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Bryan Lewis Saunders – un artista sotto le droghe

Era il 30 marzo del 1995 quando l’artista americano Bryan Lewis Saunders ha preso una decisione: creare un autoritratto al giorno. l’autoritratto, ripetuto una volta al giorno, cattura la parte più intima dell’artista, e coglie i sentimenti più sottili, come delusione, tenerezza e amarezza. “Così come le impronte digitali, i fiocchi di neve o il dna, nessuno stato d’animo è uguale a se stesso e non si può ripetere” scrive Saunders sul suo sito web. Poi ha diviso i ritratti in serie, e tra queste ce n’è una particolare: come mi vedo quando le mie percezioni sono alterate da droga.

Abilify XanaxAtivan Abilify Xanax e Ativan (Abilify è un farmaco per curare la schizofrenia e il disturbo bipolare, Xanax è un ansiolitico per curare gli attacchi di panico e Ativan è un sedativo per curare l’insonnia)

abilify 90mg Abilify (dopo 3 mesi di utilizzo 3 volte la dose massima)

absinthe 1 bicchiere Assenzio (distilllato ad alta gradazione alcolica a base di Assenzio maggiore)

adderal 10 mg Adderall (psicostimolante per curare il ADHD, deficit da disturbo dell’attenzione)

ambien 10 mg Ambien (farmaco usato per curare le gravi insonnie, può indurre gravi amnesie, sonnambulismo, sonnolenza e tendenze suicide )

AtivanHaloperidol Ativan e Aloperidolo (l’Aloperidolo è un farmaco antidelirante e antiallucinatorio, l’uso può causare il morbo di parkinson, movimenti involontari di lingua e arti e irrequietezza confusionaria)

buspar 15 mg Buspar (usato nel trattamento all’ansia e alla sindrome depressiva)

butalbitals Butalbital (barbiturico usato per curare le cefalee intensive, può causare euforia e dipendenza)

butane honey oil  BHO – Butane Hash Oil  (concentrato di cannabis)

cephalexin 250 mg Cefalexina (farmaco usato per infezioni renali ed endocarditi batteriche. L’autoritratto è fatto con Cefalexina e acquerelli)

cocaine 1/2 grammi Cocaina (alcaloide ottenuto dalle foglie di coca)

computer duster Pulitore spray per computer (le bombolette spray vengono sempre più usate come alternativa alle sostanze che danno assuefazione, causa il basso prezzo e la facile reperibilità. Possono causare arresto cardiaco e morte)

cough syrup2 bottiglie di sciroppo per la gola

crystal meth Metanfetamina (psicostimolante)

dailudid 4 mg Dilaudid (conosciuto in Italia come Idromorfone, derivato della morfina)

Drugs-2-Bath-Salts Sali da bagno

geodon 60 mg ziprasidone (usato per la schizofrenia e il disturbo bipolare)

HydrocodoneOxycodoneXanax 7.5 mg idrocodone 7.5 mg ossicodone e 3 mg xanax  (l’idrocodone è un antidolorofico usato per il trattamento del cancro, l’ossicodone un oppiaceo)

klonopin 3 mg clonazepam (ansiolitico e antiepilettico)

Marijuana resin Resina di marijuana

marijuana Marijuana

morphine iv Morfina intravena

nicotine gum 2 mg di gomma di nicotina (dopo aver smesso di fumare da due mesi)

Nitrous OxideValium Ossido di azoto e Valium intravena  (l’ossido di azoto è un analgesico, è noto anche come gas esilarante, il Valium è utilizzato per trattare i disturbi d’ansia, l’insonnia e gli spasmi muscolari.)

pruno 1 bicchiere di Pruno (bevanda alcolica fatta con mele, arance, latte e zucchero)

risperdal 4 mg risperidone (farmaco usato per il trattamento della schizofrenia)

trazodone 100 mg trazadone  (sostanza psicoattiva usata per la depressione, insonnia e fibromalgia)

zyprexa 10 mg zyprexa (usata per gli adulti affetti da schizofrenia)

Quello che rende disturbanti queste immagini è il fatto che la maggior parte di loro sono farmaci perfettamente legali, e vengono ancora adesso usati nei trattamenti di vari malati. Saunders ha voluto guardare coi loro occhi. Per alcune settimane ha sofferto di letargia, e alcuni problemi al cervello che fortunatamente non sono irreparabili.

