scritte per il Django di Corbucci (uscito nel 1966), offre una cruda rappresentazione della schiavitù nel profondo sud degli Stati Uniti, con scene di fustigazione e di estrema violenza, riprese in parte dall’opera del regista italiano.

A discapito di ciò che si potrebbe pensare, però, la passione di Tarantino per i western all’italiana degli anni sessanta lo aveva influenzato già nel 1992 quando, nel film Le Iene, la scena del taglio dell’orecchio veniva ripresa esattamente dal Django originale, che aveva reso Franco Nero uno dei più famosi attori di film western a livello internazionale. Il pistolero italiano, famoso in tutto il mondo, compare inaspettatamente anche nel film di Tarantino nelle vesti di un proprietario terriero che, in uno scambio di battute con il nuovo Django, afferma di sapere come si pronuncia il suo nome (la “d” è muta) per sottolineare ancora una volta l’omaggio al capolavoro di Corbucci in cui lui interpretava la stessa parte. Django é, tuttavia, il frutto di un salto all’indietro di quasi cent’anni, operato da Tarantino in seguito alla produzione del pluripremiato Inglourious Basterds, in cui il regista, perennemente innamorato della sua radice italiana, aveva reso omaggio al già citato “Quel maledetto treno blindato” di Castellari, uscito negli Stati Uniti sotto il titolo di “Inglorious Bastards”. Il film di Quentin, tuttavia, non va tanto visto come una copia spudorata di quest’ultimo in quanto, per stessa ammissione del regista, esso era stato ideato come una fusione tra il film di Castellari e “Quella sporca dozzina” di Alrich, in una rete di rimandi e citazioni che sembra non avere fine (come la voluta storpiatura di Inglorious Bastards nel grammaticamente scorretto Inglourious Basterds). Non c’è da meravigliarsi, quindi, se il titolo di un capitolo del film, “Once upon a time in Nazi occupied France”, si rifaccia a quello di “C’era una volta nel West” di Sergio Leone, maestro già omaggiato in una delle scene finali di Django Unchained.

È bene chiarire, tuttavia, che il recente avvicinamento di Tarantino alle ambientazioni storiche (che pure era avvenuto senza abbandonare le sue tipiche tonalità pulp), non si limita ad una semplice successione di eventi, ma è attento all’ideale di Truffaut secondo cui, tra la menzogna organizzata e la realtà confusa, si va sempre per la menzogna organizzata.

Gaetano Ferrante – Alba Melchiorre

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Perché ci ostiniamo a tradurre i titoli dei film?

Di recente è uscita al cinema l’ultima fatica di Fincher, Gone Girl. Ovviamente i nostri distributori non potevano lasciarsi sfuggire l’occasione di rovinare questo film con un titolo assolutamente inappropriato: L’amore bugiardo. Un qualsiasi amante di cinema potrebbe storcere il naso e chiedersi il perché di questa scelta, ma si sa, è più facile spezzare un atomo che capire i distributori italiani. Va detto anche che, per quanto questo titolo sia da denuncia, non è nemmeno degno di entrare nel pantheon dei peggiori. Negli anni ci siamo abituati a violenze ben peggiori nei confronti delle opere cinematografiche.

Sembra assurdo che, nonostante tutte le critiche degli ultimi tempi ci si ostini a distribuire film con titoli che non rappresentano affatto lo spirito dell’opera, ma che fanno pensare a tutt’altro. Il primo che mi viene in mente è: “Eternal sunshine of a Spotles Mind”, conosciuto da noi come “Se mi lasci ti cancello”. Capisco che presentare un film con a titolo una poesia di Pope avrebbe spaventato l’italiano medio, ma qui si va a inserire un titolo che attira un determinato target di spettatori, non adatti alla visione di questo film, e allontana uno spettatore che effettivamente potrebbe apprezzarlo. A causa di questo la pellicola è stata snobbata da molti, che la vedevano come una semplice commedia romantica, senza nemmeno immaginarsi la raffinatezza e la profondità del film. Poi ci sono coloro che, non sapendo molto di cinema, decidono di vedere film in base al titolo e agli attori che ci sono, magari leggendo a grandi linee la trama. Ecco, una persona depressa, stanca o che semplicemente vuole vedersi in pace con il proprio partner una commedia romantica sarà sicuramente attratta da un film con Jim Carrey e Kate Winslet e con un titolo del genere, salvo poi ritrovarsi a guardare un film capace di aumentare la sua depressione o fargli nascere mille paranoie, di certo non una commedia da domenica sera. Senza girarci troppo intorno, questa trovata dei distributori è stata una presa per i fondelli per tutti.

Ora, se titoli come “L’amore bugiardo” o “Se mi lasci ti cancello” sono delle traduzioni fatte malissimo, che travisano il senso del film e ingannano il potenziale spettatore, esiste una categoria di film che hanno subito una sorte che definire ambigua è dire poco. E sono quei film che non sono stati tradotti dall’inglese all’italiano, ma che sono stati distribuiti nel bel paese con un titolo inglese, ma diverso dall’originale! Ci vuole coraggio a trasformare “Away we go” in “American life”. Se il primo titolo mi fa effettivamente pensare ad un film On The Road, American life al massimo può farmi pensare ad un grassone che guarda il baseball in tv. Inutile dire che il premio in questa categoria va tutto a Made in Dagenham, film ispirato ad uno sciopero tutto al femminile avvenuto, appunto, a Dagenham, verso la fine degli anni 60, presentato al pubblico italiano come “We want sex”. Titolo che, non solo travisa il significato del film, ma che sminuisce tutto il suo messaggio. Un titolo del genere sembra pensato apposta per attirare solo maschi arrapati o casalinghe frustrate, tagliando fuori tutte le donne che avrebbero guardato volentieri un film che parla di un momento importante della lotta all’emancipazione. Purtroppo, quando un film non è ben pubblicizzato, il titolo è la prima cosa a cui si guarda, e dubito che una persona che cerchi un film storico o impegnato si interessi a We want sex.

Potrei continuare la mia lista elencando tutti quei titoli che contengono sesso, potere, castità, perversione e denaro senza che nel film vi siano accenni, oppure i vari titoloni\spoiler, che ti fanno passare la voglia di vedere la pellicola poiché già ti sbattono in faccia il super colpo di scena (qualcuno ha detto “La donna che visse due volte”?), e potrei finire con tutti quei film già brutti, resi ancora più repellenti da titoli scritti probabilmente sotto effetto di stupefacenti (“fatti, strafatti e strafighe” o “Tre menti sopra il pelo”), ma non voglio rovinarvi la giornata, vi basti sapere che qualcuno, in questo momento, mentre voi state leggendo questo articolo, stanno traducendo centinaia di titoli. E non si sta impegnando affatto.

Paolo Riccio