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Expo Milano 2015 – Il padiglione UK

Expo Milano 2015
Nutrire il Pianeta. Energia per la Vita
È possibile garantire cibo sufficiente, buono, sano in modo sostenibile per tutti sul pianeta?

In questi miei piccoli interventi, ho deciso di raccontarvi ciò che ho appreso durante un ciclo di conferenze, tenute presso la mia università, con alcuni degli architetti progettisti dei padiglioni che noi tutti fra qualche giorno avremmo l’opportunità di visitare a Expo Milano 2015.

Vi racconto del Padiglione del Regno Unito
The human experience of nature – Conversations between art, architecture and science
Architetto progettista: Wolfgang Buttress

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“Una delle più belle esperienze della mia vita!” così ha iniziato il suo intervento Wolfgang Buttress, vincitore del concorso per la progettazione del Padiglione che rappresenterà il Regno Unito, artista pluripremiato che lavora molto sullo spazio pubblico.

“La prima idea è stata quella di ricreare una biosfera ambientata in un paesaggio ispirato a quello inglese. Il timore di non avere successo era tanto, ma alla fine i nostri sforzi sono stati ripagati!”
Lo studio di architetti che hanno lavorato nel progetto ha riflettuto sull’importanza che l’impollinazione ha acquistato nel mondo vegetale e alimentare e di come questa sia il motivo di crescita e di produzione del 30% del cibo mondiale. Purtroppo però, a causa dei pesticidi, delle monocolture e della mancanza di biodiversità, questa risorsa non viene valorizzata.

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Il progetto si incentra principalmente sulla metafora dell’essere, a sottolineare l’identità dell’uomo che vive nella natura, del verbo “to be” e la somiglianza che questa parola ha con il sostantivo bee, “ape”, animale simbolo di operosità e immagine dell’ambiente che l’architetto ha voluto creare.
L’itinerario nel padiglione simboleggia il viaggio che le api compiono durante la fase di impollinazione, dal frutteto attraverso il prato di fiori selvatici naturali, per arrivare all’alveare (beehive), una sfera dorata, in acciaio, che domina la scena.

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All’interno di questo nido, il progettista ha previsto che i visitatori vengano accolti da vibrazioni e ronzii, per creare un senso di contatto e comunicazione con la natura di questi insetti. Il suono muta a seconda dei diversi momenti della giornata: al mattino, l’alveare è “quiet and meditative”, proprio perché le api non sono ancora all’opera; mentre nel pomeriggio, pulsa di energia e attività.
Wolfgang Buttress ci ha raccontato la sua esperienza con una colonia d’api: ”Inizialmente ero terrorizzato all’idea, poi mi sono accorto, sul posto, che questi animali sono estremamente docili e ho instaurato con il loro ambiente un rapporto stretto”.

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Il progetto si sviluppa in orizzontale, andamento che permette il regolare fluire del flusso di visitatori senza creare code o stalli; la costruzione è leggera e gioca sul contrasto tra pieni e vuoti.
Per quanto riguarda la struttura centrale e punto focale di tutta la costruzione, è stata progettata partendo dall’idea di un grande cubo di 40 cm per 40 cm per 40 cm costruita con listelli di metallo fissati con una corretta angolazione in modo da creare figure esagonali, a ricordare le celle nelle quali viene conservato miele e polline.

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L’idea è quella di creare una struttura le cui componenti si diradano e spariscono verso l’esterno, una struttura solida e al contempo delicata e aerea, “it disappears and reveals itself”.
All’interno di questo cubo è prevista una sfera, un vuoto centrale sul quale i visitatori possano camminare grazie al pavimento vetrato e le “gambe” che lo sorreggono e entrare in un microcosmo naturale che vive e produce energia. Grazie infatti a diversi giochi di luce e movimento, il riferimento visivo sarà il volo di un’intera colonia di api.

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L’idea generale prevede la comunicazione diretta tra arte architettura e scienza, prevede diverse funzioni che si rapportano nella struttura, definita dallo stesso progettista: “space within a space”, spazio nello spazio, ambienti chiusi ma allo stesso tempo connessi con l’esterno e quindi con la natura circostante.
Anche la scelta dei materiali è opportunamente pensata in base al loro ciclo di vita ed in relazione al tema della sostenibilità: tema cardine che ha dato vita all’idea del padiglione e a tutta l’organizzazione di Expo 2015.