Alla fine della galleria, Bryan Saunders dice che l’esperimento è ancora in atto, e non smetterà di farlo.

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Come scrivere un haiku

Intanto vi dico subito che non c’è un modo diretto per scrivere haiku, ma come non esiste un modo per scrivere poesie. Bisogna tanto tener conto dell’ispirazione e della vostra sensibilità.

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Per scrivere un haiku però, bisogna avere in mente delle regole ben precise.
L’haiku, per secoli è stato una forma di poesia popolare, trasversale a tutte le classi, grazie alla sua semplicità (spesso, se non sempre, apparente) e immediatezza.

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L’haiku ha 17 sillabe, disposte con metrica 5-7-5. In alcuni è possibile un numero superiore di sillabe (nomi propri nel componimento) ma mai di meno. È necessario un riferimento ad una delle quattro stagioni, questo in giapponese è chiamato “kigo”. L’haiku può essere composto di due stili differenti, il primo può presentare in un verso il tema del componimento che si sviluppa poi negli altri due versi, oppure il secondo ha due temi che possono essere in armonia o in contrasto.
Cerca di condensare in poche parole un’esperienza intensa. Hai presente quando vedi qualcosa e gridi agli altri “guardate!”? Ecco, quello può essere un buon oggetto di un haiku. Pensa ad un modo sincero e inusuale di indicare quella cosa, ma sii semplice. Descrivi attentamente i dettagli.
Leggi le poesie dei grandi poeti per ispirarti. E poi esci, gli haiku più belli sono stati scritti all’aperto. L’haiku non deve essere perfetto, deve servire per esprimere la tua sensibilità.
E non smettere di scrivere, scrivere ogni giorno è il modo per migliorare continuamente la tua scrittura.

Hai scritto degli haiku? Inviali a redazionegruppo14gmail.com, i più belli saranno pubblicati.

il poeta

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Un robot prova a leggere la realtà

Stanotte non riuscivo a smettere di usarlo. Era diventata una droga. Penso che quando lo vedrete farà lo stesso effetto a voi. Sapete di cosa sto parlando?
Alcuni ricercatori hanno messo a punto un algoritmo che decifra la realtà attorno ad essi. Se voi date una foto o un disegno a questa intelligenza artificiale vi descriverà cosa c’è nella foto. Incredibile.
Ma ho subito pensato, cosa succederebbe se gli dessi una foto di un film o un quadro? Cosa vedrebbe il robot in un Modigliani o in un Picasso? Non mi restava che provare e riprovare. Ho scelto quelle che considero le immagini più iconiche, e mi sono divertito ad immaginare la realtà come la vedrebbe un computer.
Vi metterò le risposte più divertenti che il robot mi ha dato.
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Visione di San Girolamo, Parmigianino (1526-1527)
C: “un uomo posa sul suo stomaco sulla cima di una statua di orso.”

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Nosferatu il vampiro, Werner Herzog (1922)
C: “un uomo si fa la barba con un gatto sulla spalla.”

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L’urlo, Munch (1885)
C: “un cardinale colorato seduto su una ringhiera di legno.”

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Arancia meccanica, Stanley Kubrick (1971)
C: “un uomo si veste in un uniforme militare e guarda attraverso un microscopio, mentre un uomo calvo in camice bianco guarda su”

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Guernica, Pablo Picasso (1937)
C: “un mucchio di ombrelloni e firme sul muro mentre la folla è in piedi.”

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Un chien andalou, Luis Bunuel (1929)
C: “una persona che tiene un volto bianco che guarda sopra la sua testa”

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La libertà che guida il popolo, Eugene Delacroix (1830)
C: “un grande gruppo di ballerini vestiti brillantemente si scattano fotografie.”

