Giochi di ruolo. Ecco come mi hanno cambiato.

Qualche tempo fa girava un articolo che parlava della pericolosità dei giochi di ruolo, di come chi ci giocasse fosse un asociale, un satanista, volesse uccidere la mamma e cose così. Ora, è superfluo dire che su quell’articolo ci siamo fatti tutti delle grasse risate, anche perché da ogni parola si vedeva chiaramente che il giornalista non aveva ma giocato non solo a D&D e Sine Requie, ma forse nemmeno a Lupus o assassino. Però, come si dice dalle mie parti, dopo il riso viene il pianto. Per quanto quell’articolo non fosse neanche lontanamente da prendere in considerazione, mi ha messo in testa che forse una persona digiuna dai giochi di ruolo effettivamente potrebbe avere una visione distorta di ciò che si fa mentre si è tutti seduti intorno a quel tavolo, con i dadi in mano, le schede davanti e tutti i nostri amici intorno.

Partiamo dallo sfatare il luogo comune più grande che ci sia: Quando uno gioca di ruolo si chiude nel suo mondo fantastico e si separa dalla realtà. Questo effettivamente è vero, ma lo stesso accade davanti ad un film, un videogioco, o quando si guarda alla tv un qualsiasi reality show. La differenza è che, per giocare di ruolo, bisogna essere per forza in un gruppo. E capite bene che, per quanto uno possa essere concentrato sul gioco, in realtà non sta facendo altro che passare una serata con degli amici, in un modo diverso dal solito, magari evitando di distruggersi il fegato in birreria quel giorno. Che poi, per quanto io possa chiudermi, da quando gioco di ruolo ho incontrato una marea di persone, con alcune delle quali ho stretto grandi amicizie. Certamente è più facile parlare intorno ad un tavolo che in mezzo ad una pista con la musica assordante nelle orecchie.

Adesso passiamo al punto che più mi sta a cuore. Molti dicono che i giochi di ruolo ti deviano, perché puoi anche impersonare personaggi cattivi(che poi nessuno ti obbliga a farlo). Ora, se una persona interpreta solo ed esclusivamente personaggi caotici e malvagi può darsi che un minimo possa diventare più violenta, ma dovrebbe essere un soggetto che non riesce a distinguere il gioco dalla realtà, e in quel caso siamo in presenza di patologie molto gravi, non imputabili di certo ad una sessione di Vampire. In realtà questa possibilità di interpretare personaggi caotici o legali, buoni o cattivi, vigliacchi o eroici, è proprio il punto di forza dei giochi di ruolo. Interpretando di volta in volta eroi(o antieroi) diversi è quasi impossibile non aprire la mente, ed essere più comprensivo una volta tornato nel mondo reale. Se interpreta un personaggio di una razza reietta per mesi, state pur sicuri che il razzista del gruppo, dopo un po’, diventerà molto più tollerante verso il diverso, così come il ribelle del gruppo, dopo aver impersonato un paladino impegnato nel rovesciare il re cattivo e corrotto senza usare violenza e metodi illegali sarà leggermente più comprensivo verso l’operato di certi giudici e poliziotti.

Ed eccoci arrivati alla critica più divertente di tutte: i giochi di ruolo portano al satanismo. Ora, tralasciando il fatto che, se si studiano attentamente tutti i vari mostri, le divinità e i demoni che possiamo trovare nei vari giochi è facile trovarvi elementi di ogni religione, sia in positivo che in negativo. Così come ci sono divinità palesemente rubate ai greci e ai latini, allo stesso modo troviamo creature angeliche, e anche demoni, ripresi dall’antico testamento. Non è colpa dei creatori di giochi se le religioni, con le loro storie così violente e con tutti i vari demoni, angeli ed arcangeli siano un mondo così fertile dal quale attingere per giocare.

Chiudiamo con la domanda che mi sento porre più spesso dall’italiano medio: “Ma non è più divertente andare in discoteca o guardare il calcio in tv che giocare di ruolo?” Ecco, No.

Paolo Riccio

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La città impossibile.

Oggi vi parlo di una città. Urville è il terzo polo industriale francese, vanta un aereoporto da 104 milioni di passeggeri all’anno, vanta 150 grattacieli, 500 chiese cattoliche, 57 sinagoghe, 14 moschee e otto templi buddisti. La sua storia affonda nel XII secolo avanti Cristo, nata come insediamento fenicio e ha vissuto le guerre di religioni del ‘500 da protagonista. Si trova proprio di fronte a Cannes.