“Coltivato in Gran Bretagna e condiviso globalmente” è il motto dei prodotti presentati dal Regno Unito: non solo cibi e bevande veri e propri ma anche nuove tecnologie agrarie e innovazioni raggiunte nel campo alimentare, che mirano al benessere, alla salute e alla sicurezza di ciascun individuo che popola il nostro pianeta.
Gli spazi interni al padiglione con la funzione di intrattenimento mostrano a un pubblico internazionale il contributo del Regno Unito nell’affrontare le sfide globali legate al cibo e presentate da un mondo in continua evoluzione.

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-Lucrezia Rossi

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Come salvarsi dalle bufale online

Le scie chimiche, le arance sieropositive, i 30 euro al giorno per ogni immigrato, il bollo che è illegale, Vanessa e Greta tornano in Siria o personaggi come Gigi D’Alessio che periodicamente tornano a morire per poi risorgere. Alcuni di noi ci hanno forse qualche volta creduto, tutti noi le vediamo troppo spesso sulla nostra home di Facebook. Ma l’Italia è sempre stato terreno fertile per la nascita e la crescita delle bufale.
Nel 1600 il pregiudizio diffuso che ci fosse qualcuno che spargesse il morbo della peste scatenò l’isteria collettiva. In una vera e propria caccia alle streghe coloro che poi spesso erano ai margini della società venivano condannati a morte come “untori”.
Nel 1918, durante l’epidemia di spagnola, in varie città italiane si sparse la voce che il disinfettante sparso per le strade dagli addetti alla nettezza urbana contenesse il germe dell’influenza, secondo un piano segreto dell’allora governo per ridurre la popolazione.
Spesso, il fatto che l’articolo riportante la bufala venga da internet da’ una parvenza di autorevolezza. Magari vengono citati eminenti scienziati, con accreditati studi scientifici (poco importa poi che l’autore del presunto studio sia un certo Paul Village dell’università ‘Ugo Fantozzi’ di Stanford o che il terrorista islamico che ha minacciato di far saltare in aria il Vaticano si chiami Teoh Al-Mammucar). Il meccanismo è lo stesso della pubblicità, quando ci piazzano uno in camice a pubblicizzare omogeneizzati, e complice la nostra ignoranza in omogeneizzati, ci fidiamo di quello che dice e compriamo venti pacchi di omogeneizzati alla carne di tacchino, pure se quello in camice di professione fa l’imbianchino. Dimentichiamo che in internet chiunque può aprire un sito e condividere notizie completamente inventate.
“Il mondo deve sapere” “condividi il più possibile” “lo vogliono tenere nascosto” o parole come omicidio-assurdo-incredibile-guarda qui-apri-clicca-sangue quasi sempre scritto in maiuscolo per attirare l’attenzione sono il facile specchietto per le allodole in cui far cadere il curioso di turno.

Come non cadere nella bufala? Ricordiamoci che spesso le bufale non sono innocue, credere ciecamente ad esse può essere pericoloso per noi e il sito guadagna dalle nostre condivisioni, e di riflesso dalle nostre paure (qui un ottimo articolo su questo).
Per prima cosa, fate ricerche. Se non avete idea di come cercare notizie, cercate su qualsiasi motore di ricerche (nome della bufala)+bufala. Ci sono diverse persone che come lavoro danno la caccia alle bufale. Se non avete successo, cercate i nomi citati, gli studi che vengono nominati. Se non ci sono nomi, stile “alcuni esperti” senza nominare dove vivono e chi sono questi esperti (anche il mio barbiere si ritiene un esperto in economia, e la sua idea per uscire dalla crisi è stampare soldi per tutti) allora chiudete tutto, è una bufala conclamata.

