Ecco cos’è stato il Karate per me.

Oggi, dopo quasi 7 anni, mi allenerò per l’ultima volta nella palestra di Karate della mia città. Essendo un universitario fuori sede ormai mi è impossibile tornare ogni settimana, e oggi dovrò salutare uno dei posti che mi ha visto crescere. Mi sembrava una buona occasione per spiegare al mondo perché sono tanto legato a questa arte marziale, così famosa ma allo stesso modo così poco conosciuta.
Sono entrato in quella palestra che ero un ragazzino abbastanza nervoso, che, come se l’acne non creasse già abbastanza problemi ad un tredicenne, doveva vedersela con seri problemi ai piedi e con una bella disgrafia. Insomma, autostima a zero, rabbia repressa a mille e carisma inesistente. Ora non ricordo bene perché decisi di riavvicinarmi al karate(da bambino avevo già provato per qualche mese senza che questa arte riuscisse a prendermi), ma verso la metà della seconda media abbandonai il basket, comprai un Karategi e un paio di guantini e risalii sul tatami. Senza tanti giri di parole penso che forse quella sia stata la scelta più saggia della mia vita.
Partiamo da quello che potrebbe essere l’aspetto più banale. Il karate mi ha aiutato a migliorare alcuni dei miei problemi fisici, anche se ovviamente non tutti. Di quali parlo? Sicuramente della mia rigidità dovuta ai piedi piatti, al tendine ritirato e al retropiede valgo, ma anche ai miei problemi di coordinazione dovuti alla disgrafia. Certo, faccio ancora volare tutto ciò che mi capita in mano, ma almeno riesco a riprenderlo prima che cada. E, se per caso decido di andare a ballare, non sembro un tronco portato lì per dividere la pista.
Ma questi sono gli aspetti più banali, semplici risultati che potevo conseguire in altri modi. Il vero cambiamento è avvenuto più profondamente, dentro di me, ed è un cambiamento che solo chi fa sport di un certo tipo può capire. Più tempo si passa sul tatami, a migliorarsi con gli esercizi o a combattere contro avversari, più si cresce. Sul Tatami impari a non arrenderti mai, perché puoi sempre, sempre migliorare. Combattendo riesci a conoscere te stesso, ad acquisire autocoscienza e autostima, a capire quali sono i tuoi limiti e a superarli. Ma, soprattutto, ed è questa la cosa più importante, il combattimento, sembra un paradosso, ti fa diventare più rispettoso verso il prossimo, ti aiuta ad essere più aperto verso l’altro. Viene automatico rispettare l’avversario. E’ impossibile odiarlo, per quanto male possa farti. Anzi, più è forte il tuo avversario più riesci a rispettarlo, perché sai che da lui puoi solo imparare. Ed, allo stesso modo, è quasi impossibile infierire contro un avversario più debole, perché sai che prima tu eri così, o che potrai ritrovarti in una situazione del genere al prossimo combattimento. Certo, ci si può lasciar prendere dall’euforia e tornare a casa con qualcosa di rotto, con un occhio nero e con un naso sanguinante, ma questo è parte integrante della crescita.
Posto così il discorso potremmo sembrare dei violenti, desiderosi di menare le mani alla prima occasione e capaci di seguire solo il più forte. Ed è qui che tutti si sbagliano. Appena entrato in palestra ero desideroso solo di fare a botte con chiunque. Adesso non riesco a vedere come menare le mani mi aiuterebbe a risolvere un conflitto. Da quando ho preso coscienza delle mie abilità evito sempre lo scontro, cerco una via alternativa. Credo che il grande merito delle arti marziali, ma anche degli sport di combattimento, sia proprio questo, quello di conoscerle, ma di sapere bene che è meglio non usarle. Dopo anni di Karate posso dire di aver trovato la mia via, la via adatta alle persone come me. Ma, se io mi sono realizzato tramite le arti marziali, altri si sono realizzati tramite uno degli sport più belli del mondo, il rugby, o tramite il basket, o tramite la nobile arte, o senza aver mai praticato nulla. L’importante è trovare la propria strada.
-Paolo Riccio
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