Bryan Lewis Saunders – un artista sotto le droghe

Era il 30 marzo del 1995 quando l’artista americano Bryan Lewis Saunders ha preso una decisione: creare un autoritratto al giorno. l’autoritratto, ripetuto una volta al giorno, cattura la parte più intima dell’artista, e coglie i sentimenti più sottili, come delusione, tenerezza e amarezza. “Così come le impronte digitali, i fiocchi di neve o il dna, nessuno stato d’animo è uguale a se stesso e non si può ripetere” scrive Saunders sul suo sito web. Poi ha diviso i ritratti in serie, e tra queste ce n’è una particolare: come mi vedo quando le mie percezioni sono alterate da droga.

Abilify XanaxAtivan Abilify Xanax e Ativan (Abilify è un farmaco per curare la schizofrenia e il disturbo bipolare, Xanax è un ansiolitico per curare gli attacchi di panico e Ativan è un sedativo per curare l’insonnia)

abilify 90mg Abilify (dopo 3 mesi di utilizzo 3 volte la dose massima)

absinthe 1 bicchiere Assenzio (distilllato ad alta gradazione alcolica a base di Assenzio maggiore)

adderal 10 mg Adderall (psicostimolante per curare il ADHD, deficit da disturbo dell’attenzione)

ambien 10 mg Ambien (farmaco usato per curare le gravi insonnie, può indurre gravi amnesie, sonnambulismo, sonnolenza e tendenze suicide )

AtivanHaloperidol Ativan e Aloperidolo (l’Aloperidolo è un farmaco antidelirante e antiallucinatorio, l’uso può causare il morbo di parkinson, movimenti involontari di lingua e arti e irrequietezza confusionaria)

buspar 15 mg Buspar (usato nel trattamento all’ansia e alla sindrome depressiva)

butalbitals Butalbital (barbiturico usato per curare le cefalee intensive, può causare euforia e dipendenza)

butane honey oil  BHO – Butane Hash Oil  (concentrato di cannabis)

cephalexin 250 mg Cefalexina (farmaco usato per infezioni renali ed endocarditi batteriche. L’autoritratto è fatto con Cefalexina e acquerelli)

cocaine 1/2 grammi Cocaina (alcaloide ottenuto dalle foglie di coca)

computer duster Pulitore spray per computer (le bombolette spray vengono sempre più usate come alternativa alle sostanze che danno assuefazione, causa il basso prezzo e la facile reperibilità. Possono causare arresto cardiaco e morte)

cough syrup2 bottiglie di sciroppo per la gola

crystal meth Metanfetamina (psicostimolante)

dailudid 4 mg Dilaudid (conosciuto in Italia come Idromorfone, derivato della morfina)

Drugs-2-Bath-Salts Sali da bagno

geodon 60 mg ziprasidone (usato per la schizofrenia e il disturbo bipolare)

HydrocodoneOxycodoneXanax 7.5 mg idrocodone 7.5 mg ossicodone e 3 mg xanax  (l’idrocodone è un antidolorofico usato per il trattamento del cancro, l’ossicodone un oppiaceo)

klonopin 3 mg clonazepam (ansiolitico e antiepilettico)

Marijuana resin Resina di marijuana

marijuana Marijuana

morphine iv Morfina intravena

nicotine gum 2 mg di gomma di nicotina (dopo aver smesso di fumare da due mesi)

Nitrous OxideValium Ossido di azoto e Valium intravena  (l’ossido di azoto è un analgesico, è noto anche come gas esilarante, il Valium è utilizzato per trattare i disturbi d’ansia, l’insonnia e gli spasmi muscolari.)

pruno 1 bicchiere di Pruno (bevanda alcolica fatta con mele, arance, latte e zucchero)

risperdal 4 mg risperidone (farmaco usato per il trattamento della schizofrenia)

trazodone 100 mg trazadone  (sostanza psicoattiva usata per la depressione, insonnia e fibromalgia)

zyprexa 10 mg zyprexa (usata per gli adulti affetti da schizofrenia)

Quello che rende disturbanti queste immagini è il fatto che la maggior parte di loro sono farmaci perfettamente legali, e vengono ancora adesso usati nei trattamenti di vari malati. Saunders ha voluto guardare coi loro occhi. Per alcune settimane ha sofferto di letargia, e alcuni problemi al cervello che fortunatamente non sono irreparabili.

Alla fine della galleria, Bryan Saunders dice che l’esperimento è ancora in atto, e non smetterà di farlo.

Recensione : “X” (Ed Sheeran, 2014)

Da artista di strada a star internazionale, il cantautore inglese classe ’91 Ed Sheeran è decisamente uno dei nomi più presenti nel panorama musicale odierno. Il suo ultimo album “ X “ ha venduto più di 600.000 copie conquistando il disco di platino.
I temi ruotano in gran parte attorno all’amore, colonna portante della sua produzione artistica, ma ogni traccia si colora di una sfumatura propria passando dai ricordi ( “Photograph”), alla lontananza da casa e dagli affetti ( “One” e “Nina”), all’alcool ( “Sing” ) fino a giungere alla malattia ( “Afire love” ).
Le sonorità spaziano dal funky, al rhythm and blues all’hip hop soul, ma, così come per le tematiche, sono sempre accompagnate dall’impronta pop tipicamente inglese. La caratteristica che più contraddistingue questo ragazzo è, però, l’inconfondibile binomio voce-chitarra che lo rende indipendente da qualsiasi strumento, sia in studio che live. L’unico accompagnamento che si concede è una pedaliera Loop Station che registra e riproduce campionamenti prodotti un momento prima.
La critica lo ritiene, al pari di Bruno Mars, uno dei “Self-made artists” più promettenti del decennio e il successo è senza dubbio meritato, complici la sua umiltà, la sua simpatia e la passione per la sua musica.

Tracce :
1) One.
2) I’m a mess.
3) Sing.
4) Don’t.
5) Nina.
6) Photograph.
7) Bloodstream.
8) Tenerife Sea.
9) Runaway.
10) The Man.
11) Thinking out Loud.
12) Afire Love.