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Raising the Flag on Iwo Jima (1945)
C: “un gruppo di arance appeso al ramo di un albero con le nubi sullo sfondo”

E allora mi sono immaginato il robot su cui saranno inserite queste informazioni, girare per la multicolorata società moderna, piena di stimoli e di luci colori suoni, che si chiederà e si risponderà su cosa significhino quelle cose tanto strane per lui.
Con l’ingenuità di un programma che attraverso un algoritmo tenta di decodificare la realtà.

Il sito: http://deeplearning.cs.toronto.edu/i2t

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La città impossibile.

Oggi vi parlo di una città. Urville è il terzo polo industriale francese, vanta un aereoporto da 104 milioni di passeggeri all’anno, vanta 150 grattacieli, 500 chiese cattoliche, 57 sinagoghe, 14 moschee e otto templi buddisti. La sua storia affonda nel XII secolo avanti Cristo, nata come insediamento fenicio e ha vissuto le guerre di religioni del ‘500 da protagonista. Si trova proprio di fronte a Cannes.

Non l’avete mai sentita nominare?

Non vi trovate in difetto. Urville non esiste. O meglio, esiste solo nella mente di Gilles Tréhin, artista autistico francese, che oltre a immaginarla in ogni particolare, storico, politico ed economico, ha disegnato viste di questa immaginaria città in tutti i minimi dettagli. Credo sia una delle cose più affascinanti e disturbanti che si possano immaginare.

Affascinante perchè questo artista francese riesce ad esprimere la sua idea di città perfetta, questa utopia che esiste solo nel suo cervello, e a farcela vedere così bene. Poi vi spiegherò perché è anche disturbante.

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La città è come se pulsasse sotto i nostri occhi, viva e frenetica come ogni città occidentale. Riesco quasi ad immaginarmi mentre vedo i disegni il traffico, i rumori, le vite delle persone che la abitano. Tutto così perfetto, eppure semplice fantasia di Gilles Trèhin. La sua vita non è iniziata tanto facilmente, con la diagnosi della sindrome di Asperger. Comincia ad immaginare questa città fin da quando aveva 12 anni, prima sviluppandola coi lego, e quando lo spazio non bastava più cominciandola a disegnare.

Probabilmente a causa del suo autismo, gli abitanti di questa città diventano irreali; se notate infatti nessuno di loro è in gruppo, ognuno mantiene il suo spazio fisico in cui occupa il piccolo posto di marciapiede in cui si trova. Questo ci da’ un senso di profonda perturbazione, rendendoci l’immagine tanto irreale e realistica allo stesso tempo. Ne sentiamo il traffico, ma l’ordine in cui vediamo le persone, un ordine matematico quasi paranoico ci fa credere che qualcosa non vada.

Purtroppo su di lui in italiano ho trovato davvero poco, e devo ringraziare un forum di arte contemporanea per avermelo fatto conoscere.

Per approfondire vi metto l’indirizzo del sito dove Gilles Trèhin mette i suoi disegni. Il sito è in 5 lingue, tra cui l’italiano, ed è curato interamente da lui stesso.

http://trehinp.dyndns.org/urville/mes%20dessins.htm

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Perchè sostengo #jesuischarlie anche se non lo avrei comprato.