Non l’avete mai sentita nominare?

Non vi trovate in difetto. Urville non esiste. O meglio, esiste solo nella mente di Gilles Tréhin, artista autistico francese, che oltre a immaginarla in ogni particolare, storico, politico ed economico, ha disegnato viste di questa immaginaria città in tutti i minimi dettagli. Credo sia una delle cose più affascinanti e disturbanti che si possano immaginare.

Affascinante perchè questo artista francese riesce ad esprimere la sua idea di città perfetta, questa utopia che esiste solo nel suo cervello, e a farcela vedere così bene. Poi vi spiegherò perché è anche disturbante.

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La città è come se pulsasse sotto i nostri occhi, viva e frenetica come ogni città occidentale. Riesco quasi ad immaginarmi mentre vedo i disegni il traffico, i rumori, le vite delle persone che la abitano. Tutto così perfetto, eppure semplice fantasia di Gilles Trèhin. La sua vita non è iniziata tanto facilmente, con la diagnosi della sindrome di Asperger. Comincia ad immaginare questa città fin da quando aveva 12 anni, prima sviluppandola coi lego, e quando lo spazio non bastava più cominciandola a disegnare.

Probabilmente a causa del suo autismo, gli abitanti di questa città diventano irreali; se notate infatti nessuno di loro è in gruppo, ognuno mantiene il suo spazio fisico in cui occupa il piccolo posto di marciapiede in cui si trova. Questo ci da’ un senso di profonda perturbazione, rendendoci l’immagine tanto irreale e realistica allo stesso tempo. Ne sentiamo il traffico, ma l’ordine in cui vediamo le persone, un ordine matematico quasi paranoico ci fa credere che qualcosa non vada.

Purtroppo su di lui in italiano ho trovato davvero poco, e devo ringraziare un forum di arte contemporanea per avermelo fatto conoscere.

Per approfondire vi metto l’indirizzo del sito dove Gilles Trèhin mette i suoi disegni. Il sito è in 5 lingue, tra cui l’italiano, ed è curato interamente da lui stesso.

http://trehinp.dyndns.org/urville/mes%20dessins.htm

In time: una recensione.

Non capita tutti i giorni di trovare film che sappiano mettere in crisi le tue convinzioni o modificare l’approccio che hai verso la realtà. Andrew Niccol è uno di quei registi capaci che ci riescono, mostrando al pubblico poche ma preziose perle del cinema.

La sua ultima produzione (completata, poiché s’avvicina l’uscita del suo nuovo film, ancora non terminato) risale al 2011 e s’intitola “In Time”. Per descriverlo bisognerebbe analizzare i diversi settori in cui s’addentra: socio-politico, filosofico, edonistico (il semplice intratteni-mento) e cinematografico.

“In Time” è un film sulla crisi economica e sociale che affligge ormai da quasi cinque anni il mondo intero, portandocela sullo schermo con una trama originale e straordinaria che non è altro che una metafora della realtà. La morte sempre imminente sulle classi medio-basse (di cui se ne caricherà le sorti il coraggioso e onesto Justin Timberlake nella parte di un nuovo Robin Hood) crea un’atmosfera di perenne strangolamento, come se per tutto il film non si facesse altro che camminare sul filo del rasoio. Qui è tutto dovuto ad un orologio biologico interno ad ogni individuo che ne causa la morte in caso di mancato versamento di nuovo tempo (che si guardagna col lavoro e si spende per comprare), ma nella realtà possiamo facilmente incollare questa visione di continua instabilità e rischio sulle vite di tutti i giorni degli operai e dei lavoratori meno retribuiti e col posto di lavoro mai certo. Il mondo affannato e oppresso della “plebe” contrasta con quello agiato della classe più alta, di coloro che di tempo ne hanno in quantità, fino a risultare essere veri e propri immortali. La trama ha una chiara visione realista e priva di schemi politici sull’attualità, ma il messaggio è chiaro: rendere giustizia in un mondo giusto. Ed è quello lo scopo che il regista segue per tutta la durata con l’accortezza e l’imparzialità di un giornalista pieno di ideali e amore per la verità. Tutto questo entra in armonia con un elemento che altrimenti sarebbe fortemente di contrasto: il genere fantascientifico del film. La trama infatti cattura fin dall’inizio con il travolgimento tipico di un film d’azione ben costruito, con una trama solida, interessante, una regia eccellente che non esagera superando i limiti del budget (40 milioni di dollari) e rendendone scadente la produzione per, bensì ne fa un uso talmente buono da partorire un prodotto ben fatto, per non dire straordinario. Il cast colpisce per la sua unità, dovuta sia all’età approssimativamente uguale tra tutti e all’evidente affiatamento di un gruppo che sa qual è lo scopo del film che stanno facendo, guidato da un regista bravo e degno delle loro migliori prestazioni. Un film che racchiude dentro di sé chiare verità attualistiche, ammonimenti sociali, bravura recitativa e cinematografica e adrenalina pura, forse con un fondo di consolazione per coloro che vivono nella condizione descritta: è più interessante, più intensa, più passionale, più appassionata e più significativa una vita povera vissuta in mezzo alla Realtà che una trascorsa in cima al piedistallo, in una dimensione (magnificamente esposta da una sorprendente Amanda Seyfried) di tediante, sonnolenta e distaccata opulenza.