Curiosità :
– Sebbene non sia scritto sulla copertina, il titolo dell’album è “ Multiply” e non “ X “.
– E’ presente sul mercato una versione estesa, che comprende i brani “Take it back”, “Shirtsleeves”, “Even my dad does sometimes”, “I see fire” e “All of the stars”. Queste ultime due sono colonne sonore rispettivamente de “ Lo Hobbit : La desolazione di Smaug” e di “ Colpa delle stelle”.
– Ad aiutare Ed nello scegliere le tracce da inserire nell’album ufficiale è stata Taylor Swift, molto amica del cantante.
– La traccia “Afire love” è dedicata al nonno, malato di Alzheimer e morto recentemente.

-Gianpiero Meco

10 motivi per cui Facebook è la nuova fiera dell’ignoranza

1) Diamo il peggio di noi. Protetti dietro ad uno schermo ci sentiamo dei leoni e quindi diventa possibile attaccare anche violentemente chi non la pensa come noi. Bianchi contro neri, cattolici contro atei, sinistra contro destra, Salvini contro Renzi, Pepsi contro Cocacola, doccia contro vasca da bagno, spaghetti contro pennette, ebrei, hippie, animalisti, macellai, idraulici e vigili del fuoco, Gasparri, edicolanti e giornalisti. Poi magari non saremmo capaci di dire a qualcuno nemmeno che ci sta pestando il piede sul tram, ma eh, su Facebook posso urlare la mia peggio violenza contro cui non piace il mio libro o serie preferita!

2) Il nostro ego smisurato. Qualche anno fa, guardando la televisione, non potevamo avere un contatto diretto con il condannato del momento. Con Facebook ora, spesso abbiamo in tempo reale una relazione con lui o qualcuno che fa da intermediario. E ci sentiamo di poter fare da coscienza del “mostro” del momento.

3) La comunità internazionale. Se prima una st******* la dicevi al bar, la sapevano i tuoi quattro amici, ora se scrivi qualcosa su Facebook la possono sapere 1.23 miliardi di utenti.

4) Facebook come antistress. Spesso, sfogando le nostre frustrazioni su qualcun altro (a prescindere dalla sua colpevolezza o meno) ci sentiamo meglio. (Vedi le vicende Parolisi, Stival e tutto ciò che è successo nel nostro paese negli ultimi 5 anni). Senza uno straccio di prove, i sospettati vengono condannati al pubblico ludibrio, ma è più facile attaccare qualcun’altro più che migliorare. Il messaggio che voglio lasciar passare è: non siamo giudici, tantomeno investigatori, lasciamo perdere il tentativo di elevarci a coscienza nazionale.
Adesso scusatemi, ma vado a prendere un po’ a parole Annamaria Franzoni.

5) Un populismo esaltante. Grazie anche a politici dalla dubbia moralità che come boia del medioevo cavalcano l’odio, il luogo comune e il pregiudizio diventano legge. Così la superstizione dilaga, con i vari nostalgici del fascismo, gli ultras anti-polizia, gli indignati da tastiera, Gasparri & Salvini, i “Renzi vai a casa” sempre e comunque. Così, la mia coscienza l’ho messa a tacere, tanto il mio dovere di buon cittadino l’ho fatto, mi ribello da buon italiano alle ingiustizie.

6) Le false notizie. Si sa, ora ognuno può scrivere su un social o un sito una notizia, e chiunque può condividerla ai propri amici. Ma spesso queste notizie non sono chiare o sono totalmente (in buona o in cattiva fede) inventate di sana pianta. Poi condivisione per condivisione cominciamo a credere a tutto ciò che vediamo su Facebook. Controllate le fonti, sempre.

7) Le notizie non lette. Qui mi sale sempre l’integralismo islamico. APRITE LE NOTIZIE! NON VI FERMATE AL TITOLO! Sono probabilmente la categoria che più di tutti eliminerei da ogni social network. Che vi costa aprire la notizia? O se non avete voglia di leggerla o tempo, perché commentarla? Perché dimostrare la propria ignoranza a 1.23 miliardi di utenti? Ma quanto siete imbecilli da 0 a Enrico Papi?

8) I “Corona libero”. aiuto.. “per 2 foto!!!” e mi fermo qua.

9) Quelli che scrivono informazioni inverosimili. studente presso: università della strada. E ci credo, da come scrivi sà laurea l’hai presa coi punti della benzina. Lavoro presso: nutella. Thug life. Prima sigaretta: città natale Amsterdam. Lavoro presso: me stesso. E se ti manda in cassa integrazione?

10) I commentatori in diretta di “Uomini e Donne”. Non interessa nemmeno a Maria de Filippi quel programma balordo, figurati se interessa noi la vicenda di chi scende o sale sul trono! Che poi solo a vedere quei post mi è calato il quoziente intellettivo.

Ecco cos’è stato il Karate per me.