Dai, vi sfido. Prima dei fatti di mercoledì alla redazione del giornale satirico francese, chi conosceva Charlie Hebdo.
Io si. Io l’avevo già vista qualche loro vignetta su internet e aveva colto il mio interesse, anche se non più di tanto, non sapendo il francese. Non lo avrei comunque comprato, il giornale offende la mia fede cattolica più e più volte. E ovviamente non per questo avrei organizzato un attacco terroristico contro di loro.
Perchè la satira si fa, ed è un diritto. L’unico diritto che ci rimane quando siamo schiacciati, è la possibilità di fare un ultimo sberleffo al potere, e farne ridere, anche perchè quando di una cosa riusciamo a dipingerne un lato comico, automaticamente le togliamo ogni potere.
Una satira come quella di Charlie Hebdo in Italia sarebbe stata impossibile. Sarebbe bastata una telefonata, e giù la saracinesca. Avrebbe dato fastidio. Troppo.
Alla faccia del buonismo del #jesuischarlie e della parata di Renzi insieme agli altri capi di stati. Ricordatemi di ‘sta cosa, tra un po’ ci ritorno.
Magari non ve lo ricordate, ma quella simpatica canaglia di Calderoli si era messo una volta una maglietta con una vignetta presa proprio da quel giornale. E giù critiche. Fu costretto alle dimissioni e chiunque in quel periodo diceva che aveva soltanto avuto cattivo gusto.
Ma adesso è diverso, difendere Charlie Hebdo è diventato politically correct. Anzi, come nell’Urss, che se non attacchi i nemici del popolo anche tu sei anche tu un cripto-borghese, se non difendi Charlie Hebdo sei contro la libertà di stampa, un oscurantista, un bigotto, un fondamentalista.
Io lo difendo, ma a modo mio.
La satira di Charlie Hebdo non mi piaceva. La satira va fatta contro il potere, è il più piccolo che si ribella al Golia. Non è la presa in giro del fedele o in chi crede in qualcosa. Ma chissenefrega, la satira non deve piacere per forza, e soprattutto non deve piacere a me per forza per difenderne il suo diritto all’espressione.
La satira di Charlie Hebdo mi da’ fastidio perchè mi viene in mente che per difenderne il diritto all’espressione è morto un poliziotto musulmano, la stessa fede che poi quotidianamente prendevano in giro.
Mi da fastidio che alla parata dei politici per commemorare la morte ci fosse pure Netanyahu. Che durante la scorsa estate ha fatto uccidere 27 giornalisti palestinesi. Ma nessuna parola per loro. Quando è stato assassinato Naji al-Ali, artista e giornalista satirico palestinese, probabilmente dal servizio segreto israeliano, nessuno ha fatto un minuto di silenzio per lui. Nella calca dell’ipocrisia di quel giorno, c’erano alcuni tra i più famosi dittatori della parola. Ma non fa niente, l’importante era farsi vedere lì.
Qualche giorno dopo Boko Haram ha ucciso 2000 persone, ma nessuna marcia per loro. Nessuno ha cambiato immagine profilo per loro.
Mi viene allora in mente una frase di Stalin. “una morte è una tragedia, un milioni di morti una statistica”. E infatti, sono troppi 2000. Non posso scrivere #jesuischarlie per loro, non so i loro nomi, e poi anche se li sapessi, vai a scrivere 2000 volte #jesuiseccecc. Dopo un po’ perde di senso.
Mi piace immaginare cosa avrebbero detto i redattori morti alla redazione su tutto questo. Forse ci siamo persi le vignette più belle.

-Il dissidente

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“Verso una Architettura” Le Corbusier

Le riflessioni già raccolte nella rivista l’”Esprit Nouveau” e sviluppate in oltre quarant’anni di ricerca sui compiti dell’architettura moderna e sull’arte come emozione che nasce da regole e rapporti matematici sottesi alle forme, trovano un ordine nel libro “Vers une Architecture”. In quest’opera manifesto, Le Corbusier analizza la questione della necessaria rivoluzione dell’architettura, ormai “in penoso regresso”.
Denuncia l’eccessivo accademismo della figura dell’architetto a lui contemporaneo che, irretito dai miseri indottrinamenti delle scuole, non riesce a rapportarsi alla realtà circostante, mentre il suo mestiere dovrebbe essere “l’applicazione delle conoscenze alla realizzazione di una concezione”, dovrebbe commuovere, dovrebbe suscitare emozione.

Si interroga su come possa essere raggiunta la felicità dell’uomo che abita la città e giunge alla conclusione che “l’architettura è l’attività che produce popoli felici”; il cittadino è felice nell’ammirare la bellezza dei luoghi che lo circondano, primo fra tutti la propria casa, “uno dei più urgenti bisogni dell’uomo, primo strumento che egli si è forgiato”.