Nicolò Errico

Ma Freak Show è una stagione bella o no?

Piccola premessa per chi non conosce American Horror Story. Questa serie ha una struttura antologica: ogni stagione ha una trama a sé, un cast diverso(anche se con certi elementi di continuità) e spesso anche un periodo storico diverso. Ora, chiusa questa piccola parentesi, appare chiaro a tutti che non si può dare un giudizio complessivo sulla serie, ma va rivalutata ogni anno, in base a ciò che i nostri amatissimi Murphy e Falchuk ci propinano. Per fare un rapido riassunto delle stagioni precedenti posso dire che la prima e la seconda hanno fatto il loro dovere, mentre la terza voglio solo far finta che non sia mai esistita e cancellarla dalla mia memoria. E quella di quest’anno?

Dopo aver visto l’ultimo episodio della stagione ho passato giorni a chiedermi se questa stagione mi fosse piaciuta o no. Giuro, non riuscivo a capirlo. Perché non è che ci siano grandissimi difetti e, tranne l’ultimo episodio, non mi pare ci siano state puntate noiosissime o brutte. Anzi moltissimi episodi mi sono piaciuti da morire, e non posso dire che sono mancati momenti forti. Non è stata particolarmente spaventosa, ma i momenti crudi non sono mancati, così come non sono mancate le trovate geniali( il finale della decima puntata, per dirne una). Eppure delle cose non mi hanno convinto. Ma andiamo con ordine.

Per quanto io abbia sempre amato l’abitudine degli autori di inserire quante più trovate possibili, mischiarle tra di loro, sfruttare qualsiasi storia, personaggio storico e leggenda metropolitana e fare un miscuglio( vi dico solo che nella seconda stagione sono riusciti ad inserire alieni, manicomi, nazisti ed esorcismi), questa volta devo dire che non sono riusciti a centrare l’obiettivo. Il fatto è che in ogni stagione, persino in quel teen dramma che era la terza, si riusciva a vedere una trama principale, e tutte le mille trovate degli autori facevano da contorno a questa vicenda. Si vedeva una certa coerenza, cosa che in questa stagione manca. Hanno inserito personaggi interessantissimi, ma non li hanno sviluppati per niente. Compariva un cattivo, che si pensava potesse essere l’antagonista principale e dopo 3 episodi ecco che questo veniva ucciso, oppure si ritrovava a litigare con sua madre, oppure diventava buono dopo aver ritrovato il figlio, e cose così. Non è che di per sé questa tecnica sia sbagliata, però quando non permette di apprezzare anche solo un minimo i personaggi, allora si che questo fa innervosire.

Prendete Neil Patrick Harris. Eravamo tutti curiosissimi di vederlo recitare in una serie diversa da How I Met Your Mother. Ed è inutile dire che è sua la performance migliore della stagione. E’ stato bravissimo, il suo personaggio era veramente interessante, ma poi che succede? Il suo personaggio scompare senza nemmeno una spiegazione vera e propria, senza aver dato tutto ciò che poteva dare, senza mostrare appieno il suo potenziale. E’ l’esempio più lampante di tutti i difetti di questa stagione. Inserisce un attore bravissimo, con un bel personaggio, per due-tre episodi possiamo apprezzarlo e poi via, avanti un nuovo personaggio, o un vecchio personaggio dato per disperso, e così per tutti i 13 episodi.