Oggi, dopo quasi 7 anni, mi allenerò per l’ultima volta nella palestra di Karate della mia città. Essendo un universitario fuori sede ormai mi è impossibile tornare ogni settimana, e oggi dovrò salutare uno dei posti che mi ha visto crescere. Mi sembrava una buona occasione per spiegare al mondo perché sono tanto legato a questa arte marziale, così famosa ma allo stesso modo così poco conosciuta.
Sono entrato in quella palestra che ero un ragazzino abbastanza nervoso, che, come se l’acne non creasse già abbastanza problemi ad un tredicenne, doveva vedersela con seri problemi ai piedi e con una bella disgrafia. Insomma, autostima a zero, rabbia repressa a mille e carisma inesistente. Ora non ricordo bene perché decisi di riavvicinarmi al karate(da bambino avevo già provato per qualche mese senza che questa arte riuscisse a prendermi), ma verso la metà della seconda media abbandonai il basket, comprai un Karategi e un paio di guantini e risalii sul tatami. Senza tanti giri di parole penso che forse quella sia stata la scelta più saggia della mia vita.
Partiamo da quello che potrebbe essere l’aspetto più banale. Il karate mi ha aiutato a migliorare alcuni dei miei problemi fisici, anche se ovviamente non tutti. Di quali parlo? Sicuramente della mia rigidità dovuta ai piedi piatti, al tendine ritirato e al retropiede valgo, ma anche ai miei problemi di coordinazione dovuti alla disgrafia. Certo, faccio ancora volare tutto ciò che mi capita in mano, ma almeno riesco a riprenderlo prima che cada. E, se per caso decido di andare a ballare, non sembro un tronco portato lì per dividere la pista.
Ma questi sono gli aspetti più banali, semplici risultati che potevo conseguire in altri modi. Il vero cambiamento è avvenuto più profondamente, dentro di me, ed è un cambiamento che solo chi fa sport di un certo tipo può capire. Più tempo si passa sul tatami, a migliorarsi con gli esercizi o a combattere contro avversari, più si cresce. Sul Tatami impari a non arrenderti mai, perché puoi sempre, sempre migliorare. Combattendo riesci a conoscere te stesso, ad acquisire autocoscienza e autostima, a capire quali sono i tuoi limiti e a superarli. Ma, soprattutto, ed è questa la cosa più importante, il combattimento, sembra un paradosso, ti fa diventare più rispettoso verso il prossimo, ti aiuta ad essere più aperto verso l’altro. Viene automatico rispettare l’avversario. E’ impossibile odiarlo, per quanto male possa farti. Anzi, più è forte il tuo avversario più riesci a rispettarlo, perché sai che da lui puoi solo imparare. Ed, allo stesso modo, è quasi impossibile infierire contro un avversario più debole, perché sai che prima tu eri così, o che potrai ritrovarti in una situazione del genere al prossimo combattimento. Certo, ci si può lasciar prendere dall’euforia e tornare a casa con qualcosa di rotto, con un occhio nero e con un naso sanguinante, ma questo è parte integrante della crescita.
Posto così il discorso potremmo sembrare dei violenti, desiderosi di menare le mani alla prima occasione e capaci di seguire solo il più forte. Ed è qui che tutti si sbagliano. Appena entrato in palestra ero desideroso solo di fare a botte con chiunque. Adesso non riesco a vedere come menare le mani mi aiuterebbe a risolvere un conflitto. Da quando ho preso coscienza delle mie abilità evito sempre lo scontro, cerco una via alternativa. Credo che il grande merito delle arti marziali, ma anche degli sport di combattimento, sia proprio questo, quello di conoscerle, ma di sapere bene che è meglio non usarle. Dopo anni di Karate posso dire di aver trovato la mia via, la via adatta alle persone come me. Ma, se io mi sono realizzato tramite le arti marziali, altri si sono realizzati tramite uno degli sport più belli del mondo, il rugby, o tramite il basket, o tramite la nobile arte, o senza aver mai praticato nulla. L’importante è trovare la propria strada.
-Paolo Riccio

Ad Oriana Fallaci – Tiziano Terzani

Oriana, dalla finestra di una casa poco lontana da quella in cui anche tu sei nata, guardo le lame austere ed eleganti dei cipressi contro il cielo e ti penso a guardare, dalle tue finestre a New York, il panorama dei grattacieli da cui ora mancano le Torri Gemelle. Mi torna in mente un pomeriggio di tanti, tantissimi anni fa quando assieme facemmo una lunga passeggiata per le stradine di questi nostri colli argentati dagli ulivi. Io mi affacciavo, piccolo, alla professione nella quale tu eri gia’ grande e tu proponesti di scambiarci delle “Lettere da due mondi diversi”: io dalla Cina dell’immediato dopo-Mao in cui andavo a vivere, tu dall’America. Per colpa mia non lo facemmo. Ma e’ in nome di quella tua generosa offerta di allora, e non certo per coinvolgerti ora in una corrispondenza che tutti e due vogliamo evitare, che mi permetto di scriverti. Davvero mai come ora, pur vivendo sullo stesso pianeta, ho l’impressione di stare in un mondo assolutamente diverso dal tuo.

Ti scrivo anche – e pubblicamente per questo – per non far sentire troppo soli quei lettori che forse, come me, sono rimasti sbigottiti dalle tue invettive, quasi come dal crollo delle due Torri. La’ morivano migliaia di persone e con loro il nostro senso di sicurezza; nelle tue parole sembra morire il meglio della testa umana – la ragione; il meglio del cuore – la compassione.

Il tuo sfogo mi ha colpito, ferito e mi ha fatto pensare a Karl Kraus. “Chi ha qualcosa da dire si faccia avanti e taccia”, scrisse, disperato dal fatto che, dinanzi all’indicibile orrore della Prima Guerra Mondiale, alla gente non si fosse paralizzata la lingua. Al contrario, gli si era sciolta, creando tutto attorno un assurdo e confondente chiacchierio. Tacere per Kraus significava riprendere fiato, cercare le parole giuste, riflettere prima di esprimersi. Lui uso’ di quel consapevole silenzio per scrivere Gli ultimi giorni dell’umanita’, un’opera che sembra essere ancora di un’inquietante attualita’.

Pensare quel che pensi e scriverlo e’ un tuo diritto. Il problema e’ pero’ che, grazie alla tua notorieta’, la tua brillante lezione di intolleranza arriva ora anche nelle scuole, influenza tanti giovani e questo mi inquieta.

Il nostro di ora e’ un momento di straordinaria importanza. L’orrore indicibile e’ appena cominciato, ma e’ ancora possibile fermarlo facendo di questo momento una grande occasione di ripensamento. E un momento anche di enorme responsabilita’ perche’ certe concitate parole, pronunciate dalle lingue sciolte, servono solo a risvegliare i nostri istinti piu’ bassi, ad aizzare la bestia dell’odio che dorme in ognuno di noi ed a provocare quella cecita’ delle passioni che rende pensabile ogni misfatto e permette, a noi come ai nostri nemici, il suicidarsi e l’uccidere. “Conquistare le passioni mi pare di gran lunga piu’ difficile che conquistare il mondo con la forza delle armi. Ho ancora un difficile cammino dinanzi a me”, scriveva nel 1925 quella bell’anima di Gandhi. Ed aggiungeva: “Finche’ l’uomo non si mettera’ di sua volonta’ all’ultimo posto fra le altre creature sulla terra, non ci sara’ per lui alcuna salvezza”.

E tu, Oriana, mettendoti al primo posto di questa crociata contro tutti quelli che non sono come te o che ti sono antipatici, credi davvero di offrirci salvezza? La salvezza non e’ nella tua rabbia accalorata, ne’ nella calcolata campagna militare chiamata, tanto per rendercela piu’ accettabile, “Liberta’ duratura”.

O tu pensi davvero che la violenza sia il miglior modo per sconfiggere la violenza? Da che mondo e’ mondo non c’e’ stata ancora la guerra che ha messo fine a tutte le guerre. Non lo sara’ nemmeno questa.