Per fare buona architettura, bisogna fare buoni architetti!
Prima lezione: la triade lecorbusiana.
“L’architettura è il gioco sapiente, rigoroso e magnifico dei VOLUMI nella luce”, e la luce rivela le forme primitive, le più belle, quelle che hanno costruito le architetture dei tempi più antichi, quelle che i nostri occhi riconoscono e misurano: la sfera, il cubo, la piramide, il cilindro, il prisma, il cono; che assemblati fra loro generano quelli che Le Corbusier chiama “oggetti a reazione poetica”. Gli architetti a lui contemporanei invece non hanno appreso il concetto dei volumi essenziali, ma si dilettano nell’applicazione delle frivole arti decorative; mentre gli ingegneri, con i loro calcoli, ”appagano gli occhi con la geometria”. Al concetto di volume si associa quello di SUPERFICIE, che l’avvolge e modifica; e infine, la PIANTA, sintesi di tutto, elemento generatore, senza cui ci sarebbe arbitrio e disordine.

Dicevamo all’inizio che l’architettura deve riscoprire la semplicità originaria e l’armonia delle forme ma non ci si accorge che questa armonia è davanti agli occhi dell’uomo, “occhi che non vedono”, nelle grandi opere di ingegneria, che escono dal laboratorio o dalla fabbrica: le automobili, gli aeroplani, i piroscafi.
Infatti l’industria, a partire dagli anni Venti, subisce una crescita esponenziale, è in un periodo di grandi cambiamenti, sviluppo commerciale e fervore nelle attività umane.
“Possediamo un’ottica nuova e una nuova vita sociale, ma non vi abbiamo adattato la casa”. Per rispondere a questo problema, Le Corbusier mette a confronto passato e presente e si chiede: “Che cosa hanno in comune il Partenone ed una automobile?”. Entrambi sono un prodotto di selezione applicato ad uno standard, esprimono lo spirito dell’epoca in cui sono nati. Ma negli anni Venti, quello stile, proprio dell’automobile (icona della rivoluzione industriale in corso), non viene riconosciuto come tale, su cui fondare nuovi principi estetici; non viene riconosciuto come modello da emulare per la formulazione dell’architettura moderna, perché l’uomo, sentitosi minacciato dal progresso, non riesce ad adattarsi al cambiamento. Preferisce invece tornare al passato, al Partenone, studiare con venerazione le opere dell’antichità e fondarvi una nuova architettura, che diventerebbe però anacronistica rispetto ai tempi in cui vive.
Le Corbusier, paladino de l’Esprit Nouveau della “grande epoque qui vient de commencer”, ritiene invece che esista un’armonia che accomuna la pietra scolpita (il Partenone) e il congegno meccanico (l’automobile); “si tratta, in campi differenti, di due prodotto di selezione, l’uno realizzato compiutamente, l’altro in una prospettiva di progresso. Questo nobilita l’automobile. Allora! Allora restano da confrontare le nostre case e i nostri palazzi con le automobili.”
“L’automobile è un oggetto dalla funzione semplice che ha imposto alla grande industria la necessità della standardizzazione. Le automobili hanno tutte gli stessi dispositivi essenziali.” Facciamo le case come automobili, nelle quali venga ricercata euritmia! Facciamo macchine per abitare, a misura d’uomo e secondo i suoi bisogni essenziali! Pensa Le Corbusier; tutte con gli stessi “dispositivi essenziali”.
Occorre costruire case in serie, case-strumento, sfruttando le moderne tecniche progettuali e costruttive già usate dal Razionalismo e dalla Bauhaus, che permettano all’operaio di vivere in un’abitazione confortevole tanto quanto quella del vicino ricco.

Fondiamo, su questa concezione, quello che i posteri erediteranno come il nuovo modello di classicismo!

Per Le Corbusier non c’è distinzione tra urbanistica e architettura, e nella sua opera egli studia un sistema di relazioni che, partendo dalla singola unità abitativa, si estende all’edificio, al quartiere, fino all’ambiente che lo circonda, e quindi alla città.
Concludendo possiamo dire che impegnarsi nel rinnovamento dell’architettura contribuirà a sostituire la rivoluzione politica e a realizzare la giustizia sociale. Per giungere a questo obiettivo “c’è bisogno di uomini freddi, intelligenti e calmi.”