Forse mi sono dilungato un po’ troppo, ma spero di aver centrato il punto. Questa stagione alterna tantissimi episodi belli, alcuni noiosi, ma nessuno effettivamente utile all’economia della stagione.

E poi devo dire una cosa che mi procurerà tantissimi nemici mortali, ma sento di doverla dire. E’ ora di svecchiare un po’ il cast. Evan Peters e Sarah Paulson hanno dato tutto ciò che potevano dare. Ormai sembra che debbano esserci per forza, ma ci sono attori molto più bravi che meriterebbero ruoli di rilievo. Basta dare a loro due ruoli da protagonisti, riprendetevi Zachary Quinto e date dei personaggi degni della loro bravura a Kathy Bathes e Danny Huston.

Ma quindi questa stagione va condannata senza possibilità d’appello? Ecco, no, perché le puntate sono belle, gli attori sono bravi, a livello tecnico non ci si può lamentare di nulla, però è anche vero che serve un soggetto degno di tal nome, una storia da seguire. Diciamo che, se fossi Dante e stessi scrivendo una Divina Commedia del cinema e delle serie tv, Freak Show si ritroverebbe senza ombra di dubbio tra gli Ignavi.

Paolo Riccio

Act of valor/squallor

Stolti coloro che di questo film ne cantano le lodi…

…se proprio vogliamo sforzarci a definirlo un film. Sì, perché “Act of Valor” sembra più una pubblicità di pessima qualità (di recitazione e regia, mentre le tecnologie militari e tecniche di combattimento sono davvero interessanti) che ti dica in modo schietto “Arruolati nell’esercito degli Stati Uniti e difendi (…come no…): la Libertà (e qui una grande risata generale), l’Onore (di cui però ne hanno una concezione molto mafiosa, ovvero “Rispettami o ti bombardo”), la Giustizia (seconda grande risata, mentre vedi che senza indugio attaccano un villaggio nascosto dove si rifugiano presumibilmente alcuni terroristi) e la Famiglia (in chiave molto maschilista: la donna col bambino resta a casa, da un bacio al marito che parte per la guerra e bye bye [questo sì che è amore…]).

M’è parsa molto un’esposizione di un programma dell’estrema destra (come lo slogan forzanovista “DIO, PATRIA E FAMIGLIA”). Dulcis in primis: le uniche cose che si salvano di questo “prodotto commerciale” (mi ripugna chiamarlo “film”) sono i mezzi di mole e potenza di fuoco impressionanti e… basta. Tutto quanto fa leva sull’aspetto tecnico che è dietro le operazioni militari, ma qui terminano gli assi nella manica dei registi (a parte qualche frammento della colonna sonora [che è ben diversa da quella molto più bella del trailer]), la fotografia di locandina (niente a che vedere con quella delle riprese), e la lettera finale di Dave, che infatti non è di pugno dei pessimi sceneggiatori del film, ma di un vecchio indiano d’America (sembrava strano che dalle mani dei produttori del film potesse uscire qualcosa di così decente).