Quel che ci sta succedendo e’ nuovo. Il mondo ci sta cambiando attorno. Cambiamo allora il nostro modo di pensare, il nostro modo di stare al mondo. E una grande occasione. Non perdiamola: rimettiamo in discussione tutto, immaginiamoci un futuro diverso da quello che ci illudevamo d’aver davanti prima dell’11 settembre e soprattutto non arrendiamoci alla inevitabilita’ di nulla, tanto meno all’inevitabilita’ della guerra come strumento di giustizia o semplicemente di vendetta.

Le guerre sono tutte terribili. Il moderno affinarsi delle tecniche di distruzione e di morte le rendono sempre piu’ tali. Pensiamoci bene: se noi siamo disposti a combattere la guerra attuale con ogni arma a nostra disposizione, compresa quella atomica, come propone il Segretario alla Difesa americano, allora dobbiamo aspettarci che anche i nostri nemici, chiunque essi siano, saranno ancor piu’ determinati di prima a fare lo stesso, ad agire senza regole, senza il rispetto di nessun principio. Se alla violenza del loro attacco alle Torri Gemelle noi risponderemo con una ancor piu’ terribile violenza – ora in Afghanistan, poi in Iraq, poi chi sa dove -, alla nostra ne seguira’ necessariamente una loro ancora piu’ orribile e poi un’altra nostra e cosi’ via.

Perche’ non fermarsi prima? Abbiamo perso la misura di chi siamo, il senso di quanto fragile ed interconnesso sia il mondo in cui viviamo, e ci illudiamo di poter usare una dose, magari “intelligente”, di violenza per mettere fine alla terribile violenza altrui.

Cambiamo illusione e, tanto per cominciare, chiediamo a chi fra di noi dispone di armi nucleari, armi chimiche e armi batteriologiche – Stati Uniti in testa – d’impegnarsi solennemente con tutta l’umanita’ a non usarle mai per primo, invece di ricordarcene minacciosamente la disponibilita’. Sarebbe un primo passo in una nuova direzione. Non solo questo darebbe a chi lo fa un vantaggio morale – di per se’ un’arma importante per il futuro -, ma potrebbe anche disinnescare l’orrore indicibile ora attivato dalla reazione a catena della vendetta. In questi giorni ho ripreso in mano un bellissimo libro (peccato che non sia ancora in italiano) di un vecchio amico, uscito due anni fa in Germania. Il libro si intitola Die Kunst, nicht regiert zu werden: ethische Politik von Sokrates bis Mozart (L’arte di non essere governati: l’etica politica da Socrate a Mozart). L’autore e’ Ekkehart Krippendorff, che ha insegnato per anni a Bologna prima di tornare all’Universita’ di Berlino. La affascinante tesi di Krippendorff e’ che la politica, nella sua espressione piu’ nobile, nasce dal superamento della vendetta e che la cultura occidentale ha le sue radici piu’ profonde in alcuni miti, come quello di Caino e quello delle Erinni, intesi da sempre a ricordare all’uomo la necessita’ di rompere il circolo vizioso della vendetta per dare origine alla civilta’.

Caino uccide il fratello, ma Dio impedisce agli uomini di vendicare Abele e, dopo aver marchiato Caino – un marchio che e’ anche una protezione -, lo condanna all’esilio dove quello fonda la prima citta’. La vendetta non e’ degli uomini, spetta a Dio.

Secondo Krippendorff il teatro, da Eschilo a Shakespeare, ha avuto una funzione determinante nella formazione dell’uomo occidentale perche’ col suo mettere sulla scena tutti i protagonisti di un conflitto, ognuno col suo punto di vista, i suoi ripensamenti e le sue possibili scelte di azione, il teatro e’ servito a far riflettere sul senso delle passioni e sulla inutilita’ della violenza che non raggiunge mai il suo fine.

Purtroppo, oggi, sul palcoscenico del mondo noi occidentali siamo insieme i soli protagonisti ed i soli spettatori, e cosi’, attraverso le nostre televisioni ed i nostri giornali, non ascoltiamo che le nostre ragioni, non proviamo che il nostro dolore.

A te, Oriana, i kamikaze non interessano. A me tanto invece. Ho passato giorni in Sri Lanka con alcuni giovani delle “Tigri Tamil”, votati al suicidio. Mi interessano i giovani palestinesi di “Hamas” che si fanno saltare in aria nelle pizzerie israeliane. Un po’ di pieta’ sarebbe forse venuta anche a te se in Giappone, sull’isola di Kyushu, tu avessi visitato Chiran, il centro dove i primi kamikaze vennero addestrati e tu avessi letto le parole, a volte poetiche e tristissime, scritte segretamente prima di andare, riluttanti, a morire per la bandiera e per l’Imperatore. I kamikaze mi interessano perche’ vorrei capire che cosa li rende cosi’ disposti a quell’innaturale atto che e’ il suicidio e che cosa potrebbe fermarli.

Quelli di noi a cui i figli – fortunatamente – sono nati, si preoccupano oggi moltissimo di vederli bruciare nella fiammata di questo nuovo, dilagante tipo di violenza di cui l’ecatombe nelle Torri Gemelle potrebbe essere solo un episodio.

Non si tratta di giustificare, di condonare, ma di capire. Capire, perche’ io sono convinto che il problema del terrorismo non si risolvera’ uccidendo i terroristi, ma eliminando le ragioni che li rendono tali.