     Lucrezia Rossi

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L’INDIFFERENZA “MORAVIANA”

Il romanzo “Gli indifferenti” fu scritto nel 1925 da un giovanissimo Alberto Moravia all’epoca non ancora diciottenne. L’opera segnò il sucesso e la devozione alla letteratura di uno dei massimi esponenti della corrente Neorealista, sviluppatasi negli anni ’50 durante il dopoguerra, un periodo gelido per la società del tempo poiché si era usciti da poco dal tremendo conflitto, ma che infine si rivelò di grande rinascita poiché, dopo pochi anni, grazie ai numerosi progressi nel campo della scienza e della tecnica, grazie al “boom economico” e soprattutto grazie alle riforme politiche e sociali il nostro popolo trovò la forza di rialzarsi e di creare una nuova realtà fiorente e migliore di quella che si viveva prima della grande guerra. “Gli indifferenti”, nonostante sia stato scritto molto tempo prima della nascita del Neorealismo, anticipa le più importanti caratteristiche di questa corrente letteraria soprattutto quella di mettere a nudo la realtà nella sua pura essenza e di lasciare che infine sia il lettore a riflettere se veramente ciò che ha appena letto sia paragonabile all’attualità che lo circonda. L’indifferenza è appunto il tema più importante dell’opera,un tema ricorrente anche nelle successive opere moraviane (“La noia” giusto per fare un esempio). Ma quindi qual è il concetto di indiferenza inteso dal nostro Moravia? Per comprenderlo cerchiamo prima di individuare i vari aspetti che caratterizzano il romanzo,ossia la trama, lo spazio, il tempo, i personaggi, etc…Si tratta di un’opera che si sviluppa in sole due giornate,all’interno dei salotti della borghesia romana, nei primi decenni del Novecento. A dire il vero, in quest’opera non troviamo una vera e propria trama perché, essendo un romanzo intimista, l’autore preferisce concentrarsi maggiormente sui personaggi principali, sui loro pensieri, sui loro ideali e su come essi si sviluppino nel corso del racconto. Questi personaggi però sono “indifferenti” ai valori e alle forze necessarie al manifestarsi di una vera e propria tragedia. Per cominciare abbiamo i componenti della famiglia Ardengo: la vedova Maria Grazia e i figli Carla e Michele. Essi sono dominati dalla figura del signor Leo Merumeci, volgare arrivista che frequenta Maria Grazia ormai da molti anni, ricavandone numerosi vantaggi economici ma danneggiando così i figli della donna. Alla vicenda si aggiunge un quinto personaggio, Lisa, una vecchia amante di Leo di cui Maria Grazia è molto gelosa; questa vecchia fiamma, però,dimostra di provare un forte interesse per il giovane Michele il quale reagisce alle avances in maniera contraddittoria con notevoli cambiamenti di umore. Nel frattempo Leo nota lo stato d’animo della giovane Carla, ragazza ingenua, sensibile, assalita da numerose incertezze tipiche della sua età e rancorosa nei confronti della madre. Leo, approfittando della debolezza d’animo di Carla, riesce a raggirarla fino a sedurla, creando così un ignobile adulterio. Michele, maltrattato da Leo, rimane indignato per la situazione ,e, superato il limite della sopportazione, aspira a ribellarsi a quel disgustoso rapporto ma ogni suo tentativo d’azione risulta vano, fino ad arrivare alla scena in cui tenta di uccidere Leo con una pistola che ha però dimenticato di caricare. Fallita la rivolta di Michele la situazione si assesta: Leo sposerà Carla, Maria Grazia e Michele si adatteranno, anzi il giovane diventerà indifferente amante di Lisa. Tutti e cinque i personaggi sono legati tra loro da una serie di rapporti reciproci, incastrati in un perfetto meccanismo, in un continuo ruotare e spostarsi di scambi e condizionamenti . Come commenta lo scrittore e docente Giulio Ferroni (“Storia della Letteratura Italiana”, Mondadori, Milano 2013): “Le vicende