Tra sparatorie confusionarie e prive di qualsiasi bellezza coreografica, le interpretazioni degli “attori” (che chiamerei volentieri “gente casuale che crede di riuscire a recitare, tanto è facilissimo”) inciampano in parole imboccate da un copione esplicitamente militarista e americanista. Un cast demotivato, che sa bene di fare una pubblicità di comodo all’America ma sembra non capire proprio che lo sta facendo attraverso un “film” (brivido lungo la schiena…). Alla fine sono tutti militari prestati dall’esercito (oh, ma guarda che caso!) per autoesaltare la figura del “soldato americano” che non è diverso da un gorilla (sia per dimensioni fisiche che cerebrali) indottrinato dal governo, che avverte dentro di sè il Dovere di combattere in una guerra santa (indovinate contro chi? Ma certo, contro gli islamisti! E chi altri se no?!), privo di personalità, di sentimenti, di rimorso, di un qualsiasi minimo pensiero sui massacri che freddamente compie. Insomma un soldato-robot. E gli “attori” stessi sono robot, capaci sì di muoversi nei combattimenti davvero anti-estetici, ma incapaci sia di recitare che di mostrare un minimo di carattere ed identità. Queste ultime sono schedate, ci vengono esposte come in una lista della spesa dal protagonista ad un ritrovo di soldati prima di partire (e da qui l’idea elitaria d’appartenenza al corpo speciale che ricorda vagamente il fanatismo delle SS di Hitler). E la loro personalità termina là, dopo di che neanche si riusciranno a distinguere l’uno dall’altro. Ecco, forse è questa la cosa buona del film: riesce a farti capire come il soldato non sia più una Persona propria ma uno Strumento di un volere NON-popolare, utilizzato dal governo, che lo priva di qualsiasi capacità di critica, libero pensiero ed analisi. Questo lo avranno notato solo le menti più aperte o di sinistra, non per la massa di giovani sovreccitati che ha inondato le sale dei multiplex annegando tra i pop-corn, convincendosi di poter entrare nei Navy-Seals “perché sono io ciò che cercano”, per applaudire poi alla fine, quasi commossi dalla frase finale che compare sullo schermo (che più o meno fà così): “Questo film è dedicato a tutti quegli uomini e a quelle donne che hanno compiuto atti di coraggio” [ o atti di sterminio, atti di usurpazione territoriale, atti di oppressione politica, atti di bombardamenti sbagliati, atti di pestaggi sui civili, atti di affamamento dei bambini nel medio oriente, atti di tortura nelle carcerci, atti di sfruttamento petrolifero ed economico, insomma interpretateli come meglio credete]. Davvero toccante… (risata dalla platea)
Trama priva di solidità, estremamente prevedibile, interessante solo dal punto di vista tecnologico (un aspetto su cui non si fonda il VERO cinema), esplicitamente militarista e commerciale, privo di qualsiasi forza, capacità od entusiasmo da parte di cast e produttori, quello che viene presentato allo spettatore è un prodotto di mercato e non di cinema.

Sarebbe stato più opportuno intitolarlo “Act of Squallor”.

Nicolò Errico

First lady, segno di emancipazione femminile?

La first lady è tradizionalmente il ruolo assunto dalla moglie del presidente degli Usa in carica. E’ spesso definita la padrona della Casa Bianca. Supportata dall’ Ufficio della first lady, è lei la responsabile di eventi sociali e del cerimoniale. Molte tra le first ladies della storia hanno assunto un ruolo attivo durante la presidenza del proprio marito. La loro storia parte dal 1776, l’anno dell’indipendenza degli USA dalla Gran Bretagna, quando Abigail Adams in una lettera al marito John Adams (uno dei firmatari della Dichiarazione di indipendenza) lo prega di “ricordarsi delle signore” nella Costituzione che egli sta scrivendo.

Più tardi, nel 1919, grazie all’approvazione del 19° Emendamento le donne americane ottengono il diritto di voto.
Tra le più importanti First ladies della storia vanno citate Eleanor Roosvelt, Jacqueline Kennedy e Hilary Clinton.
Eleanor Roosvelt venne chiamata la coscienza “liberal” del marito insieme al quale attuò un vero e proprio gioco di squadra. Tuttavia, ancor prima di assumere questo ruolo, aveva già un grande profilo politico avendo partecipato negli anni venti ai movimenti femminili e pacifisti. Viene soprattutto ricordata per i suoi viaggi compiuti in rappresentanza del marito quando era malato e per il forte impegno per la stesura e approvazione della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo. Importante poi il rapporto con i media. Fu lei ad organizzare la prima conferenza stampa alla quale invitò esclusivamente giornaliste.
Ispirata a Eleanor, Hilary Clinton ebbe in ruolo attivo e significativo nella politica democratica ma diversamente dalla First Lady Roosvelt aveva una forte ambizione, quella di diventare co presidente.
Arrivata a essere candidata presidente viene ricordato il buffo spot dove il marito Bill ne fa il testimonial in veste di casalingo e la moglie rappresentata indaffarata piena di incarichi politici. Questo spot può, a mio parere, essere considerato un anticipo di come si sarebbero rovesciati i ruoli femminili e maschili più tardi.