Altrimenti (questo personalmente è il mio metodo) usate il Rasoio di Occam. Ve lo spiego applicandolo alle bufale sopra citate.
Le arance sieropositive. Qualche tempo fa, vidi su Facebook le immagini di un arancio che aveva delle macchie rosse (le classiche arance rosse che abbiamo sempre mangiato). La didascalia allarmistica diceva, e cito testualmente: “Servizio di emergenza arlerta algeria recuperato una grande quantità che provenivano dalla Libia queste arance sono iniettati sangue contaminato da HIV AIDS, si prega di condividere questo messaggio.” A parte il messaggio, scorretto nella grammatica e nella sintassi, mi sono immaginato il presunto “untore” mentre fermava il carico di arance diretto in Italia e sventolando una siringa in mano diceva: “fermate tutto che le devo infettare prima!”. Tralasciando il surrealismo dell’immagine, immaginatevi sto poveraccio che una ad una inietta col sangue infetto tutte le arance libiche (ancora non capisco che piffero c’entra l’Algeria). Ma non esisteva un metodo più veloce per spargere il morbo? Tralasciamo il fatto che è assurdo che qualcuno (chi poi? Il governo libico? L’Isis? I contadini algerini arrabbiati? I marò?) voglia infettare una nazione con le arance, facendo qualche ricerca ho letto che il virus dell’AIDS muore a contatto con l’aria, e un ulteriore prova è che è l’ITALIA a esportare arance in Libia, non il contrario.

Spesso, la ragione più semplice è quella reale. Mettiamo sul rasoio un’altra bufala: le scie chimiche. Quanta probabilità c’è che intere compagnie aeronautiche, farmaceutiche, militari, intere nazioni, riescano a buttare con gli scarichi senza che nessuno lo sappia, tenendo all’oscuro militari, piloti, medici, ingegneri e politici. A che scopo poi? A questo punto questo complesso sistema di spiegazioni complicate, contraddittorie e non necessarie, cade. Il fatto ha molto meno peso, è la spiegazione più semplice è quella corretta.
Controllate prima di condividere, non condividiamo ignoranza, anche se lo facciamo armati delle migliori intenzioni.

-Lorenzo Olivieri

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Facebook è gratis e sempre lo sarà(?)

Qualche giorno fa la nostra pagina ha raggiunto i mille iscritti. Per una pagina partita dal nulla è stato un bel traguardo, vuol dire che almeno mille persone hanno apprezzato i nostri articoli, si sono interessati e li hanno condivisi. E’ stata una grande emozione e un incentivo ad andare avanti. Può sembrare stupido ma sapere che ci sono persone che leggono e condividono i tuoi articoli ti rende molto felice. Insomma, eravamo allegri e abbiamo abbondantemente brindato a questo traguardo. Sarebbe stato tutto perfetto se non fosse che Facebook ha una stranissima politica per quanto riguarda le pagine. Ci siamo accorti che i fan non crescevano più e i nostri post non riscontravano più consensi. Ci siamo detti che evidentemente i contenuti non erano così interessanti, che magari eravamo un po’ sottotono rispetto a prima.
Poi siamo andati a controllare la copertura dei post. Per chi non gestisse una pagina la copertura è, sostanzialmente, il numero di persone che quel link riesce a raggiungere. Sostanzialmente, su quante bacheche appare. E qui abbiamo avuto una bellissima sorpresa. Se prima la copertura dei post era di 500-600 persone, quindi diciamo almeno la metà dei fan, per un post condiviso solo in bacheca, adesso questa copertura raggiunge a stento le cento persone. Come mai? Semplice, ogni volta che si raggiunge un “traguardo” Facebook, tramite i sui bellissimi algoritmi,  abbassa la copertura dei post. Insomma, più fan uno ha meno gente riesce a vedere i suoi post. Logico, no? E’ come dire che più una persona studia più bassi sono i suoi voti o che più una persona va a correre più ingrassa. Cose assolutamente logiche.
Ovviamente però, prima di innervosirci, siamo andati a controllare se altre pagine avessero avuto lo stesso problema e, scavando nei meandri di questo social network, abbiamo scoperto cose assurde. Tipo che, per avere una certa copertura, una pagina gestita da un personaggio pubblico ha deciso di eliminare tutti i fan inattivi. Oppure che un’altra pagina ancora, questa volta una pagina nerd, ha visto ridursi di più della metà la copertura dei post appena raggiunti i diecimila fan.
Un problema senza possibilità di risoluzione? Assolutamente no, perché Facebook, nella sua grande magnanimità, ha deciso di mettere a disposizione dei gestori delle pagine una soluzione per avere centinaia e centinaia di visualizzazioni in più. Pagare. Perché è giusto che una pagina, per farsi conoscere, debba pagare fior di quattrini per poter fare in modo che i suoi fan, o altri utenti, vedano i suoi contenuti sulla bacheca. E ovviamente una pagina gestita da studenti universitari può permettersi di pagare dai due ai venti euro al giorno per far vedere i post, gli articoli e le foto che pubblica. E quindi, piuttosto che apparire come dei pidocchiosi e spronare i propri fan a condividere tutto e a controllare spesso la pagina è meglio pagare per permettere agli stessi fan di vedere i propri post.