Niente nella storia umana e’ semplice da spiegare e fra un fatto ed un altro c’e’ raramente una correlazione diretta e precisa. Ogni evento, anche della nostra vita, e’ il risultato di migliaia di cause che producono, assieme a quell’evento, altre migliaia di effetti, che a loro volta sono le cause di altre migliaia di effetti. L’attacco alle Torri Gemelle e’ uno di questi eventi: il risultato di tanti e complessi fatti antecedenti. Certo non e’ l’atto di “una guerra di religione” degli estremisti musulmani per la conquista delle nostre anime, una Crociata alla rovescia, come la chiami tu, Oriana. Non e’ neppure “un attacco alla liberta’ ed alla democrazia occidentale”, come vorrebbe la semplicistica formula ora usata dai politici. Un vecchio accademico dell’Universita’ di Berkeley, un uomo certo non sospetto di anti-americanismo o di simpatie sinistrorse da’ di questa storia una interpretazione completamente diversa. “Gli assassini suicidi dell’11 settembre non hanno attaccato l’America: hanno attaccato la politica estera americana”, scrive Chalmers Johnson nel numero di The Nation del 15 ottobre. Per lui, autore di vari libri – l’ultimo, Blowback, contraccolpo, uscito l’anno scorso (in Italia edito da Garzanti, ndr) ha del profetico – si tratterebbe appunto di un ennesimo “contraccolpo” al fatto che, nonostante la fine della Guerra Fredda e lo sfasciarsi dell’Unione Sovietica, gli Stati Uniti hanno mantenuto intatta la loro rete imperiale di circa 800 installazioni militari nel mondo Con una analisi che al tempo della Guerra Fredda sarebbe parsa il prodotto della disinformazione del Kgb, Chalmers Johnson fa l’elenco di tutti gli imbrogli, complotti, colpi di Stato, delle persecuzioni, degli assassinii e degli interventi a favore di regimi dittatoriali e corrotti nei quali gli Stati Uniti sono stati apertamente o clandestinamente coinvolti in America Latina, in Africa, in Asia e nel Medio Oriente dalla fine della Seconda Guerra Mondiale ad oggi.

Il “contraccolpo” dell’attacco alle Torri Gemelle ed al Pentagono avrebbe a che fare con tutta una serie di fatti di questo tipo: fatti che vanno dal colpo di Stato ispirato dalla Cia contro Mossadeq nel 1953, seguito dall’installazione dello Shah in Iran, alla Guerra del Golfo, con la conseguente permanenza delle truppe americane nella penisola araba, in particolare l’Arabia Saudita dove sono i luoghi sacri dell’Islam. Secondo Johnson sarebbe stata questa politica americana “a convincere tanta brava gente in tutto il mondo islamico che gli Stati Uniti sono un implacabile nemico”.

Cosi’ si spiegherebbe il virulento anti-americanismo diffuso nel mondo musulmano e che oggi tanto sorprende gli Stati Uniti ed i loro alleati.

Esatta o meno che sia l’analisi di Chalmers Johnson, e’ evidente che al fondo di tutti i problemi odierni degli americani e nostri nel Medio Oriente c’e’, a parte la questione israeliano-palestinese, la ossessiva preoccupazione occidentale di far restare nelle mani di regimi “amici”, qualunque essi fossero, le riserve petrolifere della regione. Questa e’ stata la trappola.

L’occasione per uscirne e’ ora.

Perche’ non rivediamo la nostra dipendenza economica dal petrolio? Perche’ non studiamo davvero, come avremmo potuto gia’ fare da una ventina d’anni, tutte le possibili fonti alternative di energia?

Ci eviteremmo cosi’ d’essere coinvolti nel Golfo con regimi non meno repressivi ed odiosi dei talebani; ci eviteremmo i sempre piu’ disastrosi “contraccolpi” che ci verranno sferrati dagli oppositori a quei regimi, e potremmo comunque contribuire a mantenere un migliore equilibrio ecologico sul pianeta.

Magari salviamo cosi’ anche l’Alaska che proprio un paio di mesi fa e’ stata aperta ai trivellatori, guarda caso dal presidente Bush, le cui radici politiche – tutti lo sanno – sono fra i petrolieri.

A proposito del petrolio, Oriana, sono certo che anche tu avrai notato come, con tutto quel che si sta scrivendo e dicendo sull’Afghanistan, pochissimi fanno notare che il grande interesse per questo paese e’ legato al fatto d’essere il passaggio obbligato di qualsiasi conduttura intesa a portare le immense risorse di metano e petrolio dell’Asia Centrale (vale a dire di quelle repubbliche ex-sovietiche ora tutte, improvvisamente, alleate con gli Stati Uniti) verso il Pakistan, l’India e da li’ nei paesi del Sud Est Asiatico. Il tutto senza dover passare dall’Iran. Nessuno in questi giorni ha ricordato che, ancora nel 1997, due delegazioni degli “orribili” talebani sono state ricevute a Washington (anche al Dipartimento di Stato) per trattare di questa faccenda e che una grande azienda petrolifera americana, la Unocal, con la consulenza niente di meno che di Henry Kissinger, si e’ impegnata col Turkmenistan a costruire quell’oleodotto attraverso l’Afghanistan.

E dunque possibile che, dietro i discorsi sulla necessita’ di proteggere la liberta’ e la democrazia, l’imminente attacco contro l’Afghanistan nasconda anche altre considerazioni meno altisonanti, ma non meno determinanti. E per questo che nell’America stessa alcuni intellettuali cominciano a preoccuparsi che la combinazione fra gli interessi dell’industria petrolifera con quelli dell’industria bellica – combinazione ora prominentemente rappresentata nella compagine al potere a Washington – finisca per determinare in un unico senso le future scelte politiche americane nel mondo e per limitare all’interno del paese, in ragione dell’emergenza anti-terrorismo, i margini di quelle straordinarie liberta’ che rendono l’America cosi’ particolare.

Il fatto che un giornalista televisivo americano sia stato redarguito dal pulpito della Casa Bianca per essersi chiesto se l’aggettivo “codardi”, usato da Bush, fosse appropriato per i terroristi-suicidi, cosi’ come la censura di certi programmi e l’allontanamento da alcuni giornali, di collaboratori giudicati non ortodossi, hanno aumentato queste preoccupazioni. L’aver diviso il mondo in maniera – mi pare – “talebana”, fra “quelli che stanno con noi e quelli contro di noi”, crea ovviamente i presupposti per quel clima da caccia alle streghe di cui l’America ha gia’ sofferto negli anni Cinquanta col maccartismo, quando tanti intellettuali, funzionari di Stato ed accademici, ingiustamente accusati di essere comunisti o loro simpatizzanti, vennero perseguitati, processati e in moltissimi casi lasciati senza lavoro.

Il tuo attacco, Oriana – anche a colpi di sputo – alle “cicale” ed agli intellettuali “del dubbio” va in quello stesso senso. Dubitare e’ una funzione essenziale del pensiero; il dubbio e’ il fondo della nostra cultura. Voler togliere il dubbio dalle nostre teste e’ come volere togliere l’aria ai nostri polmoni. Io non pretendo affatto d’aver risposte chiare e precise ai problemi del mondo (per questo non faccio il politico), ma penso sia utile che mi si lasci dubitare delle risposte altrui e mi si lasci porre delle oneste domande.