Diversamente da queste due importanti donne si presentava Jacqueline Kennedy che fece emergere invece l’importanza dell’immagine. Donna estremamente elegante con gusto europeo( anche se poi sarà costretta a americanizzarsi) , conferisce all’immagine del marito uno charme sofisticato, contribuendo certamente alla sua popolarità.
Infine non possiamo non citare l’attuale first lady Michelle Obama che rappresenta senz’ altro una novità sullo scenario in quanto prima donna afro- americana inquilina della casa bianca ( ricordiamoci che in passato le donne afro americane erano assunte dalla casa bianca solo come domestiche) e molto particolare per la sua impronta tradizionalista per quanto riguarda l’educazione familiare. Speriamo che possa anche lei dimostrarsi all’altezza di altre grandi First Lady.
Concluso in certo senso il tour delle first ladies considerate più influenti nella storia possiamo notare come, nonostante tutto, il ruolo della first lady non si possa considerare un grande segno dell’emancipazione femminile, in quanto il loro “mandato” è dipendente ancora una volta da quello dei rispettivi mariti, e spesso i loro traguardi e i loro meriti sono oscurati dall’operato politico del consorte, nella buona e nella cattiva sorte. Non è da dimenticare pero come queste donne abbiano saputo svolgere ruoli attivi all’interno della politica e abbiano acquistato spazi di potere difficilmente considerabili in passato. E poi non bisogna mai scordare che “dietro ad ogni grande uomo c’è sempre una grande donna”.

Martina Tralce

CHE – L’ARGENTINO e CHE – GUERRILLA di Steven Soderbergh (2008)

“Che – L’Argentino” e “Che – Guerrilla” compongono il distico cinematografico dedicato alle imprese del rivoluzionario argentino Ernesto De La Serna Guevara, rispettivamente quella cubana e quella mortale boliviana. Girata da Steven Soderbergh ed usciti a poca distanza l’un dall’altro nel 2008, la saga si ispira al libro “La Guerra Rivoluzionaria a Cuba” dello stesso Guevara per la prima parte e alle vicende storiche della guerriglia boliviana per il secondo capitolo. Abituati ad un regista che ci ha fatto vivere col fiato sospeso tra thriller e azione (i vari “Ocean”, “Traffic”, “Intrigo a Berlino”) e grandi delusioni (“Knock Out”, “Contagion”, “Magic Mike”) diciamo che era piuttosto difficile pronosticare la qualità e l’attendibilità storico-ideologica dei due film.
In questo caso Soderbergh ci stupisce. Per lo meno nel primo film. Nessun americanismo, nessuna esagerazione, nemmeno tanto socialismo, tanta verità, tanta umiltà. Ecco di cosa si nutre il primo lungometraggio, dove si alternano sparatorie ed esplosioni a discussioni sull’umanità più che sulla politica.
Estremamente bello, duro “senza perdere la tenerezza”, assolutamente realista, il film non si abbandona a ritratti epici o a grandi discorsi, non cede alla retorica o ai pregiudizi.
E’ un film storico d’eccellenza. Il cast è talmente immedesimato, talmente insidiato nella storia che vien da chiedersi se sia dunque un film oppure un documentario a colori. Benicio Del Toro si guadagna con ogni onore la Miglior Interpretazione Maschile al Festival di Cannes, anche grazie alla straordinaria e disturbante somiglianza fisico-gestuale con Guevara.
Purtroppo il discorso cambia con la parte seconda.
La sceneggiatura e il film vengono privati dell’ottima dinamica de “L’Argentino”, dilungandosi in discussioni e scene panico-naturalistiche troppo lente e poco contestualizzate (non a caso alla sceneggiatura ha partecipato Terrence Malick). Tuttavia mi sorge un dubbio e allo stesso tempo una possibile interpretazione di queste che potrebbero essere considerate pecche: e se fosse stato tutto nel progetto del regista?
E se avesse voluto coinvolgerci nell’entusiastica impresa cubana, così come ne era preso Guevara, nel primo film per poi farci sentire l’aria di delusione e di disperata ostentazione combattiva che gravava su di loro in Bolivia? E questo, dico, attraverso la lentezza del ritmo narrativo e il silenzio immanente delle scene.
Potrebbe essere. E se fosse stato tutto intenzionale, Soderbergh ha centrato l’obiettivo.
Questo è un Guevara silenzioso, pessimista, abbattuto dalle esperienze in Congo e in Venezuela, che vaga come un fantasma nella jungla, braccato da soldati governativi e “consiglieri militari” americani. Il finale è toccante, una silenziosa assunzione e allo stesso tempo una tetra deposizione. Poi lo sguardo di un Guevara giovane, pronto a sbarcare a Cuba, la sua prima avventura, e lo sguardo si perde tra i rivoluzionari… Peccato non si capisca se veda un’imminente vittoria o una sconfitta totale.

Nicolò Errico