E’ così logica come cosa che nemmeno vi era bisogno di sprecarci delle parole per farla conoscere al mondo, ma si sa che noi blogger siamo dei chiacchieroni che si lamentano di tutto e che non vogliono spendere due spiccioli per avere quello che tutti coloro che scrivono su internet vogliono, visibilità.  E’ giusto che, o si paga, o si lascia la visibilità alle pagine della Marina Militare e di Scuola

-Paolo Riccio

pagina facebook: Controcultura90

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Il premio Strega 2015

Salve ragazzi, breve post sul Premio Strega.
Chi di voi lo segue? Io non l’ho mai fatto ma quest’anno ho deciso di leggere più di qualche candidato e di partecipare alla #Stregathon organizzata dalla spettacolare blogger/booktuber di ‘Non riesco a saziarmi di libri’, Diana D’Ambrosio.
(Qui il suo blog, qui il suo video introduttivo all’iniziativa. Seguitela su ogni social network possibile perché merita tanto tanto!)
Allora, giovedì 16 aprile il Comitato Direttivo del Premio (presieduto da Tullio De Mauro, incubo dei miei esami di Linguistica) sceglierà i 12 libri finalisti tra i 26 già presentati.
Ecco i 26 titoli:
Il paese dei coppoloni (Feltrinelli), Vinicio Capossela
Chi manda le onde (Mondadori), Fabio Genovesi
La ferocia (Einaudi), Nicola Lagioia
La sposa (Bompiani), Mauro Covacich
Come donna innamorata (Guanda), Marco Santagata
Stalin + Bianca (Tunué), Iacopo Barison
Non sono un assassino (Newton Compton), Francesco Caringella
Il dolore del mare (Nutrimenti), Alberto Cavanna
I Nuovi Venuti (Clichy), Giorgio Dell’Arti
Storia della bambina perduta (Edizioni e/o), Elena Ferrante
Final cut (Fandango), Vins Gallico
24:00:00 (Il Foglio), Federico Guerri
La meteora di luglio (Biblioteca dei Leoni), Adriano Lo Monaco
Monte Sardo (Rubbettino), Dante Maffia
Il genio dell’abbandono (Neri Pozza), Wanda Marasco
Don Riccardo (Mursia), Loredana Micati
Se mi cerchi non ci sono (Manni), Marina Mizzau
Gli amici che non ho (Codice), Sebastiano Mondadori
La Repubblica di Santa Sofia (Tullio Pironti), Pietro Paolo Parrella
L’estate del cane bambino (66thand2nd), Mario Pistacchio e Laura Toffanello
Sans blague (Nulla die), Eugenio Sbardella
Via Ripetta 155 (Giunti) di Clara Sereni
I dirimpettai (Baldini&Castoldi), Fabio Viola
Autunnale (Book Sprint), Dario Voltolini
XXI Secolo (Neo), Paolo Zardi
Dimentica il mio nome (Bao Publishing), Zerocalcare

Per ora ho letto solo ‘La ferocia’ di Lagioia (bello, bello, bello), mi interessano
molto anche Barison, Santagata, Viola, Genovesi. Sugli altri sono ancora poco informata. Vi lascio anche il link del sito ufficiale del Premio.
Fatemi sapere cosa ne pensate, su ogni questione (sullo Strega, sui candidati, sulla letteratura italiana contemporanea, su Silvia Toffanin, sul Big Bang).

A presto e buone letture!