In questi tempi di guerra non deve essere un crimine parlare di pace. Purtroppo anche qui da noi, specie nel mondo “ufficiale” della politica e dell’establishment mediatico, c’e’ stata una disperante corsa alla ortodossia. E come se l’America ci mettesse gia’ paura. Capita cosi’ di sentir dire in televisione a un post-comunista in odore di una qualche carica nel suo partito, che il soldato Ryan e’ un importante simbolo di quell’America che per due volte ci ha salvato. Ma non c’era anche lui nelle marce contro la guerra americana in Vietnam?

Per i politici – me ne rendo conto – e’ un momento difficilissimo. Li capisco e capisco ancor piu’ l’angoscia di qualcuno che, avendo preso la via del potere come una scorciatoia per risolvere un piccolo conflitto di interessi terreni si ritrova ora alle prese con un enorme conflitto di interessi divini, una guerra di civilta’ combattuta in nome di Iddio e di Allah. No. Non li invidio, i politici.

Siamo fortunati noi, Oriana. Abbiamo poco da decidere e non trovandoci in mezzo ai flutti del fiume, abbiamo il privilegio di poter stare sulla riva a guardare la corrente.

Ma questo ci impone anche grandi responsabilita’ come quella, non facile, di andare dietro alla verita’ e di dedicarci soprattutto “a creare campi di comprensione, invece che campi di battaglia”, come ha scritto Edward Said, professore di origine palestinese ora alla Columbia University, in un saggio sul ruolo degli intellettuali uscito proprio una settimana prima degli attentati in America.

Il nostro mestiere consiste anche nel semplificare quel che e’ complicato. Ma non si puo’ esagerare, Oriana, presentando Arafat come la quintessenza della doppiezza e del terrorismo ed indicando le comunita’ di immigrati musulmani da noi come incubatrici di terroristi.

Le tue argomentazioni verranno ora usate nelle scuole contro quelle buoniste, da libro Cuore, ma tu credi che gli italiani di domani, educati a questo semplicismo intollerante, saranno migliori? Non sarebbe invece meglio che imparassero, a lezione di religione, anche che cosa e’ l’Islam? Che a lezione di letteratura leggessero anche Rumi o il da te disprezzato Omar Kayan? Non sarebbe meglio che ci fossero quelli che studiano l’arabo, oltre ai tanti che gia’ studiano l’inglese e magari il giapponese?

Lo sai che al ministero degli Esteri di questo nostro paese affacciato sul Mediterraneo e sul mondo musulmano, ci sono solo due funzionari che parlano arabo? Uno attualmente e’, come capita da noi, console ad Adelaide in Australia.

Mi frulla in testa una frase di Toynbee: “Le opere di artisti e letterati hanno vita piu’ lunga delle gesta di soldati, di statisti e mercanti. I poeti ed i filosofi vanno piu’ in la’ degli storici. Ma i santi e i profeti valgono di piu’ di tutti gli altri messi assieme”.

Dove sono oggi i santi ed i profeti? Davvero, ce ne vorrebbe almeno uno! Ci rivorrebbe un San Francesco. Anche i suoi erano tempi di crociate, ma il suo interesse era per “gli altri”, per quelli contro i quali combattevano i crociati. Fece di tutto per andarli a trovare. Ci provo’ una prima volta, ma la nave su cui viaggiava naufrago’ e lui si salvo’ a malapena. Ci provo’ una seconda volta, ma si ammalo’ prima di arrivare e torno’ indietro. Finalmente, nel corso della quinta crociata, durante l’assedio di Damietta in Egitto, amareggiato dal comportamento dei crociati (“vide il male ed il peccato”), sconvolto da una spaventosa battaglia di cui aveva visto le vittime, San Francesco attraverso’ le linee del fronte. Venne catturato, incatenato e portato al cospetto del Sultano. Peccato che non c’era ancora la Cnn – era il 1219 – perche’ sarebbe interessantissimo rivedere oggi il filmato di quell’incontro. Certo fu particolarissimo perche’, dopo una chiacchierata che probabilmente ando’ avanti nella notte, al mattino il Sultano lascio’ che San Francesco tornasse, incolume, all’accampamento dei crociati.

Mi diverte pensare che l’uno disse all’altro le sue ragioni, che San Francesco parlo’ di Cristo, che il Sultano lesse passi del Corano e che alla fine si trovarono d’accordo sul messaggio che il poverello di Assisi ripeteva ovunque: “Ama il prossimo tuo come te stesso”. Mi diverte anche immaginare che, siccome il frate sapeva ridere come predicare, fra i due non ci fu aggressivita’ e che si lasciarono di buon umore sapendo che comunque non potevano fermare la storia.

Ma oggi? Non fermarla puo’ voler dire farla finire. Ti ricordi, Oriana, Padre Balducci che predicava a Firenze quando noi eravamo ragazzi? Riguardo all’orrore dell’olocausto atomico pose una bella domanda: “La sindrome da fine del mondo, l’alternativa fra essere e non essere, hanno fatto diventare l’uomo piu’ umano?”. A guardarsi intorno la risposta mi pare debba essere “No”.

Ma non possiamo rinunciare alla speranza.

“Mi dica, che cosa spinge l’uomo alla guerra?”, chiedeva Albert Einstein nel 1932 in una lettera a Sigmund Freud. “E possibile dirigere l’evoluzione psichica dell’uomo in modo che egli diventi piu’ capace di resistere alla psicosi dell’odio e della distruzione?” Freud si prese due mesi per rispondergli. La sua conclusione fu che c’era da sperare: l’influsso di due fattori – un atteggiamento piu’ civile, ed il giustificato timore degli effetti di una guerra futura – avrebbe dovuto mettere fine alle guerre in un prossimo avvenire.

Giusto in tempo la morte risparmio’ a Freud gli orrori della Seconda Guerra Mondiale.

Non li risparmio’ invece ad Einstein, che divenne pero’ sempre piu’ convinto della necessita’ del pacifismo. Nel 1955, poco prima di morire, dalla sua casetta di Princeton in America dove aveva trovato rifugio, rivolse all’umanita’ un ultimo appello per la sua sopravvivenza:

“Ricordatevi che siete uomini e dimenticatevi tutto il resto”.

Per difendersi, Oriana, non c’e’ bisogno di offendere (penso ai tuoi sputi ed ai tuoi calci). Per proteggersi non c’e’ bisogno d’ammazzare. Ed anche in questo possono esserci delle giuste eccezioni.