si svolgono in interni pieni di oggetti allucinati e privi di spessore: lo spazio appare astratto e squadrato,paragonabile e quello della pittura cubista; le figure umane non sono che manichini, mossi da una forza assurda a cui restano estranei e appunto “indifferenti”.Questo mondo appare l’unico possibile: dai suoi aspetti iniqui,torbidi e volgari, che avvelenano ogni gesto e ogni rapporto, è impossibile uscire; la vita si svolge con un effetto di morte, in una prigione in cui ciascuno si ostina a creare soddisfazioni sordide e cupe, a seguire appetiti e desideri che sempre si rivelano meschini, ottusi e ciechi”. Questo è il capolavoro di Moravia! E dicendo così possiamo affermare che questa è “l’ indifferenza di Moravia”. Ma se ci riflettiamo bene essa non ricorda abbastanza anche i temi dell’esistenzialismo e dell’alienazione che troviamo nei pensieri di grandi menti del passato come Hegel, Schopenauer, Kierkegaard, Feuerbach, Marx, Freud ,etc… e che i nostri amati scrittori neorealisti decisero di riprendere per l’elaborazione delle loro opere più importanti? Sarebbe quindi opportuno aprire una digressione a proposito di questi temi.La filosofia esistenzialistica pone l’accento sul carattere irriducibile dell’esistere e s’interroga sul rapporto tra l’esistenza e l’essere,tra l’esperienza dell’individuo e l’orizzonte di ciò che lo trascende;oppone comportamenti “autentici”, legati alla coscienza della reale condizione umana nel mondo, a comportamenti “inautentici”, che accentuano la banalità della “chiacchiera” quotidiana. Con il termine”alienazione” che genericamente significa ”divenire altro”, viene descritta la condizione socio-psicologica dell’uomo nella società industriale e capitalistica; vengono quindi rappresentati degli essere umani che hanno ormai perso la loro identità, sottratti a se stessi, privati della coscienza, immersi in un mondo dominato dagli oggetti, esseri percepiti non come persone ma come cose. Secondo la filosofia hegeliana viene indicata una fase essenziale della conoscenza, quella in cui il soggetto esce da sé, diventa un oggeto a sé stesso, si estrinseca nella natura e nella storia: a questa perdita della soggettività segue, nella dialettica hegeliana, una riappropriazione ,un ritrovarsi dello spirito in sé, con una sintesi più profonda fra soggettività ed oggettività. Questo concetto di Hegel venne poi ripreso da Ludwig Feuerbach e da Karl Marx. Il primo ci parla di alienazione religiosa: l’uomo si aliena in Dio per evadere dai duri problemi della sua realtà opprimente,quindi separa da sé tutti i suoi predicati essenziali e li trasferisce alla divinità. In seguito,Marx deciderà di approfondire il pensiero di Feuerbach volendo inizialmente dare una spiegazione a quale sia la causa di questa alienazione, di cui il filofoso suo predecessore non ha parlato; Marx quindi sostiene che questi opprimenti problemi dell’uomo siano dati dalla condizione economica che sta vivendo. Infatti Marx ci parla di alienazione economica; usa quindi questo concetto nell’ambito dell’economia politica per definire il carattere del lavoro salariato nel sistema capitalistico in cui il lavoratore è estraniato dal prodotto della sua attività,e quindi da sé stesso ,ridotto a cosa. Quindi gli uomini,alienati da sé stessi, si rapportano agli altri in quanto possessori di merci, non per quello che sono ma solo in funzione del valore di scambio di cui dispongono: la merce si pone quindi come un ”feticcio” che regola una società perpetuamentre alienata. Sicuramente Moravia aveva letto Marx ed altri pensatori e rilegge le loro teorie in una chiave intimistica che riflette l’alienazione dell’uomo in un dimensione non economica ma affettiva e sentimentale. In ciò consiste la visione moderna di Moravia che ne fa un autore attuale e sempre attarente per le nuove generazioni.
Edmund Burke