-Mariangela Corrado

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UNITA’ (?) d’ITALIA e QUESTIONE MERIDIONALE

Il Sud del nostro Paese è noto per essere terra di generosità e di accoglienza, ma anche di forti contraddizioni. Da dove derivano le sue problematiche? Qual era la sua realtà politica, sociale, culturale ed economico-finanziaria prima del biennio 1860-1861? Il travagliato processo di unificazione, che fu condotto dal Regno di Sardegna, costituì una conquista/annessione o una liberazione? Perché si parla di “questione meridionale”? Ebbene, nel rispondere a tali domande, questo articolo vuole contribuire a togliere quel pesante velo di omertà che la retorica della fase post-unitaria ha steso su una parte fondamentale della nostra storia nazionale. Sapevate che il Regno delle Due Sicilie (lo Stato sovrano che, sotto la corona della dinastia dei Borbone, unì il Regno di Napoli e il Regno di Sicilia dal 1816 al 1861) fosse, fino al momento dell’aggressione da parte del Regno sardo-piemontese, uno dei Paesi maggiormente industrializzati del mondo (terzo, dopo le potenze imperiali di Inghilterra e Francia)? Sapevate che la “burocrazia borbonica”, intesa come caotica, inefficiente, oppressiva, non è mai esistita, e che gli specialisti inviati nelle Due Sicilie, “per rimettervi ordine”, dal governo di Camillo Benso di Cavour, riferirono di un “mirabile organismo finanziario” in una relazione che voleva essere “una lode sincera e continua”? Avete mai pensato al fatto che le truppe dell’esercito piemontese, in nome dell’unità nazionale, ebbero il diritto di saccheggio sulle città meridionali? E che, nelle rappresaglie, si concessero la libertà di stupro sulle donne meridionali, cancellarono per sempre molti paesi, in operazioni “anti-terrorismo”, e praticarono anche la tortura sui prigionieri? Immaginavate che il primo governo dell’Italia unificata avesse imposto una tassa aggiuntiva sulle popolazioni del Meridione, con lo scopo di compensare le spese della guerra di conquista del Sud, che non fu nemmeno preceduta da una dichiarazione formale? Oltre a quest’ultimo, i primi atti del governo dell’Italia unita decretarono lo smantellamento della quasi totalità del settore siderurgico, artigianale e portuale delle regioni meridionali, per mettere le basi dello sviluppo economico che ha interessato le regioni settentrionali dagli anni Settanta e Ottanta dell’Ottocento. Tutto ciò portò a una reazione della società meridionale, che trovò la sua massima espressione nel fenomeno del “brigantaggio”. Esso può essere descritto come un movimento di resistenza in armi, guidato prevalentemente da ex-ufficiali dell’esercito borbonico (fra cui il Sergente Romano), che fu combattuto in tutto il Sud dall’esercito del Regno d’Italia nel corso degli anni Sessanta dell’Ottocento, per essere, infine, sconfitto. Fra i centri maggiormente interessati dagli avvenimenti legati al “brigantaggio”, ricordiamo Gioia del Colle, in Puglia, e Pizzo, in Calabria, due realtà oggi attanagliate dalla piaga della criminalità organizzata. Ciò significa che il Sud continua a pagare, in molti modi, gli errori di tale passato. Per trattare un tema di strettissima attualità, si può citare il tragico esempio della “terra dei fuochi”, le campagne di diverse zone dell’entroterra napoletano e casertano che, dagli anni Novanta del secolo scorso, con la primaria responsabilità delle mafie e con la cecità (o complicità?) delle istituzioni nazionali e locali, sono diventate l’immensa discarica degli scarti industriali del Nord economicamente progredito. A questo punto, sorgono spontanee alcune domande: per quanto tempo ancora si continuerà a parlare di “questione meridionale”? Oggi, le popolazioni del Sud possono dire di avere veramente uno Stato? Probabilmente, questi quesiti troveranno una risposta quando sarà riconosciuta la verità storica. Per iniziare, ricordiamoci della “fedelissima” Civitella del Tronto e delle vicende che interessarono tale borgo tra il 20 ed il 22 marzo del 1861.

-Federico Gargano Jacopo di Francesco

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Uno sfogo in difesa del libero pensiero.