M’e’ sempre piaciuta nei Jataka, le storie delle vite precedenti di Buddha, quella in cui persino lui, epitome della non violenza, in una incarnazione anteriore uccide. Viaggia su una barca assieme ad altre 500 persone. Lui, che ha gia’ i poteri della preveggenza, “vede” che uno dei passeggeri, un brigante, sta per ammazzare tutti e derubarli e lui lo previene buttandolo nell’acqua ad affogare per salvare gli altri.

Essere contro la pena di morte non vuol dire essere contro la pena in genere ed in favore della liberta’ di tutti i delinquenti. Ma per punire con giustizia occorre il rispetto di certe regole che sono il frutto dell’incivilimento, occorre il convincimento della ragione, occorrono delle prove. I gerarchi nazisti furono portati dinanzi al Tribunale di Norimberga; quelli giapponesi responsabili di tutte le atrocita’ commesse in Asia, furono portati dinanzi al Tribunale di Tokio prima di essere, gli uni e gli altri, dovutamente impiccati. Le prove contro ognuno di loro erano schiaccianti. Ma quelle contro Osama Bin Laden?

“Noi abbiamo tutte le prove contro Warren Anderson, presidente della Union Carbide. Aspettiamo che ce lo estradiate”, scrive in questi giorni dall’India agli americani, ovviamente a mo’ di provocazione, Arundhati Roy, la scrittrice de Il Dio delle piccole cose: una come te, Oriana, famosa e contestata, amata ed odiata. Come te, sempre pronta a cominciare una rissa, la Roy ha usato della discussione mondiale su Osama Bin Laden per chiedere che venga portato dinanzi ad un tribunale indiano il presidente americano della Union Carbide responsabile dell’esplosione nel 1984 nella fabbrica chimica di Bhopal in India che fece 16.000 morti. Un terrorista anche lui? Dal punto di vista di quei morti forse si’.

L’immagine del terrorista che ora ci viene additata come quella del “nemico” da abbattere e’ il miliardario saudita che, da una tana nelle montagne dell’Afghanistan, ordina l’attacco alle Torri Gemelle; e’ l’ingegnere-pilota, islamista fanatico, che in nome di Allah uccide se stesso e migliaia di innocenti; e’ il ragazzo palestinese che con una borsetta imbottita di dinamite si fa esplodere in mezzo ad una folla. Dobbiamo pero’ accettare che per altri il “terrorista” possa essere l’uomo d’affari che arriva in un paese povero del Terzo Mondo con nella borsetta non una bomba, ma i piani per la costruzione di una fabbrica chimica che, a causa di rischi di esplosione ed inquinamento, non potrebbe mai essere costruita in un paese ricco del Primo Mondo. E la centrale nucleare che fa ammalare di cancro la gente che ci vive vicino? E la diga che disloca decine di migliaia di famiglie? O semplicemente la costruzione di tante piccole industrie che cementificano risaie secolari, trasformando migliaia di contadini in operai per produrre scarpe da ginnastica o radioline, fino al giorno in cui e’ piu’ conveniente portare quelle lavorazioni altrove e le fabbriche chiudono, gli operai restano senza lavoro e non essendoci piu’ i campi per far crescere il riso, muoiono di fame?

Questo non e’ relativismo. Voglio solo dire che il terrorismo, come modo di usare la violenza, puo’ esprimersi in varie forme, a volte anche economiche, e che sara’ difficile arrivare ad una definizione comune del nemico da debellare.

I governi occidentali oggi sono uniti nell’essere a fianco degli Stati Uniti; pretendono di sapere esattamente chi sono i terroristi e come vanno combattuti.

Molto meno convinti pero’ sembrano i cittadini dei vari paesi. Per il momento non ci sono state in Europa dimostrazioni di massa per la pace; ma il senso del disagio e’ diffuso cosi’ come e’ diffusa la confusione su quel che si debba volere al posto della guerra.

“Dateci qualcosa di piu’ carino del capitalismo”, diceva il cartello di un dimostrante in Germania.

“Un mondo giusto non e’ mai NATO”, c’era scritto sullo striscione di alcuni giovani che marciavano giorni fa a Bologna. Gia’. Un mondo “piu’ giusto” e’ forse quel che noi tutti, ora piu’ che mai, potremmo pretendere. Un mondo in cui chi ha tanto si preoccupa di chi non ha nulla; un mondo retto da principi di legalita’ ed ispirato ad un po’ piu’ di moralita’.

La vastissima, composita alleanza che Washington sta mettendo in piedi, rovesciando vecchi schieramenti e riavvicinando paesi e personaggi che erano stati messi alla gogna, solo perche’ ora tornano comodi, e’ solo l’ennesimo esempio di quel cinismo politico che oggi alimenta il terrorismo in certe aree del mondo e scoraggia tanta brava gente nei nostri paesi.

Gli Stati Uniti, per avere la maggiore copertura possibile e per dare alla guerra contro il terrorismo un crisma di legalita’ internazionale, hanno coinvolto le Nazioni Unite, eppure gli Stati Uniti stessi rimangono il paese piu’ reticente a pagare le proprie quote al Palazzo di Vetro, sono il paese che non ha ancora ratificato ne’ il trattato costitutivo della Corte Internazionale di Giustizia, ne’ il trattato per la messa al bando delle mine anti-uomo e tanto meno quello di Kyoto sulle mutazioni climatiche. L’interesse nazionale americano ha la meglio su qualsiasi altro principio. Per questo ora Washington riscopre l’utilita’ del Pakistan, prima tenuto a distanza per il suo regime militare e punito con sanzioni economiche a causa dei suoi esperimenti nucleari; per questo la Cia sara’ presto autorizzata di nuovo ad assoldare mafiosi e gangster cui affidare i “lavoretti sporchi” di liquidare qua e la’ nel mondo le persone che la Cia stessa mettera’ sulla sua lista nera.

Eppure un giorno la politica dovra’ ricongiungersi con l’etica se vorremo vivere in un mondo migliore: migliore in Asia come in Africa, a Timbuctu come a Firenze.

