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Giochi di ruolo. Ecco come mi hanno cambiato.

Qualche tempo fa girava un articolo che parlava della pericolosità dei giochi di ruolo, di come chi ci giocasse fosse un asociale, un satanista, volesse uccidere la mamma e cose così. Ora, è superfluo dire che su quell’articolo ci siamo fatti tutti delle grasse risate, anche perché da ogni parola si vedeva chiaramente che il giornalista non aveva ma giocato non solo a D&D e Sine Requie, ma forse nemmeno a Lupus o assassino. Però, come si dice dalle mie parti, dopo il riso viene il pianto. Per quanto quell’articolo non fosse neanche lontanamente da prendere in considerazione, mi ha messo in testa che forse una persona digiuna dai giochi di ruolo effettivamente potrebbe avere una visione distorta di ciò che si fa mentre si è tutti seduti intorno a quel tavolo, con i dadi in mano, le schede davanti e tutti i nostri amici intorno.

Partiamo dallo sfatare il luogo comune più grande che ci sia: Quando uno gioca di ruolo si chiude nel suo mondo fantastico e si separa dalla realtà. Questo effettivamente è vero, ma lo stesso accade davanti ad un film, un videogioco, o quando si guarda alla tv un qualsiasi reality show. La differenza è che, per giocare di ruolo, bisogna essere per forza in un gruppo. E capite bene che, per quanto uno possa essere concentrato sul gioco, in realtà non sta facendo altro che passare una serata con degli amici, in un modo diverso dal solito, magari evitando di distruggersi il fegato in birreria quel giorno. Che poi, per quanto io possa chiudermi, da quando gioco di ruolo ho incontrato una marea di persone, con alcune delle quali ho stretto grandi amicizie. Certamente è più facile parlare intorno ad un tavolo che in mezzo ad una pista con la musica assordante nelle orecchie.

Adesso passiamo al punto che più mi sta a cuore. Molti dicono che i giochi di ruolo ti deviano, perché puoi anche impersonare personaggi cattivi(che poi nessuno ti obbliga a farlo). Ora, se una persona interpreta solo ed esclusivamente personaggi caotici e malvagi può darsi che un minimo possa diventare più violenta, ma dovrebbe essere un soggetto che non riesce a distinguere il gioco dalla realtà, e in quel caso siamo in presenza di patologie molto gravi, non imputabili di certo ad una sessione di Vampire. In realtà questa possibilità di interpretare personaggi caotici o legali, buoni o cattivi, vigliacchi o eroici, è proprio il punto di forza dei giochi di ruolo. Interpretando di volta in volta eroi(o antieroi) diversi è quasi impossibile non aprire la mente, ed essere più comprensivo una volta tornato nel mondo reale. Se interpreta un personaggio di una razza reietta per mesi, state pur sicuri che il razzista del gruppo, dopo un po’, diventerà molto più tollerante verso il diverso, così come il ribelle del gruppo, dopo aver impersonato un paladino impegnato nel rovesciare il re cattivo e corrotto senza usare violenza e metodi illegali sarà leggermente più comprensivo verso l’operato di certi giudici e poliziotti.

Ed eccoci arrivati alla critica più divertente di tutte: i giochi di ruolo portano al satanismo. Ora, tralasciando il fatto che, se si studiano attentamente tutti i vari mostri, le divinità e i demoni che possiamo trovare nei vari giochi è facile trovarvi elementi di ogni religione, sia in positivo che in negativo. Così come ci sono divinità palesemente rubate ai greci e ai latini, allo stesso modo troviamo creature angeliche, e anche demoni, ripresi dall’antico testamento. Non è colpa dei creatori di giochi se le religioni, con le loro storie così violente e con tutti i vari demoni, angeli ed arcangeli siano un mondo così fertile dal quale attingere per giocare.

Chiudiamo con la domanda che mi sento porre più spesso dall’italiano medio: “Ma non è più divertente andare in discoteca o guardare il calcio in tv che giocare di ruolo?” Ecco, No.

Paolo Riccio

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riflessioni semiserie.