In questi giorni si parla tanto(di nuovo) della Diaz. Perché? Perché la corte di Strasburgo ha condannato l’Italia. Non ho proprio la voglia, il tempo e le competenze necessarie per commentare la notizia. Se non siete informati sui fatti, sulla sentenza e su ciò che è successo in quella scuola, prima di continuare la lettura dell’articolo andate a farvi un po’ di cultura personale. Fatto? Bene, era più per voi che per me, dato che qui parleremo di tutto tranne che della Diaz. Diciamo che mi serviva solamente uno spunto per questa mia riflessione, mettiamola così. Avete capito che questo articolo sarà diverso dai soliti, diciamo che è quasi uno sfogo e, allo stesso tempo, un manifesto del mio pensiero, ma è ovvio che la mia esperienza può essere ampliata anche ad altri ambiti e letta sotto diverse chiavi. Spesso mi sono ritrovato a dover difendere una posizione scomoda, da molti giudicata incoerente, prendendo insulti e critiche da destra e da sinistra. Eppure mi sono sempre sentito più coerente io di loro, dato che ho sempre difeso quella che per me è la giustizia, e non tanto le persone che dovrebbero praticarla o che vorrebbero imporla. Per fare un esempio molto pratico, penso che se un poliziotto abusa del suo potere merita di essere punito, ma penso pure che se uno psicopatico prende a sprangate un poliziotto ad una manifestazione non vada di certo elevato ad eroe nazionale. Questa mia visione mi ha portato ad essere chiamato, a volte a distanza di poche ore, sia fascista che comunista, sia anarchico che manettaro. Per carità, queste critiche sono molto divertenti e, raramente, anche costruttive, ma dopo un po’ rompono. Ragion per cui ho deciso di scrivere questo articolo, così da dar voce un po’ a tutte quelle persone che cercano di dire la loro in modo coerente. Magari qualcuno lo legge e improvvisamente si rende conto della propria miopia nel giudicare le opinioni altrui. Per esempio, la critica più stupida e più squisitamente italiana che mi sia mai stata mossa è la seguente: “Ma tu, che vuoi lavorare nello stato e per lo stato, come puoi parlar male di ciò che lo stato fa?” Ecco, qui sembro io incoerente quando critico l’operato della magistratura o della polizia, volendo io stesso entrare a lavorare per loro. E’ difficile capire che è proprio per questo che io le critico così aspramente, forse anche più duramente del dovuto. Prendiamo ad esempio il caso Diaz. I poliziotti erano stremati e distrutti, erano giorni di fuoco durante i quali era successo di tutto. Le violenze non erano mancate da nessuna delle due parti(come se poi fosse effettivamente necessaria tutta questa guerra), e ciò che è successo in quella scuola è stata una rappresaglia vera e propria. Ecco, sono il primo a dire che questa è una delle più grandi vergogne del nostro stato, ma lo dico soprattutto perché io credo in questo stato e credo che le istituzioni per prime debbano difendere la legalità. E quindi la soluzione non è dargli addosso, ma entrarci dentro e cambiare le cose. Ma è evidentemente un pensiero incoerente. Così come è incoerente, nella visione popolare, odiare tutti i rom, i sinti o gli albanesi che rubano, scippano, spacciano, picchiano ma difendere gli stessi a spada tratta quando vi sono le spedizioni punitive, quando vengono picchiati senza ritegno o sono vittime di razzismo. Sicuramente sono in errore io, che odio sia un tipo di comportamento che l’altro, sicuramente sbagliando. Mi sbaglio pure quando difendo in egual modo il diritto di satira, ma anche il diritto di professare la propria religione. Sono entrambe sfaccettature della libertà di pensiero e di parola ma bisogna scegliere, o uno o l’altro, mica si possono difendere entrambi. E’ automatico che se qualche credente se la prende con la satira, o viceversa, allora bisogna schierarsi contro quella religione. Ed è ancora più assurdo difendere tutte le religioni, perché si sa che se per caso ti professi cristiano allora non puoi minimamente sostenere che ci siano dei bravi mussulmani, così come è assolutamente coerente ricercare sempre qualche bravo mussulmano da sbattere in faccia alla stampa quando ci sono notizie di attentati o di minacce, ma se sbaglia un cristiano automaticamente sono tutti dei bigotti. Perché ormai se sei ateo devi odiare tutte le religioni, mica puoi metterti a difenderle comunque, o mica puoi permetterti di non andare contro quella dominante, difendendo quella minoritaria, o viceversa. Che poi credo che questo articolo potrebbe essere profondamente inutile, dato che chi ha una mente abbastanza aperta forse già riusciva a capire queste posizioni prima, mentre non sarà uno sfogo scritto da un giovane studente a far cambiare idea ad una persona chiusa di mente, ma almeno posso dire di averci provato.

-Paolo Riccio

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Recensione libro: “Le ritorsioni della sincerità”

Uscito nel 2009, il romanzo, che ho letto con interesse, è edito dalla CesareBlanc Edizioni, ed è l’unica opera in lingua italiana di uno scrittore ceco naturalizzato italiano, morto nel 2003. Mi sembra doveroso mettere qualche parola anche su di lui, visto quanto sia poco conosciuto all’interno del panorama letterario sia italiano che europeo.