A proposito, Oriana. Anche a me ogni volta che, come ora, ci passo, questa citta’ mi fa male e mi intristisce. Tutto e’ cambiato, tutto e’ involgarito. Ma la colpa non e’ dell’Islam o degli immigrati che ci si sono installati. Non son loro che han fatto di Firenze una citta’ bottegaia, prostituita al turismo! E successo dappertutto. Firenze era bella quando era piu’ piccola e piu’ povera. Ora e’ un obbrobrio, ma non perche’ i musulmani si attendano in Piazza del Duomo, perche’ i filippini si riuniscono il giovedi’ in Piazza Santa Maria Novella e gli albanesi ogni giorno attorno alla stazione.

E cosi’ perche’ anche Firenze s’e’ “globalizzata”, perche’ non ha resistito all’assalto di quella forza che, fino ad ieri, pareva irresistibile: la forza del mercato.

Nel giro di due anni da una bella strada del centro in cui mi piaceva andare a spasso e’ scomparsa una libreria storica, un vecchio bar, una tradizionalissima farmacia ed un negozio di musica. Per far posto a che? A tanti negozi di moda. Credimi, anch’io non mi ci ritrovo piu’.

Per questo sto, anch’io ritirato, in una sorta di baita nell’Himalaya indiana dinanzi alle piu’ divine montagne del mondo. Passo ore, da solo, a guardarle, li’ maestose ed immobili, simbolo della piu’ grande stabilita’, eppure anche loro, col passare delle ore, continuamente diverse e impermanenti come tutto in questo mondo.

La natura e’ una grande maestra, Oriana, e bisogna ogni tanto tornarci a prendere lezione. Tornaci anche tu. Chiusa nella scatola di un appartamento dentro la scatola di un grattacielo, con dinanzi altri grattacieli pieni di gente inscatolata, finirai per sentirti sola davvero; sentirai la tua esistenza come un accidente e non come parte di un tutto molto, molto piu’ grande di tutte le torri che hai davanti e di quelle che non ci sono piu’. Guarda un filo d’erba al vento e sentiti come lui. Ti passera’ anche la rabbia. Ti saluto, Oriana e ti auguro di tutto cuore di trovare pace.

Perche’ se quella non e’ dentro di noi non sara’ mai da nessuna parte.

Tiziano Terzani

Recensione: Fortapàsc (Marco Risi, 2009)

Ci sono esseri meschini che coprono la verità e Uomini coraggiosi che la cercano. Giancarlo Siani è uno di questi eroi. A raccontarci l’ascesa di questo giovane giornalista napoletano e la sua morte è il regista Marco Risi nel film “Fortapàsc” (2009). Un cinema non fine a se stesso, ma un film di denuncia, uno di quelli veri, come pochi registi sanno regalare al pubblico, troppo spesso concentrato su cinepanettoni e megaproduzioni commerciali. Qui parliamo di cast e produttori consapevoli, consenzienti e convinti della storia che vanno a narrare, una sorta di idealismo puro, quasi politico (ma senza schierarsi se non dalla parte dell’Obiettività), che spinge ognuno a dare il meglio per uno scopo comune. E’ l’aria che si respira in “Fortapàsc”, un film che cerca giustizia con la stessa determinazione del temerario ma solare Siani, interpretato da un magnifico Libero De Rienzo. Nella Napoli del 1985 si sta combattendo una terribile guerra per il predominio di Torre Annunziata. A contendersi il territorio (che nelle immagini sembra appena uscito da una guerra devastante) sono temibili gruppi di camorristi, con capi e luogotenenti che s’allontanano da quelli di “Gomorra” di spietati uomini d’affari, ma che si avvicinano per atteggiamento e fasto a veri e propri monarchi. In mezzo a questo “conflitto civile” Giancarlo indaga, quasi inconsapevolmente, sui rapporti tra la giunta comunale e i clan del luogo. La sua ricerca è per lo più solitaria ed ostacolata, nonostante l’appoggio di poche oneste persone, come il capitano dei carabinieri Sensales o il suo migliore amico Rico. Ma sul suo cammino pesta i piedi di troppe persone che non esiteranno ad ordinarne l’esecuzione. Risi scherza in modo macabro sul parellelismo che c’è tra mafia e stato (da ricordare il frammento in cui parallelamente avvengono un incontro tra capi-clan ed un dibattito comunale tra politici in cui entrambi mostrano gli stessi atteggiamenti), realizza un film convincente, originale, che dimostra così un’identità propria nel filone del cinema di stampo storico-giornalistico. L’Italia che si vede è un’Italia piena di brave persone, sopraffatte però da troppi egoisti e crudeli che mirano solo ai propri interessi. E alla fine del film Siani sorride ai suoi esecutori, forse perché d’altronde per essere un eroe in Italia devi essere prima di tutto morto.

-Nicolò Errico

Come scrivere un haiku

Intanto vi dico subito che non c’è un modo diretto per scrivere haiku, ma come non esiste un modo per scrivere poesie. Bisogna tanto tener conto dell’ispirazione e della vostra sensibilità.

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Per scrivere un haiku però, bisogna avere in mente delle regole ben precise.
L’haiku, per secoli è stato una forma di poesia popolare, trasversale a tutte le classi, grazie alla sua semplicità (spesso, se non sempre, apparente) e immediatezza.

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L’haiku ha 17 sillabe, disposte con metrica 5-7-5. In alcuni è possibile un numero superiore di sillabe (nomi propri nel componimento) ma mai di meno. È necessario un riferimento ad una delle quattro stagioni, questo in giapponese è chiamato “kigo”. L’haiku può essere composto di due stili differenti, il primo può presentare in un verso il tema del componimento che si sviluppa poi negli altri due versi, oppure il secondo ha due temi che possono essere in armonia o in contrasto.
Cerca di condensare in poche parole un’esperienza intensa. Hai presente quando vedi qualcosa e gridi agli altri “guardate!”? Ecco, quello può essere un buon oggetto di un haiku. Pensa ad un modo sincero e inusuale di indicare quella cosa, ma sii semplice. Descrivi attentamente i dettagli.
Leggi le poesie dei grandi poeti per ispirarti. E poi esci, gli haiku più belli sono stati scritti all’aperto. L’haiku non deve essere perfetto, deve servire per esprimere la tua sensibilità.
E non smettere di scrivere, scrivere ogni giorno è il modo per migliorare continuamente la tua scrittura.

Hai scritto degli haiku? Inviali a redazionegruppo14gmail.com, i più belli saranno pubblicati.

il poeta