Un doloroso disastro. Se volessero fare una fiction su rai2 di quelle che fanno il martedì sera divise in due parti sulla mia prima giornata di università, sarebbe questo il titolo migliore.
Partiamo dalla mattina. ancora in fase rem prendo il pullman che mi viene indicato. Anche l’intestazione corrisponde. L’Aquila. Felice e un po’ emozionato, ignaro di quello che mi sarebbe accaduto salgo, per la prima volta su un pullman a due piani. Eccitatissimo alla sola idea (del pullman a due piani, non dell’università) prendo le scalette e vado al piano superiore, e qui penso a tutto tranne al fatto che il pullman potrebbe portarmi in un’altra facoltà. Anzi, ci penso, ma bollo questa teoria come eretica. Quando l’autista con voce dall’oltretomba urla: “università!”, scendo, anche se il posto mi sembra fatalmente diverso dall’ultima volta.

Che abbiano abbattutto tutto il centro per lasciare spazio al deserto? Perché ho quello intorno.
Comincio a camminare, verso la direzione che mi sembra più logica. Chiedo informazioni a quello che mi sembra un indigeno, che alla domanda: “sa dov’è Via Nizza.” risponde: “Venezia?”
“No, VIA NIZZA. Dove sta la facoltà di lettere e filosofia.”
“Non abbiamo università qui.”
E qui mi comincio a porre domande filosofiche, del tipo:
– Chi sono?
– Dove stiamo andando?
– Da dove veniamo?
Vado avanti e fermo un altro.
Ma ferma prima lui me, e prima che gli potessi chiedere mi fa: “scusi, dove sta l’università?”
Lo guardo con la morte negli occhi e nell’animo, lo lascio molto cinicamente ma con sconforto nel cuore e lo guardo mentre lentamente si accascia a terra e vado avanti.
E qui vorrei aprire una parentesi.
Ma ci sono autoctoni a L’Aquila?
Io non credo. Ho trovato solo universitari originari dello Zimbabwe, immigrati dalla Turkmenia e altre 25 etnie tranne quella aquilana. Perché di solito si va via da una città terremotata, mentre qui sembra che gli indigeni siano spariti e la città sia stata occupata da invasori.
Cammino, e come un filologo riesco a mettere insieme diverse teorie, e grazie a voci di corridoio e stralci di notizie, arrivo e vedo da lontano l’edificio bianco dell’università.  Relativa pace, per tutta la lezione.
Quando esco, vado verso quella che pensavo fosse la fermata. Ovviamente del pullman per Teramo nessuno ha mai sentito parlare. Chiedo almeno per una biglietteria, ma mi guardano tutti chiedendomi il significato della parola “biglietteria”. Poi la trovo. A 25 minuti dal passaggio del pullman. Ma le partenze dei mezzi di trasporto, in Abruzzo, come in Marocco, nei paesi arabi e a Napoli, sono molto flessibili, e soggetti a cambiamenti in base all’umore dell’autista, così possono diventare 15 minuti o 15 giorni. Entro con fretta in biglietteria, e ci sono due persone. La bigliettaia ha una voglia di lavorare pari a 9 nella scala Rosaria. Rosaria è un’amica di famiglia nota per la sua voglia di lavorare, celebre per aver lavorato meno di un dipendente dell’ASL ammalato. Ecco, in una scala da 1 (lavoratore stacanovista) ad Rosaria (cioè 10) la bigliettaia arrivava quasi al massimo, cioè 9. Ha perso tempo raccontando delle vacanze in Giappone della fidanzata bellissima di un suo amico e della fantastica gita ad Alberobello di sua zia Enrica, consigliando a me e all’altro avventore soprattutto l’ultima destinazione. Il tempo di passaggio del pullman si era abbassato nel frattempo a soli 20 minuti reali, e dovevo anche camminare per 6 km per la fermata. A 15 minuti dal momento X comincio a correre per i 6 km, e arrivo fortunatamente poco prima del passaggio. Qui diversi mi scambiano per aquilano, chiedendomi se fosse passato il numero 7 per Paganica o il 6b per Ariccia, confermando la mia teoria della non esistenza dell’aquilano. Il pullman ha ritardato di 10 minuti, e ad un certo punto ho cominciato  a vedere San Berardo e Sant’Antonio che mi intimavano di tornare sulla retta via, andare nella mia città all’universita e lasciare quel posto dimenticato dal Signore.

Forse avevano ragione.

Ci ribecchiamo.

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-uno studente poco serio