Miroslav Wiecek nasce nel 1958, in piena dittatura comunista, e vedrà ad appena 10 anni l’entrata a Praga delle truppe sovietiche, cosa che lo continuerà a influenzare per il resto della sua vita. Studia poi chimica, ma l’amore per la letteratura lo spinge presto ad abbandonare gli studi per dedicarsi ad essa.
Scrive poesie e brevi racconti su una rivista universitaria, “Světové univerzity” Purtroppo, la maggior parte dei suoi lavori non passa la censura, così deluso dalla “perfetta” società comunista, appena ottenuto un visto per il passaporto si rifugia prima in Svizzera per poi chiedere asilo in Italia, dove rimarrà per tutta la vita, vivendo in un piccola casa vicino Latina, ma viaggiando spesso in tutta l’Italia meridionale.
Dall’esperienza italiana nasce anche il nucleo originale del libro, ambientato in un piccolo paese di mare della costa Adriatica. Fulvio è un militante di estrema sinistra, un operaio, sempre con la tuta addosso e sempre alle riunioni di partito, onesto e convinto della sua militanza. La vicenda è narrata in una calda estate di un anno imprecisato, potrebbero essere gli anni ’70 quanto potrebbero essere i giorni nostri. Un giorno le cose cambiano. Tutti, nel paese, sono costretti a dire la verità. E in questo momento che Fulvio si innamora di una ragazza che ogni tanto ha visto uscire dalle riunioni del partito, ma con cui non riesce mai a parlare. Il sindacato, vittima del morbo della sincerità, non ha più successo, svelando quanto sia poco onesto; il sindaco ormai è preso alla berlina da chiunque, sbattendo la verità in faccia e non nascondendo più i suoi piccoli traffici, ma anche la vita di chiunque è sconvolta dalla malattia che non lascia scampo. Assisteremo alla vicenda di Fulvio diviso tra l’amore per la ragazza sconosciuta, la lotta di partito, le partite di calcetto e l’amicizia con l’amico di una vita Vito, vicenda narrata da un punto di vista non convenzionale, ma che lascerò a voi il gusto di capire. L’estate al mare dell’operaio passa cercando di conciliare la sua attività lavorativa e politica con la ricerca del nome della ragazza, tra brevi passioni e delusioni struggenti.
In alcuni passi del romanzo si sentono gli echi di un altro scrittore ceco, Franz Kafka, come nei racconti assurdi della popolazione negli episodi che fanno da sottofondo alla vita di Fulvio. La sincerità è sempre un bene? Questo è l’interrogativo che echeggia mentre sorridiamo del fondo umano in quegli episodi umoristici ma che conducono ad un’amara riflessione.

Il molo era illuminato solo dal bagno di stelle, e le luci del porto illuminavano a sprazzi il mare. Era strano e contento, aveva smesso di farsi domande con quella sera. Aveva solo bisogno di tirarsi un po’ addosso di anima con Vito, e poi quell’assurda malinconia che gli prendeva al giorno gli sarebbe passata”.

Il romanzo purtroppo, è incompleto. Miroslav Wiecek si è suicidato nel 2003 nella sua casa al mare, in un posto che ha sempre amato. Viveva da solo, e in quel momento stava lavorando oltre che alla conclusione del romanzo anche alla stesura di alcuni brevi racconti.
Ma questo non pregiudica la bellezza del romanzo, ma anzi, è come se Wiecek avesse dato la sua ultima firma, morendo come uno dei suoi personaggi in un suo romanzo ceco. L’estrema poeticità di ogni singolo personaggio, dal protagonista all’ultima delle comparse, sono capaci come bombe di esplodere quando meno te lo aspetti, nella loro grandezza.

a volte Giulio, crediamo che quando moriremo sarà tutto risolto. Eppure no. Non riusciremo a portare a termine il lavoro che stavamo facendo, non saluteremo i nostri amici, non faremo pace coi nostri nemici. Una volta chiusi gli occhi per sempre però, il mondo continuerà esattamente come lo avevamo lasciato, consegnandoci all’oblio. Forse è questa la cosa più triste.”

-Orlando Vico